Scopare in provincia

Dalle prime volte nei sedili posteriori delle auto ai tabù imposti dalle comunità chiuse, passando per la difficoltà di essere queer in un contesto in cui il controllo sociale pesa più della libertà individuale. Scopare in provincia è una raccolta di racconti di persone Under 25 che parla di sesso e di come lo possiamo vivere fuori da un contesto metropolitano. 

Mi gira la testa

di Chora Minoli

“Mi gira la testa”, penso appena sveglia. È domenica, giorno di riposo, ma nonostante questo sono in ritardo, come al solito. “Cazzo, stavolta non me lo perdonano”; in programma c’è un pranzo con le amiche, quelle di sempre, un rituale da rispettare almeno una volta al mese. Dopo essermi data una stiracchiata ed aver preso un abbondante sorso d’acqua dalla borraccia, col posto fisso alla base del letto, mi fiondo di corsa in bagno: ho bisogno di un restauro.

Alzo lo sguardo all’altezza dello specchio, fisso il mio volto per qualche secondo alla ricerca di quelle imperfezioni da coprire obbligatoriamente e, una volta individuate, lascio fare alla memoria muscolare. Primo step: crema idratante. Cerco di stenderla omogeneamente sulla superficie del mio viso e del mio collo, ma soprattutto sotto il mento, dove sulla pelle chiara spicca un piccolo ma volgarissimo succhiotto. Ieri sera ho scopato con Leonardo sul sedile posteriore della sua auto. “Sempre così”, penso, “la faccio finire sempre così”. 

Sono anni che conosco Leo, ma non siamo né fidanzati né amici, o almeno non nel senso tradizionale del termine. Ci siamo incontrati al tempo delle superiori, grazie ad amici di amici: faceva caldo, probabilmente era già estate, e stavo raggiungendo alcuni amici che erano a prendere il sole o, meglio, a “farsi baciare” da esso su di un telo a scacchi sotto i cipressini di Serravalle. La mia mente vaga per un attimo e penso a quanto mi abbia sempre fatto sorridere la dicotomia di quello squarcio di parco che era come casa nostra; da una parte la calda luce del sole, che ci ricordava che eravamo vivi, dall’altra la presenza di quegli altissimi cipressi che, invece, incarnavano un memento mori. In quello stesso luogo ho conosciuto Leo. 

Non l’avevo notato subito. Una volta arrivata, avevo salutato i miei amici e chi, delle altre persone presenti, conoscevo e, senza troppe remore, mi ero distesa anch’io sui fili d’erba poco verdi e pungenti del prato. Non penso di ricordare l’esatto momento in cui ci siamo scambiati qualche parola per la prima volta, ma ricordo di aver pensato che fosse molto più pacato e dolce di quanto non desse a vedere.

Dopo quella volta, abbiamo cominciato a ritrovarci spesso; d’altronde abitando nella stessa piccola città frequentavamo le stesse persone e gli stessi luoghi. Di fatto ci accomunavano le stesse dinamiche provinciali, ma oltre a questo, io e Leo eravamo entrambi single, annoiati ed eccitati… ci siamo trovati più e più volte a parlare, a bere e a ridere. Basta un momento di sintonia, si sa, a far nascere una scintilla, così abbiamo scopato la prima volta, poi una seconda, poi una terza e così via… “Porca puttana!” esclamo a voce così alta che sento mia madre muoversi bofonchiando nel letto, “Sono anni che scopiamo”. 

Comincio a fissare la matita labbra come se vi fossero risposte o delucidazioni alla fine della mina colorata e, mentre cerco di appuntarla, il flusso di pensieri mi riporta alla prima notte passata con lui: ero più piccola, in piena estate e quello che stavamo facendo mi sembrava frizzante, nuovo ed estremamente eccitante. E adesso? Provo a non pensarci ma so  che tra poco, il tempo di mettere il mascara ed un paio di sneakers, mi troverò a tavola sormontata da domande: “Allora?”, “Com’è andata stavolta?”, “Avete parlato?”. Non posso non pensare al fatto che le mie risposte saranno le medesime di sempre: “Si, sono stata con Leo… di nuovo”, “Bene, dai” e “Si, ma no”. Io e Leo parliamo, parliamo moltissimo, di paure, angosce, desideri e anche di relazioni, ma non parliamo mai di “noi”, poiché non c’è un “noi”, o perlomeno esiste, ma solo entro i limiti dello scopare. “È come il tubino nero che ti salva il culo in serata”, penso, ma questo pensiero non mi piace  e subito noto una smorfia sul mio viso che, anche se per poco, rivela tutti i miei difettucci. La verità è che io e Leo siamo diventati un cliché.

