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Senza parole – ep.8

Un tema tormentato da cattive narrazioni è al centro di una discussione tra redattori, esperti, e un artista. Sarà lui a reinterpretare il tema con il suo lavoro grafico, un linguaggio visivo che denuncia i limiti dei media tradizionali esprimendosi rigorosamente senza parole.

Questo articolo parla di:

Le narrazioni effettuate sui fatti di cronaca nera in Italia tendono a spettacolarizzare l’accaduto e, in alcuni casi, a strumentalizzare le vittime. In questo episodio di Senza Parole le redattrici e i redattori di Scomodo dialogano con Matteo Lenardon, podcaster e scrittore, in un talk che ha ispirato le vignette di Elio Ferrario.

Nei giornali italiani è riscontrabile una tendenza alla spettacolarizzazione nei racconti di cronaca nera. Questo deriva da una drammatizzazione intrinseca nella scrittura degli articoli, nei quali vengono spesso riutilizzati i medesimi termini volti ad evocare una profonda tragicità. Questa tendenza al “fotocopiare” la drammatica descrizione dei fatti è riconducibile al modello mediterraneo di giornalismo, ben diverso rispetto a quello scandinavo o anglosassone, caratterizzati da una maggiore neutralità nei racconti di cronaca. Per esempio, in un quotidiano come il The Guardian vi è la volontà di evitare i dettagli superflui di matrice drammatica. Il più delle volte, invece, in Italia lo storytelling surclassa la veridicità dei fatti, con lo scopo di creare una storia.

Marco Speroni, redattore

 

L’infotainment delle varie reti televisive italiane come Rai, Mediaset e i canali All-news, si basa sulla rincorsa a cercare di intrattenere gli spettatori per fare breccia sul loro lato emozionale. Le testate e i telegiornali italiani tentano costantemente di suscitare una reazione nelle persone, con lo scopo di farle arrabbiare, a discapito del valore di ciò che viene raccontato. Lo scopo di attirare l’attenzione, invece della volontà di trasmettere la veridicità del fatto è un ulteriore modello di business. Anche il singolo giornalista evita di rincorrere l’idea del giornalismo watchdog quando si rende conto che bisogna pagare un affitto. The Guardian e Der Spiegel sono casi interessanti per comprendere ciò che manca nel racconto giornalistico italiano rispetto a loro. Qui si tende a creare un’equidistanza sulla notizia, ma è sbagliato voler dare due pesi a qualsiasi tipo di notizia. Se parliamo dello sbarco sulla luna dobbiamo dare lo stesso peso ad uno scienziato della Nasa e un lattaio. Questo è un esempio applicabile a tutto. Le notizie italiane sono tremende per questo motivo, da quando trent’anni fa hanno introdotto questa par conditio, volta a voler dare la parola sia ad un idiota sia a chi ha giudizio per darlo. Inoltre, ogni testata ha il suo bias quindi ognuno interpreta la notizia dal suo punto di vista ideologico. I fatti sono sempre piegati ad una visione politico-ideologica.

Matteo Lenardon, podcaster

 

Soprattutto in Italia dove c’è ancora un forte parallelismo tra giornalismo e politica. In altri modelli giornalistici non esiste questa affiliazione ideologica di una testata ad un partito.

Marco Speroni, redattore

 

Anche all’estero però è inevitabile che alcuni giornali si riferiscano a varie aree ideologiche. Ne è un esempio il disastro che ha creato Fox News nel raccontare le notizie. Negli Stati Uniti c’è un forte settorialismo. Vi sono tanti casi di estremismi di successo, da Alex Jones a Joe Rogan. È impressionante come certi discorsi complottisti che prima facevano parte di contesti di nicchia, ora sono sempre più mainstream. Sembra che ci siano dei veri e propri fan della disinformazione.

Matteo Lenardon, podcaster

 

Dalla mia ricerca su vari articoli riguardo al tema è scaturito che l’esplosione di popolarità del true crime ha riscontrato un diffuso interesse principalmente nelle donne, le quali rappresentano la maggior parte dell’audience “assetata” di true crime. Questo può essere dovuto al fatto che fruire prodotti audiovisivi di cronaca nera per molte donne si tratta di un’esperienza catartica in quanto l’esposizione alla narrazione della violenza attuata nei confronti di altre donne genera un distacco dal crimine. Ascoltare un atto di violenza tramite un podcast o vederlo raccontato in un video può suscitare un’interpretazione del fatto meno personalizzata. Il minor livello di immedesimazione nell’ascolto o nella visione rispetto alla lettura della notizia sui social o sui giornali è anche dovuto all’aumento del sensazionalismo. Una storia contrassegnata dalla costruzione del mostro e dalla descrizione dei dettagli psicologici e violenti appare quindi più lontana e astratta a tal punto che si tende a banalizzarla, pensando “a me non succederà mai qualcosa di simile”.

Margherita Scavo, redattrice

 

Effettivamente anche nel nostro podcast (Non aprite quella podcast), nonostante sia presieduto da tre uomini, quasi la metà di chi ci segue è donna, un dato che non avrei mai immaginato quando abbiamo iniziato. Anche i casi di podcast come Elisa

True Crime e Indagini godono di un’alta percentuale di donne come ascoltatrici (circa 70%). Probabilmente sono le persone che ascoltano maggiormente questa tipologia di contenuti perché spesso sono le protagoniste di questi episodi. È quindi un modo per comprendere cosa hanno vissuto le altre donne in modo tale da poter esorcizzare, imparare e, soprattutto, non dimenticare. Molti podcast o video sono strutturati tramite uno storytelling da documentario/film molto diverso dal racconto del telegiornale o del quotidiano, perché si segue una storia che può arrivare anche a 40 o 50 minuti. L’approfondimento dei dettagli porta quindi ad umanizzare le vittime, senza perdersi invece nel “titolo clickbait”. Si tratta quindi di un tipo di giornalismo volto alla descrizione effettiva dei fatti.

