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Self care era

Il cambiamento dello stile di vita delle modelle è uno specchio della società odierna

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Pippare cocaina a casa di Nelson Mandela oggi potrebbe costare la carriera a qualsiasi modella. Nel 1998 non fu così per Kate Moss. La copertina del tabloid inglese “The Sun” recitava “Coke Friend” con una foto della supermodella e quattro strisce.

La notizia scandalizzò, ma un tabloid come il Sun è famoso per copertine di questo genere e l’utilizzo di cocaina per una come Kate Moss era sdoganato, quindi la faccenda non ebbe grandi ripercussioni. 

Questo parallasse nei confronti della figura della top-model e di chi fa parte del fashion-world è stato un processo lungo che è iniziato alla fine degli anni ‘90 ed è diventato norma con l’avvento dei social network. 

Il termine “supermodel” è diventato popolare negli anni ‘80, quando le modelle iniziavano a trasformarsi in celebrità a tutti gli effetti, e all’inizio degli anni ‘90 si ha la consacrazione nello star system con figure come Cindy Crawford, Naomi Campbell e Linda Evangelista. Da semplici indossatrici, le modelle iniziano ad avere una voce e una personalità propria: appaiano nei talk show, alcune vengono ingaggiate come attrici, frequentano celebrità, attirano le attenzioni di stampa e paparazzi, e si danno alla pazza gioia festeggiando nei party più esclusivi.  

Chi andava ad una festa altolocata ad Hollywood nel 1995 poteva aspettarsi di tutto, incluso incrociare Kate Moss e il suo ragazzo di allora, Johnny Depp, intenti a dare avvio alla loro nottata fatta di droga, sesso e grunge.

Fare uso di droghe era così diffuso che diventò uno stile. L’heroin chic era uno dei pilastri della fashion industry dei primi anni ‘90, caratterizzato da pelle molto pallida, cerchi intorno agli occhi, uno stile un po’ androgino, tutti tratti, come suggerisce il nome, associati all’utilizzo di droghe.

Il trend ebbe successo fino al 1997, quando il fotografo Davide Sorrenti, uno dei fautori di questo stile di vita, morì di overdose. La giornalista americana Amy Spindler la definì “l’esplosione di una piccola bomba” che aprì un varco sui pericoli dell’utilizzo della droga nel mondo della moda. Ironico il fatto che il termine “heroin chic” fosse stato coniato al funerale di Sorrenti. Ingrid Sischy, scrittrice ed editrice americana, infatti disse: «Questa è eroina, questo non è chic. Questo heroin chic va fermato».

Gli effetti di questo tipo di cultura che puntava a una magrezza spropositata furono un’onda lunga che si propagò anche nel mondo del cinema, con personaggi come Lindsay Lohan e Hilary Duff fino a celebrità slegate come Paris Hilton.

Tutte personalità che, in seguito, parlarono di come quello stile di vita fosse deleterio per la loro salute fisica e mentale, creando una predisposizione perfetta per i disturbi alimentari.

Una testimonianza in prima persona arriva dalla super modella italiana Bianca Balti. Ospite del podcast One More Time di Luca Casadei, Balti racconta la sua adolescenza, passata con gli amici tra rave e droghe, i suoi primi giorni da modella, nei quali era ancora immersa in quello stile di vita sregolato, e conclude spiegando come oggi, invece, ci sia un nuovo cool nel mondo della moda dove droghe, alcolici, e serate selvagge, non sono ammessi. Balti si è anche recentemente esposta sul suo account Instagram in occasione del decreto anti-rave, a sostegno delle proteste scaturite dalla proposta del ddl.

È sempre Kate Moss a tracciare, in senso storico, una linea di confine. 

Il 20 Settembre 2005 H&M sceglie di rescindere il contratto che vedeva la top-model protagonista della collezione autunnale disegnata da Stella McCartney, a causa del suo utilizzo massiccio di cocaina. Il contratto valeva quattro milioni di sterline. 

