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Senza parole – ep. 6

Un tema tormentato da cattive narrazioni è al centro di una discussione tra redattori, esperti, e un artista. Sarà lui a reinterpretare il tema con il suo lavoro grafico, un linguaggio visivo che denuncia i limiti dei media tradizionali esprimendosi rigorosamente senza parole.

Questo articolo parla di:

I media e la cronaca italiana raccontano la maternità effettuando una narrazione che in molti casi risulta essere irreale e nociva, mostrando standard spesso difficili da raggiungere. Qui puoi leggere alcuni estratti del dialogo tra le redattrici di Scomodo e la giornalista e scrittrice Jennifer Guerra, da cui sono nate le tavole a fumetti di Enrico Pinto.

Quando si parla di maternità c’è una grande ambivalenza nel tema che, forse, è un po’ l’ambivalenza della maternità in sé e per sé. E’ un tabù non esprimere gli aspetti negativi della maternità come quelli preponderanti, o come quelli più rilevanti, sia da un punto di vista della storia individuale della singola persona, che a livello sociale, perché la maternità è sì qualcosa che riguarda il singolo individuo, la singola donna, ma ha una portata sociale gigantesca. Parlare degli aspetti negativi della maternità, del pentirsi della maternità o di non essere contente della maternità è il grande tabù, che, tra l’altro, non ha una vera e propria controparte maschile, perché l’idea del padre che non può essere padre è molto più sdoganata, anche nella rappresentazione televisiva, nei film, nelle serie tv. Questa ambivalenza è preferibile rispetto alla narrazione esclusivamente idealizzata della maternità, però anche quando si parla di temi come la depressione post partum, o le difficoltà legate alla nascita di un figlio, c’è sempre questa necessità, questo obbligo morale di anteporre l’assunto che la maternità è una cosa positiva.

Jennifer Guerra, giornalista e scrittrice

 

E’ interessante come l’aspetto negativo della maternità faccia fatica a trovare spazio nella narrazione dominante italiana, quando invece ci si permette di strumentalizzare lo stato della donna in una chiave politica, nonché economica nel momento in cui il figlio nasce. Ci si interroga e si discute sull’utilità ed impatto che può avere un figlio nel nascere, crescere, per poi essere uno strumento economico per l’Italia futura. Si analizza la questione in termini generali e difficilmente individuali, lasciando la singola da sola a dover affrontare la gestazione e tutte le difficoltà ad essa correlate. A proposito avevo trovato un articolo interessante di tpi, del post internazionale in cui si riportavano delle dichiarazioni rilasciate dal ministro Antonio Tajani a maggio 2021 che rimarcavano questa idea della donna come strumento, procreatrice di una prole che contribuirà allo sviluppo socio-economico del paese.

Idarah Umana, redattrice

 

Tutto il dibattito sulla natalità da un punto di vista ideologico il governo lo vuole giocare sulla risignificazione della maternità e genitorialità come qualcosa di bello. Il responsabile della Rai del governo aveva rilasciato un’intervista ad Avvenire in cui diceva che in televisione la famiglia viene rappresentata come qualcosa di negativo, in cui ci sono i conflitti e invece la nuova Rai dovrebbe impegnarsi a mostrare le famiglie felici. Il progetto ideologico della natalità si gioca moltissimo su questa idea positiva della maternità, che Giorgia Meloni stessa incarna pienamente. Tutte le misure fatte per incentivare la natalità, che sono assolutamente inutili, come confermano tutti gli esperti demografi, insistono sugli aspetti positivi della maternità, e infatti prevedono soldi, bonus, il pagamento dei contributi ecc. Quindi è coerente questo progetto di risignificazione positiva della maternità attento a non negare del tutto gli aspetti negativi facendo però un’attenta selezione di quali aspetti valorizzare, citare e quali no. Il piano individuale viene riconosciuto, il piano collettivo-sociale no, il prezzo da pagare da un punto di vista sociale non viene quasi mai sottolineato.