Troppo alta per scopare in macchina (Storia di una lesbica di Castelfiorentino)

di Celeste Miraka

Io sono troppo alta per scopare in macchina! continuava a ripetere Eleonora ogni volta che pensava a come sarebbe stata la sua prima volta.
In quale altro luogo avrebbe potuto abitare la sua fantasia sessuale se non all’interno di una macchina parcheggiata, probabilmente, in uno spaziale isolato di un cimitero, di un centro commerciale, di una chiesa oppure, in alternativa, una buia e lunga strada di campagna. Questi i non-luoghi in cui si consuma il sesso se vivi in provincia. Se poi sei lesbica, oltre al posto in cui fare sesso, bisogna trovare l’unica ragazza lesbica, dichiarata almeno, di quel piccolo centro in cui vivi e sperare che tu le piaccia. Eleonora è una grande osservatrice, la finestra per lei è l’occhio attraverso il quale vive ogni rapporto. Osserva con attenzione tutte le persone che le ruotano intorno durante la giornata, come il vecchio che le attraversa la strada davanti, troppo lento che fa scattare di nuovo il rosso, oppure la ragazza che legge un libro sull’autobus seduta sul sedile di fronte al suo, oppure la cassiera del supermercato, o il calzolaio che lavora seduto su un piccolo sgabello dirimpetto alla vetrina del negozio. Osserva e immagina le loro vite, i loro nomi, i loro lavori e le loro passione, e poi ascolta le loro conversazioni, ci si perde e cerca di capire la loro psiche, il loro dolore  e la loro felicità, se mai ce ne fosse almeno una nell’anima di qualcuno.
Per Eleonora osservare è quasi come un lavoro e il suo obiettivo è diventato scoprire chi possa essere lesbica nella sua scuola oppure, semplicemente, nei posti che frequenta. Nei piccoli luoghi di provincia ci si conosce quasi tutte e non sapere “certe cose” è quasi impossibile, tanto quanto la possibilità che possano esserci più di due ragazze, compresa lei stessa, che siano lesbiche dichiarate ad alta voce con amici e familiari.                                                                                       

                                                                      ***

Il lunedì mattina è un giorno grigio per Eleonora che deve trascorrere le prime due ore di lezione ascoltando la prof. di matematica, quando vorrebbe solamente perdersi nella punteggiatura di una poesia, tra una virgola e un punto, che indicano la possibilità e la fine di un amore. Eleonora ama distrarsi e per farlo inizia a guardare fuori dalla grande finestra che le si trova di fianco e, mentre osserva figure muoversi in gruppo, nota un’ombra distaccata dal resto della folla, che sembra essere a proprio agio nella sua solitudine, in compagnia solo di un cicchino acceso che emana un fumo denso.

È Alice, la strana ragazza solitaria che cerca di imbruttire chiunque le passi accanto e si circonda di poche persone, alle quali è permesso godere della visione che c’è al di là dei muri che innalza. Alice ha i capelli molto lunghi, castani, che le coprono il viso, non li raccoglie mai e solo alcune volte li scosta dalle sue guance tirandoli indietro con gli occhiali da sole che posiziona sulla testa. Anche gli occhiali da sole sono un accessorio che Alice indossa sempre, come fossero uno scudo per evitare che qualcuno possa guardare attraverso i suoi occhi e scoprire quali emozioni riesce a provare. Eleonora vede Alice tutti i giorni alla fermata dell’autobus, entrambe sono sempre in ritardo e riescono a salire per questioni di secondi. 

