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Senza dirlo a nessuno: spiare l’adolescenza

Nel suo ultimo romanzo "Senza dirlo a nessuno" Giorgio Scianna denuncia il dramma dei minori usati dai servizi segreti

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Nel 1901 in Inghilterra MacMillan & Co. Ltd. pubblica Kim, di Rudyard Kipling. Il romanzo si muove tra la vastità delle colline tibetane e l’accoglienza dei piccoli bazar indiani, mentre il protagonista, un tredicenne orfano di un sergente inglese e di una donna locale, viene iniziato a un’arte che appartiene a «i diavoli e gli inglesi»: lo spionaggio. Con Kim, l’autore de Il libro della giungla, oltre ad aggiungere un’altra magistrale storia alla sua produzione, scrive un libro in cui denuncia (in)volontariamente l’uso che il governo inglese ha fatto degli adolescenti relativamente al campo dei servizi segreti.

Se i prestigiosi campus universitari diventano una palestra di reclutamento per giovani spie in erba nel periodo che intercorre tra le due guerre mondiali, durante la guerra fredda Londra diventa un punto centrale per l’addestramento di questi 007 wannabe

La pratica è arrivata fino ai nostri giorni: nel 2018 con uno spot televisivo l’MI6 (i servizi segreti britannici) fa sapere agli abitanti del Regno Unito che anche i ragazzi di seconda e terza generazione possono compilare l’application form per poter diventare spie. Alex Younger, ex capo dei servizi segreti inglesi, aveva commentato: «My message remains simple: there is no “standard” Ml6 officer: if you have what it takes, then apply to join us» (Il mio messaggio è semplice: non c’è uno “standard” per gli agenti dell’MI6: se hai quello che serve, unisciti a noi). 

 

La motivazione che si cela dietro quella che sembrerebbe essere solo una distorta e cupa puntata di Criminal Minds è semplice. I minori sono ottimi informatori perché non destano sospetti. È per questo motivo che vengono usati per combattere abusi sessuali o per combattere il traffico di droga. La pratica è tanto diffusa da essere regolamentata dal Covert Intelligence Bill: ragazzi di sedici anni (a volte anche più giovani), possono essere usati da varie branche delle forze dell’ordine e delle agenzie di antiterrorismo. Da tempo si lotta per eliminare questa prassi, tant’è che l’associazione Just for Kids Law ne sottolinea la pericolosità. Il rischio di diventare bersaglio di violenze – se scoperti – è altissimo: alcuni adolescenti sono stati perseguitati da racket della prostituzione, trafficanti di droga o gang giovanili perché sospettati di lavorare come spie per la polizia.

È su queste premesse che Giorgio Scianna costruisce il suo ultimo lavoro, Senza dirlo a nessuno, un romanzo-puzzle i cui tasselli a poco a poco, pagina dopo pagina, grazie alla sapiente prosa dell’autore, trovano il loro posto. 

La storia è quella del sedicenne Manish: vive a Londra con un padre che gli ha dato ciò che tutti gli adolescenti desiderano, la libertà. Manish si rivolge a lui con il suo nome, Kirti, e fa quasi strano leggere di un figlio che salta la distanza della genitorialità, annullandola con una parola sola. Kirti è un «coinquilino distratto», ma in quella distrazione si celano la pacatezza e la consapevolezza di chi sa che i figli li si stringe tra le braccia solo finché non sanno camminare, poi bisogna saperli lasciar andare.  Quando chiedo a Scianna di come nasce questa relazione padre-figlio mi dice che sembrano «due gatti», c’è tanto affetto ma ognuno vive nel suo mondo. È così che Manish affronta il mondo: cammina da solo e lo guarda con i suoi curiosi occhi color nocciola; gli occhi di un ragazzo intelligente, sveglio – occhi che sua madre Barbara non riesce più a decifrare nel momento in cui le arriva una telefonata. Manish è stato arrestato a Roma per spaccio. Lei, Barbara, si è rifatta una vita a Genova e quando la informano dell’arresto lascia di corsa i bambini e il nuovo marito per raggiungere quel suo primo figlio cosí enigmatico. Sento il tono che si piega in un sorriso quando gli chiedo di più su Barbara, la madre che è «ossessionata dal conoscere suo figlio». Al telefono sento la sua voce graffiarsi a causa della rete altalenante, ma in quei suoni distorti c’è la risposta: «al centro di tutto il libro c’è quel gioco di specchi tra Barbara e il figlio nel tentativo di capire la loro parte più profonda».