Da quel momento, la figura della modella smise di essere legata agli eccessi e alla party-culture tipica degli anni ‘90. 

Ha inizio così l’evoluzione che vede modelle e celebrità protagoniste di uno stile di vita sano.

Benessere in vendita

Lo scenario sta cambiando: ai bicchieri di vino sorseggiati la sera ai party con una sigaretta tra le dita si sostituiscono le tazze di matcha tea, il tè verde in polvere ricco di proprietà depurative; al look con protagonista lo smudge mascara da bad girl di ritorno da una serata, si preferisce un look pulito, acqua e sapone, raggiungibile grazie a una lunga notte di riposo e a una ferrea routine di bellezza. 

Negli ultimi anni sembra esserci stato il boom della skincare, sono infatti sempre più numerose le celebrità che scelgono di avviare una propria azienda di prodotti per la cura della pelle. Da Rihanna, che con il suo marchio Fenty Beauty sembra aver conquistato il mercato mondiale dei cosmetici, a Selena Gomez, che nel 2020 ha dato vita al brand Rare Beauty, con modelle di tutte le taglie, età, ed etnie. Ad aver subito una clamorosa crescita non sono solo aziende di trucchi e cosmetici ma anche brand volti alla salute e al benessere fisico e mentale, che vendono prodotti come candele, cristalli, aromi, vibratori, e tanto altro. Ne è un esempio Goop, il wellness shop creato da Gwyneth Paltrow, e il più recente Poosh di Kourtney Kardashian che, da brava imprenditrice sotto la guida della mom-ager Kris Jenner, non si è lasciata scappare l’occasione di imporsi su un mercato così florido. 

È evidente che se tutti questi brand riescono a ritagliarsi ognuno il proprio spazio nei beauty cabinet di milioni di persone in tutto il mondo, è perché la richiesta cresce sempre di più. Non sono infatti solo celebrità come modelle e attrici, che per il loro mestiere devono prendersi cura del proprio aspetto fisico, a comprare e usare prodotti di skincare e make-up, ma  persone con stili di vita di ogni tipo. 

Il tempio per eccellenza dove si possono trovare i migliori marchi e prodotti in circolazione è sicuramente Sephora, multinazionale francese, con oltre 750 punti vendita, di cui 94 in Italia. Il sogno di ogni brand è atterrare sugli scaffali di Sephora, dove, nonostante i prezzi spesso da capogiro (una cipria in polvere può arrivare a costare anche più di 90 euro), sembra che la clientela non manchi mai. 

A cosa è dovuta questa inversione di marcia nello stile di vita delle top model più famose e pagate al mondo? Se si pensa all’ambito lavorativo, oggi è forse richiesta più professionalità, il che significa: arrivare puntuali sul set, essere cordiali e amichevoli, e far in modo che tutto fili liscio. 

Non sono più benviste modelle in hangover, fanatiche, e poco professionali. 

C’è da considerare anche il fattore social media: celebrità di ogni calibro devono fare i conti con i propri followers, che si aspettano di ricevere il “buon esempio” da loro. Chi si mostra sui social scortese con i fans, o non mostra gratitudine per la propria posizione privilegiata, andrà incontro al disappunto di molti, e, spesso, rischia di giocarsi la carriera. 

È innegabile che anche la pandemia abbia contribuito a questo cambiamento di stile di vita. Costretti a casa, più o meno tutti si sono lasciati convincere dal bisogno di comprare prodotti per viso e corpo con i quali distrarsi e passare il tempo: scrub per il corpo da usare sotto la doccia, candele profumate da accendere per godersi un ambiente più rilassante, maschere per la pelle di tutti i tipi da lasciare in posa per ore, magari mentre si legge un buon libro o si scrolla Instagram. Quella della skin care diventa presto una routine: detergi, esfolia, idrata, e ripeti, ma soprattutto… compra.

Ecco qui, l’apice della self care era. 