Jennifer Guerra, giornalista e scrittrice

 

Il valore della maternità cambia moltissimo anche in base a chi è il soggetto gestante. Una delle rappresentazioni peggiori della maternità che vediamo sono tutte le polemiche riguardo le donne senza fissa dimora che fanno le borseggiatrici e che sono spesso anche incinte, quindi in quel caso la maternità da questo evento imprescindibile nella vita della donna, dall’altissimo valore sociale diventa «queste si fanno mettere incinta apposta per non fare il carcere». Stereotipi classisti, razzisti, e in quel caso la maternità non ha nessun valore sociale positivo e infatti queste donne vanno tra l’altro in carcere con i figli, problema che nessuno si prende la briga di risolvere: togliere i bambini dal carcere. C’è anche tutta la questione legata a come cambia la maternità anche in base all’età, il valore che viene dato alla maternità cambia in base all’utilità che quella gravidanza ha nel contesto sociale, quindi può diventare qualcosa di estremamente deprecabile, come si vede nel caso delle borseggiatrici.

Jennifer Guerra, giornalista e scrittrice

 

In un articolo del Corriere la presentatrice Diletta Leotta parla di problemi che ha vissuto durante la maternità, e sottolinea come lei fosse controtendenza perché tutti mettevano al primo posto il lavoro mentre lei, a 32 anni, quindi un’età per cui si reputava giovane – anche se chi l’intervista sottolinea l’aspetto non trascurabile dell’orologio biologico – pensava che fosse “il momento giusto”, per cui voleva convincere anche le sue amiche a invertire la tendenza e avere figli. Diletta Leotta afferma di mettere al primo posto il lavoro, ma, sebbene anche lei abbia avuto delle difficoltà, queste non sono le difficoltà lavorative che potrebbe avere qualcun’altra. Il discorso sociale è interessante, così come quello della polarizzazione, perché o una cosa è estremamente positiva o estremamente negativa a seconda di chi stiamo parlando. Il corpo della donna strumentalizzato come corpo della nazione è da difendere, dunque la maternità è una cosa positiva da preservare, mentre il corpo di una donna emarginata, che fa parte di uno strato sociale molto basso non è più il corpo dell’italiana da proteggere.

Laura Colosi, redattrice

 

Esiste l’idea dell’egoismo nel fare i figli: i figli sono considerati una cosa positiva per la persona e come hai detto tu per la nazione, per la società, ma fino a un certo punto, perché una donna che partorisce in età avanzata viene subito tacciata di egoismo, una donna che ha voluto figli nonostante abbia superato l’età “giusta” per farli, al contrario una donna giovane che non fa figli è egoista perché pensa alla carriera e al lavoro. Quest’idea di compiere una scelta su cui nessuno possa sindacare socialmente, sembra impossibile anche nel momento in cui la maternità viene portata avanti nei tempi e nei modi che sono considerati quelli giusti e quelli corretti, e quindi diventa quasi impossibile riuscire a soddisfare a pieno questo ruolo sociale. E poi all’interno la maternità si interseca con una serie di altre questioni, come le questioni di classe o le questioni razziali citate prima. Basti pensare come vengono trattate le donne straniere che sono in gravidanza nel servizio pubblico, nei consultori, nei servizi pre-parto e tra l’altro come la loro maternità venga letta spesso come segno di inciviltà, anche questo è un tema, il fatto che loro facciano tanti figli, che se fosse una donna bianca nata in suolo italiano farebbe la gioia di tutti i sovranisti, e delle associazioni delle famiglie numerose, quando è una donna straniera che ha tanti figli allora è segno di inciviltà, arretratezza o si da per scontato che lei sia una vittima di violenza da parte del marito. In qualche modo mi viene da dire, come spesso accade in relazione alle donne, qualsiasi comportamento in qualche modo non va bene, non c’è un modo giusto di vivere la propria identità femminile o in questo caso la propria maternità.

Jennifer Guerra, giornalista e scrittrice

 

La figura del padre è molto spesso assente dalle narrazioni. In generale si parla poco di paternità. È comune che a una donna che svolge un qualsiasi tipo di professione vengano fatte domande sul suo essere madre, questo non accade mai quando si intervista un politico, uno scienziato, un manager. A un uomo con una vita ‘complicata’ non si chiede mai «come concili la tua vita con quella dei tuoi figli?».

