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Senza parole – ep.7

Un tema tormentato da cattive narrazioni è al centro di una discussione tra redattori, esperti, e un’artista. Sarà lui a reinterpretare il tema con il suo lavoro grafico, un linguaggio visivo che denuncia i limiti dei media tradizionali esprimendosi rigorosamente senza parole.

Questo articolo parla di:

In questa puntata di Senza Parole le redattrici di Scomodo dialogano con
Marzia Antenore, professoressa di Comunicazione e Ricerca sociale presso
l’università La Sapienza, di come la salute mentale venga rappresentata sui
social media e dalla cronaca italiana. Qui puoi leggere alcuni estratti del
dialogo che ha ispirato le tavole a fumetti di Elisa Terranera.

Il tema della salute mentale viene molto discusso, anche sui social, e questo segna
già un distinguo con quelli della mia generazione. La salute mentale era un tabù.
Non veniva affrontato né dai media né dalle istituzioni, tantomeno all’interno della
famiglia, anche perché c’è una sorta di stigma per cui persone che avevano problemi
dal punto di vista mentale erano dei veri e propri “matti”. Gli altri, invece, erano
semplicemente scontrosi, sfaticati, oppure svogliati, o erano nella loro fase
adolescenziale; quindi, in qualche modo quello che si chiamava “adolescenza” oggi
si chiama all’interno delle famiglie salute mentale. Ho notato che i ragazzi,
soprattutto sui social, si sono appropriati di questo tema, forse non soddisfatti di
come gli adulti lo trattano sui media generalisti, forse non sentendosi rappresentati,
ma è un tema che hanno molto a cuore.
Tanti ragazzi sui diciotto, venti, ventidue anni che, anche spinti dalle loro figure di
riferimento, raccontano questo tema su TikTok. TikTok è il regno dell’autenticità
rispetto al suo “avversario” Instagram, che è il mondo del patinato, del vorrei, del
metto in mostra tutto quello che non ho, per alcuni TikTok è il luogo in cui essere
veramente autentici. Vedo i ragazzi usare i TikTok come “camerette” in cui si
sfogano, piangono, si disperano, fanno storytelling sulla loro esperienza, si mettono
in discussione e prendono la parola.
Il tema della salute mentale che un tempo era legato all’idea della pazzia, ora è
normalizzato. È una sorta di convenzione per romanticizzare il dolore, è come se
fosse una modalità accertata per esprimere un certo tipo di disagio.
Marzia Antenore, professoressa di Comunicazione e Ricerca sociale presso La
Sapienza

La romanticizzazione è virale su TikTok, riguarda tanti aspetti della vita quotidiana,
anche minori, perché può dare un conforto il dire “faccio questa piccola cosa che
può svoltare la mia giornata”, anche in senso positivo, che è anche una forma di
sfogo. Ci sono persone che lo fanno apertamente e altre che le seguono come
pubblico, ci si riconoscono. Può essere una forma di aiuto perché molti vogliono
semplicemente essere ascoltati.
-Ludovica Di Sarro, redattrice

Generazione Z e Millennial hanno portato avanti il dibattito sulla salute mentale e contribuito a sensibilizzare le persone su questo tema. Bisogna considerare però che, come evidenzia Mark Fisher nel suo libro “Realismo Capitalista”, alcune condizioni come quella di ansia, depressione e stress sono diventate sistemiche, ovvero non sono più problemi avvertiti solo a livello individuale e personale ma caratterizzano la collettività.
Gioia Maurizi, redattrice

“Il tema della salute mentale invece viene interpretato dai media generalisti, quindi televisione, radio e giornali, e specialmente nel racconto di cronaca, come un problema individuale e legato a singoli casi. In realtà è un problema collettivo, non solo per le ricadute sociali, ma anche economiche e operative. Mi riferisco soprattutto alle ricadute sulle SPDC. Perché ci sono tanti ricoveri e problemi negli SPDC? Perché non ci sono strutture intermedie che accolgono persone con problemi di salute così gravi da richiedere un TSO2 ma neanche così lievi da essere gestiti all’interno della famiglia. Molte strutture SPDC vengono anche chiuse, che non hanno una grande capacità di accoglienza; quindi, è un problema collettivo importante che ha delle ricadute sulla sostenibilità della salute mentale.
– Marzia Antenore, professoressa di Comunicazione e Ricerca sociale presso La
Sapienza


A volte nel racconto giornalistico di una notizia legata a un tema di salute mentale di cronaca si entra nel merito della vicenda, come se ci fosse un giudizio sulla persona, e la si definisce con il suo disturbo, allontanandosi dal racconto della notizia o dell’evento.
– Gioia Maurizi, redattrice

Quando si parla di salute mentali sui giornali e media legacy (media convenzionali) si tende soprattutto a parlare di cronaca nera. I giornalisti devono per forza entrare di più in sintonia con la sensibilità delle nuove generazioni anche se non sono i loro lettori ma devono tenerne conto, dal punto di vista del linguaggio e dell’attenzione a questo tema, però è come se fosse un territorio che non gli appartiene. Al di là della cronaca, da dopo Basaglia ho visto poco parlare di servizi psichiatrici, cura sul territorio e psichiatria democratica.
– Marzia Antenore, professoressa di Comunicazione e Ricerca sociale presso La
Sapienza


Nella serie “Tutto chiede salvezza”, tratta dal romanzo di Daniele Mencarelli, i
personaggi sono tutti autentici, né troppo cattivi, né troppo buoni, strambi o normali. Sono delle figure a tutto tondo, non c’è il bipolare, o il genio creativo che dipinge, nel pieno dello stereotipo del “pazzo creativo”. Sono persone normali che affrontano dei momenti di grande difficoltà sia familiare che personale. In alcuni casi c’è una rappresentazione estrema e stereotipata e in altri c’è attenzione per l’autenticità. Nelle serie italiane ho visto questa delicatezza e poesia nel racconto.
– Marzia Antenore, professoressa di Comunicazione e Ricerca sociale presso La
Sapienza


C’è una sorta di infelicità condivisa perché c’è il modello, il mito irraggiungibile
esposto sui social, d’altra parte tutte le persone di generazioni molto giovani parlano molto apertamente della propria infelicità e dello stato mentale, in maniera molto diretta. Rispetto agli anni precedenti sono tutti più disposti a parlare di come si sentono, soprattutto riguardo le emozioni negative.
– Laura Colosi, redattrice


È una novità rispetto alla mia generazione, noi non parlavamo di nulla, gli stati
d’animo non venivano presi particolarmente in considerazione. Un figlio doveva
essere educato, studiare, aiutare in casa, e il suo benessere mentale non veniva
considerato e non ci si sentiva a proprio agio nell’esprimere come ci si sentiva. I
social sono un’ottima spinta su cui lavorare in questo senso.
– Marzia Antenore, professoressa di Comunicazione e Ricerca sociale presso La
Sapienza

SPDC è l’acronimo di Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura, che offre assistenza, cura e ricovero per
disturbi psichici critici e attività di consulenza urgente in tema.

TSO è l’acronimo di Trattamento Sanitario Obbligatorio, ovvero la somministrazione di cure mediche a prescindere dalla volontà del paziente
 

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