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Senza parole – ep.9

Un tema tormentato da cattive narrazioni è al centro di una discussione tra redattori, esperti, e un artista. Sarà lui a reinterpretare il tema con il suo lavoro grafico, un linguaggio visivo che denuncia i limiti dei media tradizionali esprimendosi rigorosamente senza parole.

Questo articolo parla di:

In che modo la stampa e la cronaca italiana raccontano la migrazione all’estero dei giovani? In questo episodio di Senza Parole i redattori e le redattrici di Scomodo approfondiscono la modalità di narrazione effettuata sulla cosiddetta ‘fuga di cervelli’ con Luca Radassao, coordinatore per ADI Bologna, Associazione Dottorandi Italiani. 

Da questo dialogo hanno preso vita le vignette di Gaia Magnini.

A livello mediatico la fuga di cervelli è un termine che viene usato per descrivere chi va all’estero e lì fa qualcosa di particolarmente rilevante e ha fortuna. E’ un’espressione utilizzata dai media in modo ampio, se si prende invece in considerazione soltanto l’area della ricerca, a portare i ricercatori a lavorare all’estero ci sono vari motivi, tra cui alcuni fattori che risultano banali, ma che sono determinanti per condurre una vita più agevolata rispetto a quella che si condurrebbe altrimenti in Italia, come ad esempio una burocrazia semplificata, un’apertura maggiore dei servizi quali uffici e biblioteche che facilitano la vita lavorativa e degli studenti. 

Molte persone in realtà tornano in Italia dopo un periodo più o meno breve passato all’estero, e tentano di replicare lo stesso modello, senza però riuscirci.

Luca Radassao, coordinatore ADI Bologna 

 

C’è una narrazione generalista che tende a descrivere i giovani che scelgono di andare a lavorare in un altro paese come delle persone ingrate che voltano le spalle al proprio paese, nel quale invece, la maggior parte delle volte, hanno studiato e si sono formati. Sembra come se si volesse incolpare i giovani che migrano piuttosto che tentare di risalire alle cause profonde, di natura sociale ed economica, che spingono le persone a compiere questa scelta, trascurando molto spesso anche quanto la scelta sia in molti casi difficile e sofferta. 

Alice Pizzagalli, redattrice 

 

Quando si parla di percorso accademico, e per usare un termine mediatico, fuga di talenti, sembra quasi che le università italiane non si adoperino abbastanza per cercare di tenere in Italia i propri talenti, neanche nei piccoli gesti. Per fare un esempio pratico: avere uno spazio che sia sempre aperto in Italia dove puoi lavorare, con una scrivania, una presa elettrica vicina a te e funzionante, è difficile, perché molti spazi chiudono presto, mentre nelle università estere gli studenti e i dottorandi hanno dei badge e possono entrare e uscire dagli spazi con facilità. Secondo me sono questi piccoli elementi che fanno parte della vita quotidiana, a spingere i dottorandi e i ricercatori ad andare all’estero, e non i grandi sistemi. Chiaro che, comunque, non bisogna fare assolutizzazioni. 

Luca Radassao, coordinatore ADI Bologna 

 

La crepa generazionale in Italia è un fattore sociale da non sottovalutare. Questo può essere un rallentamento anche a livello lavorativo, perché l’Italia sembra non essere al passo con le innovazioni sociali. Ci sono chiaramente grandi differenze tra le grandi città e i centri periferici da tenere in considerazione. In Italia ci sono ancora moltissime realtà aziendali che non pagano gli straordinari ai propri dipendenti e che però pretendono che gli stessi si fermino a lavoro fino a tardi. 

Alice Pizzagalli, redattrice 

 

In Italia si disinveste da anni nell’istruzione e nella formazione, per cui per fare ricerca non si hanno gli strumenti adatti. C’è una dimensione del cosiddetto ‘cervello in fuga’ cioè delle persone che si spostano dal sud al nord dell’Italia, creando quindi una migrazione interna e oltre a ciò sembra che tutto si concentri in pochi centri determinati. 

Alessandro Trevisin, redattore

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