La paternità non viene minimamente presa in considerazione e questo si riflette su tutte le politiche della paternità. L’unica politica che c’è in questo senso è un congedo di paternità assolutamente esiguo e irrisorio di 10 giorni e, tra l’altro, a proposito di natalità tutte le iniziative che vengono fatte rispetto al congedo parentale, col fatto che questo congedo può essere liberamente usato tra i due genitori, fa sì che chi lo usa è quasi sempre la madre, perché il padre di solito lavora di più, ha uno stipendio più alto, quindi prenderlo per lui è più difficile e meno socialmente accettato. È un circolo causa-effetto, l’assenza nell’immaginario della paternità poi si riflette anche su delle politiche che non tengono conto della paternità, anche a scapito dei padri stessi, perché molti padri vorrebbero dedicare più tempo ai figli o poter usufruire dei congedi parentali come le donne, o comunque non essere messi nella condizione di doverci rinunciare. È facile vedere questa narrazione contraddittoria sulle donne, la super mamma o la mamma degenere, questa maternità ambivalente, invece questo spesso per gli uomini non esiste, per i padri, o il padre è assente o se c’è la sua presenza è irrilevante e comunque non viene raccontata come figura a mio parere, o se viene raccontata viene raccontata per i suoi aspetti esattamente negativi, il padre tossico, il padre-padrone e mai come modelli positivi o comunque come modelli in cui gli uomini possano rispecchiarsi.

Jennifer Guerra, giornalista e scrittrice

 

L’idea della supermamma e della donna sempre pronta al sacrificio penso sia anche proiezione cattolica della figura femminile concepita come angelo, propensa sempre a sacrificarsi per l’altro a discapito di sé. E’ evidente come in Italia la religione cattolica abbia codificato una scala valoriale ben precisa che si è insinuata, nel nostro paese, sia in ambito culturale che normativo. Allora mi sono domandata, ampliando lo sguardo, come viene concepita la maternità tra quegli stati membri Europei che, come la Francia, si dichiarano apertamente laici già in costituzione e hanno valori nazionali indipendenti e quindi slegati da qualsiasi confessione religiosa. In particolare volevo domandarti quanto questa diversa concezione impatti anche sull’accesso a diritti essenziali e di favore per la donna nel corso della gravidanza e nella crescita del proprio figlio.

Ti pongo questa domanda perché recentemente sono stata a Marsiglia e avevo notato come vi erano moltissime famiglie giovani con bambini, donne giovani in stato di gravidanza e ho riflettuto come in Italia le cose siano differenti, forse anche proprio per la diversa concezione e ruolo della maternità.

Idarah Umana, redattrice

 

Sono moltissimi i casi di ‘supermamme’, come la ragazza che partorisce mentre discute la tesi di laurea, cose che capiamo perché fanno notizia, ma il problema diventa quando questa narrazione della maternità poi diventa l’unica narrazione accettata o pienamente positiva della maternità che viene fatta. Questo presuppone poi, ovviamente, che la maternità possa esprimersi soltanto in questi stati eccezionali e non nell’ordinarietà. Angela McRobbie, filosofa femminista, fa delle riflessioni sulla materntà contemporanea parlando proprio di questo aspetto: una maternità ‘super’ per cui una donna dopo una settimana che ha partorito deve essere già in forma, tornare al lavoro, da un lato sono una risposta all’idea che la maternità sia sofferenza invisibilizzazione nella società, dall’altro lato, però, sono anche una risposta esagerata e molto performativa, che si adegua anche a questa società iperproduttiva, ipercapitalista, iperperformante e iperefficiente. Mcrobbie, infatti, riconosce come una volta la maternità venisse vista come una tregua dalla vita ordinaria, mentre adesso è diventata una sfida per cui si deve subito iniziare ad amministrare la propria maternità come se si stesse amministrando un’azienda.

Dunque, anche tutte queste retoriche sul sacrificio, efficienza, organizzazione, conciliazione, non fanno altro che esasperare questi caratteri performativi della maternità che poi alla fine possono essere molto deleteri per chi la vive.

Jennifer Guerra, giornalista e scrittrice

 

C’è un collegamento tra maternità e sessualità: per la narrazione comune la maternità annulla la sessualità. Come se ad un certo punto si diventasse madre e si smettesse di essere oggetto sessuale, cosa che prima si era anche negativamente, basti pensare alla frase “potrebbe essere tua figlia, tua madre”. Dunque la sessualizzazione del corpo dipende dalle circostanze, attuando una polarizzazione fittizia che cambia a seconda dei casi.

Laura Colosi, redattrice

 

Per approfondire il tema al centro del dialogo ecco alcuni consigli di lettura:

●  Angela McRobbie, Feminism and the Politics of Resilience, Polity Press, 2020

●  Alessandra Minello, Non è un Paese per madri, Laterza, 2022

●  Francesca Bubba, Preparati a spingere, Rizzoli, 2023

●  Selena Postorino, Filosofia della maternità, Il melangolo, 2021

●  Loredana Lipperini, Di mamma ce n’è più d’una, Feltrinelli, 2013

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