-Se perdi l’unico autobus che ti porta a scuola e non hai nessuno che può accompagnarti in macchina, allora sei fottuto, ti tocca tornare a casa e arrenderti all’idea di aver perso un giorno di scuola, forse inutilmente.-  

Le due ragazze si scontrano ma non si fermano mai a osservarsi davvero, con attenzione o con interesse, eppure qualcosa le collega, le coincidenze sono costanti; quel ritrovarsi in diversi posti nello stesso momento e guardarsi in modo sfuggente, ma rimandarsi quel cenno visivo che conferma che entrambe sono a conoscenza della presenza dell’altra in quel preciso momento e in quel preciso luogo. La cosa che più di tutte le unisce, visibilmente anche, è un libro che portano sempre con loro, Eleonora nella tasca delle sue giacche large e Alice, invece, nelle sue sacche antifasciste. La lettura è il loro filo rosso, che le unisce e le fa trovare spesso in angoli vuoti da occupare per iniziare a sfogliare pagine e immergersi in qualche storia che le porterà lontano dalla realtà. 

Eleonora quel giorno, però, osserva davvero Alice e per la prima volta nel vederla prova attrazione per lei, soprattutto per i fili d’argento che le decorano con leggerezza i capelli, e perché pensa che possa essere lesbica e, soprattutto, una lesbica a cui non importa il parere degli altri. La prossima mossa, dopo aver individuato il soggetto che potrebbe aiutarla a compiere la sua missione, fare sesso per la prima volta, bisogna parlarle. 

Eleonora decide, allora, di uscire dall’aula chiedendo il permesso per andare al bagno, e di avvicinarsi ad Alice, chiedendole cosa sta leggendo. Una mossa coraggiosa per una ragazzina di quindici anni che non è riuscita mai a parlare con una ragazza con l’intenzione di volerci andare a letto insieme. Anche questa volta le due ragazze si ritrovano a pensare a quelle coincidenze che continuano a collegarle. Alice, infatti, sta leggendo un libro della sua scrittrice preferita, Lettera a un bambino mai nato di Oriana Fallaci, e nella tasca della grande giacca di Eleonora c’è lo stesso libro. Le due ragazze iniziano una conversazione appassionata sulla maternità, sulla scrittura di Fallaci, sulla bellezza e la complessità di quel libro e, infine, quando la campanella suona ed entrambe si rendono conto di essere fuori da troppo tempo, decidono di darsi appuntamento per la domenica successiva e andare a Firenze, per continuare quella letteratura e quella conversazione nel parco dedicato ad Oriana Fallaci, dove Alice andava sempre ogni volta che aveva la possibilità di ritornare nella realtà fiorentina. Eleonora è contenta di quell’invito e, nonostante abbia subito compreso che quello che prova per Alice non è solo attrazione fisica ma, più di tutto, un’attrazione mentale, continua a pensare a dove avrebbero fatto sesso. Non si poteva scopare in un parco. Alice era più grande di lei e forse oltre a un motorino possedeva anche una macchina, potrebbe essere una soluzione no? Questi pensieri non abbandonano Eleonora, che vede Alice come la sua unica possibilità per sperimentare il sesso lesbico, prima che anche lei possa lasciare la provincia. 

Ti riporto a casa

di Giulio Bartolini

La carne si scioglieva, evaporava tra le stanze strette di quella villa in campagna, dove si consumava una promiscuità ingiustificata. Io cercavo di non farci caso e, presagendo il solito, triste, ma rassicurante esito di quella serata, progettavo di ubriacarmi. La musica? Sempre quella. Se non erro, un iPhone, un cavo aux e una cassa Bose che infestavano la casa e l’oliveta circostante con canzoni reggaeton. Su quelle note, mi aggiravo tra culi traballanti e bicchieri straripanti, in equilibrio precario a causa non della passione o di qualche tremore depravato, ma da quelle due dita mancanti che reggevano qualche stramba sigaretta elettronica.