Matteo Lenardon, podcaster

 

In Italia i fatti di cronaca nera vengono trattati in modo morboso. Basti pensare alla diffusa copertura giornalistica e ai diversi speciali riguardo al caso di Amanda Knox o a Rosa e Olindo. L’interesse maniacale per questi racconti porta a trasformarli in una fiction. Il modo ossessivo di narrarli li rende qualcosa di respingente e volgare. Anche oggi la promozione avviene spesso tramite immagini del podcaster sorridente al fianco del serial killer di cui tratta nel suo podcast/video, ma dovrebbe esserci una distanza. Mostrarsi a braccetto è inquietante, bisognerebbe evitare questo tipo di promozione.

Matteo Lenardon, podcaster

 

Capisco che sia importante raccontare la storia delle vittime per delineare una conoscenza effettiva dei fatti, ma alla fine la maggior parte della narrazione si incentra sulla figura del carnefice e non so quanto questo approccio possa essere utile nel raccontare un caso di cronaca nera. Sicuramente genera più appeal raccontare la storia del killer piuttosto che sensibilizzare sulla morte delle vittime.

Margherita Scavo, redattrice

 

Un esempio di spettacolarizzazione e di scarso controllo e verifica dei fatti è il caso di Giovanna Pedretti, titolare della pizzeria Le Vignole, che si è tolta la vita dopo quella che potrebbe essere definita una gogna mediatica.

È comprensibile che una persona, normale cittadino e non personaggio pubblico, non riesca a sostenere il peso di una mole simile di commenti negativi. I personaggi pubblici molto spesso non riescono a sostenere situazioni di pressione simili, una persona normale a maggior ragione. Infatti sarebbe necessario regolarizzare gli influencer anche dal punto di vista “giornalistico”. Hanno la capacità di influenzare milioni di follower, che possono attaccare in massa chiunque. Per quanto una persona possa aver commesso un errore, ciò non giustifica una gogna mediatica.

Matteo Lenardon, podcaster

 

Se guardiamo ad alcuni casi divenuti cult in Italia, è riscontrabile una tendenza, soprattutto nei primi anni 2000, a scegliere storie ed attaccarsi morbosamente ad esse, raccontandole in maniera romanzata in televisione, e non solo. Esempi chiave sono il caso della strage di Erba (i coniugi Olindo) e quello di Amanda Knox. Si arrivò ad un punto in cui tutti dovevano esprimere opinioni sul tema. Sembra che casi come questi siano entrati a far parte della cultura popolare del nostro paese. Il meccanismo è singolare: tutti vogliono prendere posizione su casi che non li riguardano da vicino.

Beatrice Puglisi, redattrice

 

L’Italia è un paese che necessita di distrazioni. Gli stessi regimi politici beneficiano di casi come questi per distrarre i cittadini: sono vicende che si protraggono per mesi, per anni a causa dei tempi processuali. Sono perfetti espedienti per la distrazione di massa. Casi come questi sono figli dei loro tempi: Amanda Knox è stata giudicata in modo sessista, descritta e trasformata in seduttrice, in mostro. Ogni sua azione, anche la più banale, come quella di andare a comprare dell’intimo poiché non poteva entrare in casa a causa delle indagini, veniva manipolata e presentata al pubblico in modo distorto, con una narrazione che, inevitabilmente, genera odio. Se si smantella questa narrazione, emerge una storia completamente diversa, nuova. Sarebbe necessario ed utile recuperare vecchi casi e studiarli nuovamente, con lo sguardo odierno. Non è ancora stata raggiunta piena giustizia, ma le cose sono migliorate rispetto agli anni 90 o agli anni 2000. “Futuro” tendenzialmente equivale a “progresso”. In passato non era possibile, come lo è ora, unirsi e opporsi e, così facendo, creare una contro-narrazione.

Matteo Lenardon, podcaster

 

Il giornalista, ma anche la persona comune, nell’indagare su un fatto tende a ricercare prove che confermino la sua iniziale opinione, a discapito della verità.Esiste un problema di budget nei quotidiani italiani per quanto riguarda il fact checking: non mancano solo i fondi ma anche il personale. Al contrario di quanto accade all’estero, in giornali come il New Yorker, in Italia manca un vero e profondo controllo delle notizie. Non è diverso rispetto al passato, anzi, ora le voci almeno sono plurali: più voci che dicono cose diverse.

Matteo Lenardon. podcaster

 

Secondo me il clickbait è sempre esistito, il problema odierno è che le fake news si diffondono a una velocità mai vista prima. Se un tempo un giornale pubblicava una notizia falsa non si espandeva così velocemente e così facilmente. Ora è sufficiente che una fonte non oggettivamente affidabile ma ritenuta tale dalla maggioranza degli utenti di un social, in pochissimo tempo la notizia fa il giro dei social e del mondo. La diffusione è immensa. Questo secondo me è il problema che separa il prima e il dopo. Se da un lato pluralismo fonti progresso, ora il rischio è questo.

Margherita Scavo, redattrice

 

Come esseri umani siamo portati a confermare ciò che pensiamo già piuttosto che andare a sbugiardare un preconcetto, questo si chiama pregiudizio di conferma. Si è più inclini a cercare qualcosa, un’informazione che sia coerente con quello che si pensa, senza soffermarsi su se l’informazione sia corretta o meno. È molto più complesso scardinare le proprie idee e convinzioni.

Beatrice Puglisi, redattrice

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