Al naturale, sì, ma con qualche aiuto

Le modelle sembrano aver ceduto lo scettro alle nuove influencers, come Emma Chamberlain che da vlogger senza filtri è diventata uno dei pilastri dell’industria della moda, partecipando persino all’evento più importante dell’anno, il MET Gala. 

Con l’era del self care, della bellezza al naturale e delle sane abitudini nascono nuove problematiche. L’ossessione per il nuovo look fresco e pulito è accompagnata dal ricorso a interventi di chirurgia estetica e dall’utilizzo di app che modificano completamente l’aspetto di modelle ed influencer. Per accorgersi dell’impatto che certe pratiche hanno sull’audience di questi personaggi, basti pensare al “fenomeno” delle labbra di Kylie Jenner. Fin da giovane, Kylie ha iniziato gradualmente a sottoporsi ad interventi, fino ad ottenere il look inconfondibile che l’ha resa famosa, e le ha permesso, tra le altre cose, di vendere i suoi lip-kits a milioni di persone. 

Il ricorso alla chirurgia, alla medicina estetica e, in alcuni casi, ad applicazioni come Facetune e Face App, diventa presto il centro di un dibattito mediatico, nel quale il pubblico inizia a domandarsi quanto sia etico promuovere un’immagine di bellezza naturale che è, in realtà, artefatta. 

I più giovani crescono osservando un’ideale di bellezza irraggiungibile e irrealistico. Si sviluppano varie correnti di pensiero: non solo tutto questo può portare le ragazze più giovani a desiderare quell’aspetto e quindi a ricorrere ai mezzi citati prima per ottenerlo, ma è innegabile che vi sia anche un elemento di omologazione, visi che sul feed di Instagram iniziano a somigliarsi tutti. Siamo davvero la generazione dell’inclusione, della body positivity, se alla fine paghiamo tutte per avere le labbra di Kylie, le gambe di Kendall e gli zigomi di Bella? Se il modello che vogliamo seguire, in completa antitesi con quello anni 90, è quello della bellezza salutare, forse non dovremmo solamente soffermarci sulla salute del corpo, sponsorizzando classi di pilates e shake proteici, ma anche su quella della mente, tramite la promozione delle diversità, dell’autenticità e l’accettazione dei “difetti” che abbiamo, che alla fine difetti non sono.

Lo sguardo del pubblico nel tempo si è modificato. Se prima ciò che ci attirava dello stile di vita delle modelle era lo scandalo, l’attitude sregolata e controversa, ora si tende ad ergere queste figure ad icone salutiste, il cui stile di vita e la beauty routine sono da seguire religiosamente. È innegabile che vi sia una responsabilità nei confronti della propria audience ma occorre domandarsi se vi sia un effettivo interesse, da parte della nuova generazione di modelle e influencer, a promuovere uno stile di vita salutare o se sia l’ennesima trovata economica per spingere i follower all’acquisto dei prodotti sponsorizzati. Guru salutiste o panel pubblicitari? Nel bombardamento di grafiche accattivanti con frasi motivazionali sorge il dubbio se, alla fine, non sia più onesta e genuina Kate Moss che rientra da un party con l’eyeliner sbavato. 

Siamo portati a credere che comprare un prodotto equivalga a comprare uno stile di vita (“Buy a product, buy a lifestyle”). Il marketing delle aziende, in particolare del settore beauty e fashion, spinge il pubblico all’acquisto di prodotti mediante una retorica che sembra esaltare l’individualismo, convincendoci che quel correttore o quel paio di jeans ci porterà ad essere il nostro Io ideale. In questa nebbia di promosso self improvement, acquistiamo tutti lo stesso correttore e indossiamo tutti lo stesso paio di jeans. Si marcia verso l’omologazione, convinti che questo ci renderà più sereni, felici, realizzati.

Serve davvero qualcuno con milioni di follower per sapere come vivere la nostra vita correttamente? La domanda non è solo se sia giusto ergere le modelle a punti di riferimento, ma se ne occorra necessariamente uno.

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