Era tutto così tecnico, banale; eppure di una tecnicità che avevo imparato a fare mia. Solamente tre regole: non farsi troppe domande, pagare e non obiettare. A patto di rispettarle, tutta la tecnica non contava più nulla. Si parlava e si ballava, ma senza corteggiare nessuno: con una vaghezza e un’ingenuità che non provenivano dall’innocenza, ma che assomigliavano piuttosto ai sintomi di una demenza senile, si faceva finta di niente, ben sapendo che quando chi se ne doveva andare via se ne sarebbe andato, ci si sarebbe ritrovati in un letto estraneo, freddo, con qualcuno che lì non ci doveva essere. Il ligio rispetto delle norme borghesi assomigliava a un mantello di non detti, sguardi, culi sfiorati quasi casualmente, guance strette e rossetti sbavati. Così non rimaneva che attendere di vederlo sollevare. 

«Mio babbo non sta tanto bene». «Hai un po’ di bava… qui». «C’è sempre qualcuno in bagno». «Ma senti ‘sta stronza! C’è stata sei volte. Pippa o se la sgrilletta di continuo». «Entrambi».

Presi una birra dal frigo della cucina. Qualcuno in casa si era già appartato su qualche divanetto con i cuscini scomposti. «Furio, vieni con me al fienile». Ruttai. «Per fare?». «Devo prendere due brandine». «Guarda me. Ci sei? Una sotto il braccio destro, l’altra sotto il sinistro». «Dai, forza!». Poggiai la birra e mi incamminai da solo verso il fienile. A metà strada mi voltai e, notando che Gioele non era ancora arrivato, abbandonai ogni buon proposito e feci il giro della villa.

Nel giardino retrostante c’erano tutti quelli che credevo fossero andati via. Lì si stava meglio. Chi per terra, chi sulle poche sedie rimaste, chiacchieravano a voce bassa, e quel brusio sommesso rendeva impossibile qualsiasi intromissione. «Fu’, rimani a dormire qui?». «Penso di sì». Tes mi guardò stringendo gli occhi per coprirsi dal fumo della sigaretta. Tutti mi avevano notato: era troppo tardi per passare inosservato. «Hai visto Gioele?». «Dev’essere in casa». Seguii il suo sguardo e non appena mi voltai, Gioele mi prese in controtempo: «Ma dov’eri?». «Sono venuto a salutare, me ne vado.». Gloria era stranamente sobria. «Glo’, mi puoi accompagnare a casa?». Sembrava non avesse sentito, ma fu l’unica, perché in un secondo il giardino si trasformò in un coacervo di sguardi tronfi di malizia. «Oh, Gloria!». «Vieni, su». Con un gesto della mano salutammo. Non parlammo fino alla macchina; camminava spedita e io dietro la seguivo.

«Da quand’è che hai la Smart?». «Me l’hanno comprata da poco. Non si fidavano più a lasciarmi la Jeep di mamma». «Con questa si muore. Garantito al limone.». «Che ore sono?». «Mezzanotte e venticinque.». «Andiamo al parco?». Iniziai a ridere sguaiatamente. Gloria era fissata con le derapate in macchina. A tarda notte, se qualcuno le faceva compagnia, andava nel parcheggio sterrato del parco per consumare il poco battistrada rimasto. «Tieni i finestrini aperti». Tutto ciò che ci circondava iniziò a trasformarsi in una spirale di giravolte, mentre inutilmente cercavo di tenermi a qualsiasi cosa, persino al cambio, anche se la mano, a volte, mi scivolava sulla sua coscia tesa per premere l’acceleratore. Gira, gira che ti rigira e gira, gira ancora. «Ferma!». Stavo per vomitare, non riuscivo a prendere fiato. Uscii dalla macchina. «Tutto bene?». “Che figura di merda”, pensai. Mi accesi una sigaretta e mi sedetti sul marciapiede. Lei, senza proferire parola, allungò la mano per avere una sigaretta. Per accenderla le porsi l’accendino, ma ignorando il mio invito, si chinò e con la sigaretta tra le labbra volle che gliela accendessi io. La fiamma le illuminava le lentiggini sul naso e perfino il ciuffo di ricci che le cadde sulla fronte chinandosi. «Ti va un panino?». «Ma sì! Andiamo».