In questo gioco di equilibri, in un mare di personaggi che si agitano e che annaspano c’è Manish, la cui imperturbabilità funge da forza centripeta. Tutto ruota attorno a lui e in queste relazioni si scorgono due mondi agli antipodi. Da un lato c’è quello di Kirti – il padre pacifico e dal tono pacato, che vive senza regole – e quello di Barbara – piegata dagli orari e dalla precisione, dalla formazione professionale da medico che la spinge a cercare certezze e formule esatte, ma che ancora rimpiange e ricorda il tempo dei piedi nudi a casa Kirti, quando erano tutti una famiglia, di quelle strane ma felici. Un rapporto intergenerazionale raccontato con cura, come Scianna fa spesso nella sua produzione. 

 

La “resa dei conti” si svolge in una Roma senza identità, familiare a chi la attraversa di passaggio e quasi sconosciuta a chi la vive di continuo. È la Roma delle grandi strade e dei parchi, terra di nessuno che accoglie questi protagonisti esuli e senza casa, congelati in uno spazio che non gli appartiene ma che imparano a conoscere e nel quale imparano a riconoscersi. 

Sullo sfondo, il dramma di una legge apparentemente incomprensibile, di una pratica che a Barbara non va giù e che proprio non riesce a comprendere. I giorni scorrono nel tentativo di capirci qualcosa e soprattutto di comprendere di nuovo Manish, il perché della sua scelta, di quella vita nascosta tanto pericolosa quanto affascinante. 

 

Ci sono due filoni che si intrecciano: il primo è l’esplorazione di un’intricata relazione familiare, che con movimenti ondivaghi tocca note amare e poi più dolci, fino a districarsi. Il secondo è l’analisi di scelte logistiche e legislative che sembrano non tenere conto dell’interiorità, di un io che è in fieri in un’età tanto complessa e delicata che è quella dell’adolescenza; di scelte che chiedono di fare un salto anagrafico in nome di un bene superiore, di giocare a fare i grandi prendendo parte a quella che pare un’avventura irripetibile, nell’occasione unica di fingersi e credersi eroe. 

In Senza dirlo a nessuno Scianna riesce a condensare temi importanti che formano più generazioni e che sono capaci di unire, di portare a una riflessione oculata sul modo che si ha di vivere il proprio tempo, sui grandi che cercano di afferrare i ragazzi e sui ragazzi che si credono grandi. 

 

Non resisto e in un momento di confidenza chiedo a Scianna chi è il personaggio che più si è divertito a inventare per questo romanzo. Sento la sua voce dall’altro capo del cellulare che li descrive a uno a uno, menzionandoli per nome con una familiarità inaspettata – come si fa con gli amici. I protagonisti che ha creato sono tangibili e inafferrabili al contempo: sono tratteggiati con chiarezza, ma mentre sembrano prendere forma riga dopo l’altra diventano fuggevoli, mutevoli e si arriva a riscoprirli sempre nuovi. Mi arriva una risata all’orecchio e mi confessa che alla fine non sa scegliere, li ama tutti. Gli rispondo dicendogli che credo sia il vizio di ogni scrittore, amare quello che si crea con tutti i propri difetti, così come fa un genitore.

«Forse è proprio così».



di Sara Paolella (Sara Paolella)

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