Davanti al fast food finì una mezza canna che aveva lasciato nella borsa della palestra. Uscii con due panini e due birre. «Te lo ricordi che fra tre mesi mi sposo?». Nel divorare il panino, annuii. Esatto, fra tre mesi si sarebbe sposata. «Ho già comprato il vestito», proseguì, «Ti faccio vedere le foto». «No!». Sembrava ci fosse rimasta male. «Non si può vedere la sposa con il vestito prima del matrimonio». «Non sei mica lo sposo». Un giorno mi aveva detto che la vita è un gioco di pesi e contrappesi. Si deve solo capire quali sopportare e trovare un equilibrio. Con una brutalità e un’indifferenza da serial killer, mi aveva confessato di preferire il peso di un solo uomo ansimante dopo il solito coito deludente a quello dell’ansia provocata dall’eterno girovagare in cerca di qualcuno che potesse soddisfarla. Gettammo le cartacce e ci avvicinammo alla macchina. Ci appoggiammo al cofano e ci abbracciammo, continuando a pronunciare qualche parola ciancicata. Sentì all’altezza del pube una strana pulsione e una strana sensazione di umido sulla punta del pene. La famosa “gocciolina”. Dalle mie parti i signorotti più anziani definivano “la gocciolina” come il primo sintomo dell’amore. «Ti riporto a casa». In macchina fumammo a turno due sigarette a testa; le ultime che mi erano rimaste. 

Sabato

di Amelia Marmugi

Ed eccoci di nuovo al sabato. E già mi sale l’ansia. Ho voglia di uscire, sì, ma non di rifare le stesse identiche cose. Quel momento arriva sempre: mi metto a pensare a cosa potrei fare di diverso, nel disperato tentativo di non ritrovarmi ancora con le solite persone, nel solito locale, con le stesse conversazioni che si ripetono come un disco rotto. Guardo l’orologio: 21:27. È tardi. Devo cominciare a prepararmi o farò aspettare tutti.

Mi specchio e decido di farmi una doccia. Cosa potrebbe davvero scuotere questo sabato spento di ottobre? Una sola cosa, penso, mentre fisso il mio riflesso nudo sfocato dal vapore: una scopata. Sì, l’ho detto. E cazzo, se mi servirebbe. Di quelle vere, elettriche, selvagge e senza promesse. Una che ti fa dimenticare in che mese siamo. Forse sto esagerando, forse sto sopravvalutando le mie chance. Ma nel dubbio, mi depilo. Non si sa mai, no?

Dopo questa specie di rito purificatore, mi sento meglio. Ogni tanto ci vuole. Anche se, ormai, è da tempo che non concludo nulla con nessuno. Mi vesto come sempre: jeans e top nero. C’è qualcosa di rassicurante nell’affidarsi all’abitudine quando non si ha voglia di pensare troppo. E poi, quasi senza volerlo, scelgo l’intimo coordinato. Sarà scaramanzia o solo una piccola illusione, ma mi dà come l’idea che possa portarmi fortuna.

Esco di casa e raggiungo il solito locale. È già pieno, le solite facce, le solite chiacchiere, la solita confusione. Al bancone, un cameriere mi saluta con un cenno. Ordino da bere per me e Benedetta, poi la raggiungo fuori dove fuma con gli altri. Attraverso la pista, cercando di non calpestare nessuno, e sento gli sguardi su di me. Difficile passare inosservata, con il pellicciotto fucsia che ho deciso di indossare. E proprio mentre mi volto verso la sala, lo vedo.

Lì, appoggiato a una colonna con un drink in mano: Giovanni. Non lo vedo da una vita. È l’ex di Sara. O meglio, ex da un anno e mezzo ormai, ma lei non l’ha mai veramente superato. Lo credo, è veramente bello. Non a caso già ai tempi delle superiori avevo una cotta per lui. Mi ricordo bene di quel breve flirt all’ultimo anno delle superiori che ebbi con lui. Mi piaceva davvero, ma poi si mise con Giulia, quindi fine del capitolo.

La mia mente fa due conti in fretta: è l’ex di un’amica, però non un’amica amica, andavamo in classe alle superiori, e in più non stiamo parlando di una storia recente. E soprattutto, potrei davvero lasciarmi andare, solo per stasera. So già che sarebbe un innescarsi di giudizi e opinioni. Ma perché ci devo pensare così tanto? In un posto con così poche anime può succedere, no? Non è mica un crimine.

Faccio un passo. Poi un altro. I nostri sguardi si incrociano. Gli sorrido, cercando di sembrare disinvolta. Lui non ricambia subito. Poi lo fa.

“Ehi, ciao,” dice, e la sua voce ha quel timbro che tradisce un filo di nervosismo.

“Anche tu qui, eh?” gli rispondo, giocando a sembrare casuale.

“Non ti vedevo da un sacco.”

“Neanch’io.”

Vorrei dirgli portami via, ma mi trattengo. Mi chiedo già che faccia farebbe Sara se lo venisse a sapere. Mi sento quasi in colpa, anche se non dovrei. Non stiamo parlando di amore, di promesse, di qualcosa che dura. Solo di due corpi che si ritrovano per sbaglio — o per istinto.

È lui a rompere la tensione. Si avvicina e, con uno sguardo che non lascia spazio a dubbi, mi chiede se dopo ho da fare.

Io? Ma per favore. Gli rispondo che sono libera. Ci accordiamo per rivederci fuori, più tardi. Forse, dopotutto, l’intimo coordinato ha funzionato.

Nessuno scopa davvero da solo

di Edoardo Deiana

In paese, tutto girava in cerchio. I bar erano tre, le feste sempre le stesse, le facce si ripetevano come in un vecchio album di foto. E il sesso, inevitabilmente, finiva per intrecciarsi negli stessi nomi.

C’era un tacito codice non scritto: certe ragazze erano di tutti e di nessuno. Si passavano di mano tra i gruppi come sigarette a fine serata, con sorrisi complici e battute che nascondevano il non detto. Ma quando toccava l’ex di un amico, le regole cambiavano.

“Non è niente di serio” si diceva sempre. Eppure, un rancore muto restava. Un’ombra nelle birre condivise, nei saluti meno spontanei. Bastava uno sguardo in più, un nome pronunciato con troppa leggerezza, e l’aria si faceva tesa. Nessuno ne parlava apertamente, ma tutti capivano.

Alla fine, si continuava a fare finta di niente. Si rideva, si beveva, si usciva insieme. Ma nel silenzio di certe notti, tutti pensavano la stessa cosa: in un paese così piccolo, nessuno scopava davvero da solo.

Quella sera erano tutti al Penelope, il locale estivo che apriva solo tre mesi l’anno ma sembrava racchiudere dieci anni di vita in ogni sabato sera. Stessa musica, stessi cocktail annacquati, stesse facce. 

Gaetano era arrivato tardi. Non aveva nemmeno voglia, ma Filo aveva insistito. “Dai, ci siamo tutti, viene anche Gabbo.” E infatti c’erano tutti. O almeno, quasi. Perché lei non si era vista.

La serata andava avanti come sempre: birre, fumo, qualche battuta al limite, un paio di ragazze che ridevano troppo forte. Ma a un certo punto, tra le luci intermittenti e il fumo della pista, Gaetano li vide.

Vale e Gabriele. Parlottavano vicini, troppo vicini. Lui le sussurrava qualcosa all’orecchio, lei rideva inclinando la testa come faceva sempre quando era a suo agio. Non sembrava il tipo di risata che si fa con un amico. Poi, improvvisamente, sparirono. Gaetano li cercò con lo sguardo, ma erano già fuori. Usciti senza salutare. Nessuno disse niente. Filo fece finta di non aver visto, Ale si attaccò al telefono, scrollando qualcosa che non stava leggendo davvero.

Qualche giorno dopo, arrivò la conferma. Una storia su Instagram: un bicchiere di vino, un piatto di pasta, due mani che si sfioravano. La caption diceva solo: “Serate semplici.”

Gaetano e Gabriele non erano amici da sempre, ma quasi. Era un’amicizia fatta più di sottintesi che di grandi gesti, un legame costruito nel tempo. Le prime birre calde nei parchetti, i motorini scassati, i pomeriggi passati a guardare video di freestyle e a fumare erba di qualità discutibile. Gabriele era quello impulsivo, che faceva sempre casino ma riusciva a cavarsela. Gaetano il riflessivo, quello che rideva poco ma ascoltava tanto. C’erano stati momenti in cui sembrava che nulla potesse dividerli. Tipo quella volta che Gabriele si era preso una denuncia per aver coperto Gaetano in una rissa. Oppure quella notte d’estate, quando avevano dormito in macchina sul lungomare perché nessuno dei due voleva tornare a casa. Si erano confidati cose che nessuno sapeva. Paure, storie familiari mai dette a voce alta, nomi che avevano fatto male.

 

Il gruppo iniziò a sgretolarsi piano, come sabbia bagnata. Le uscite non erano più “tutti insieme”. Ogni invito era seguito da un “ma c’è anche lui?”, o da un messaggio privato che diceva “ci vediamo dopo, magari”.

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Gaetano non chiese mai spiegazioni. Non fece scenate. Ma da quella sera in poi, ogni volta che ridevano per qualcosa, a lui sembrava che mancasse un pezzo. Un suono falso, come un applauso registrato in un programma vecchio.

Il momento esatto in cui tutto si incrinò non fu quella sera al Penelope, né la storia su Instagram. Fu tre giorni dopo, quando Gaetano scrisse a Gabriele per una cosa banale: “Stasera ti va una birra?” 

Lui visualizzò subito. Ma non rispose.

In quel vuoto di tre parole mancate c’era tutto. L’imbarazzo, la colpa, o forse solo la scelta di non affrontare la situazione. Da lì in poi, ogni messaggio fu più corto, ogni risata più forzata. Le frasi finivano prima, come se ci fosse un limite invisibile che nessuno voleva più superare.

A pensarci bene, nessuno gli aveva davvero fatto niente. Nessun pugno, nessuna parola grossa, nemmeno un confronto. Eppure, sentiva addosso quel peso che non passava, come quando torni a casa dopo una serata e hai bevuto troppo: tutto gira, ma non sei davvero ubriaco. Sei solo svuotato. Ogni tanto gli capitava ancora di incrociare Gabriele per strada. Si salutavano. Con la testa, col mento, col minimo sindacale. Gli altri dicevano che “era solo una sbandata”, che “non ne valeva la pena litigare”, che “ha senso rovinare un’amicizia per una storia chiusa da anni?” Ma Gaetano lo sapeva. Non c’entrava Vale, non del tutto almeno. Era il gesto. Il passaggio di linea che non si dice mai ad alta voce, ma che tutti riconoscono. Non era gelosia. Era il principio. Era sapere che l’unico che sapeva tutto, aveva scelto di dimenticare. E in un paese dove tutti si passano tutto bicchieri, segreti, colpi, canne e corpi certe cose restano. Restano nei silenzi, nei messaggi letti e lasciati senza risposta, nelle uscite dimezzate, nelle battute tagliate a metà.

Adesso quando Gaetano usciva, guardava le facce attorno a sé e le vedeva per quello che erano davvero: un album che cambiava solo le didascalie. Tutti ridevano. Tutti si toccavano, si passavano ragazze, storie, colpe. Ma alla fine, era sempre la stessa cosa. In un paese così piccolo, nessuno scopava davvero da solo.

La tagliata ai funghi porcini

di Gabriele Marco Liberatori

“Ti va di fermarci in un posticino tranquillo?”

“Certo, conosco un posto perfetto a cinque minuti da qui.”

“Bene.”

“Però tu comincia subito, dai. Mi eccita troppo mentre guido.”

 

È più o meno così che Danilo, mentre manda giù senza sentimento alcuno una tagliata con i funghi, immagina che si sarebbe svolto il dialogo tra la coppietta seduta al tavolo accanto, una volta finita la loro cena e risaliti in macchina. Anche lei ha preso la tenerissima tagliata ai porcini del ristorante La Capannaccia, un accogliente casolare nella campagna più polverosa e silenziosa nei pressi di Montaione. Lui ha preso una tartare, forse per fare il raffinato, ma da come guarda il piatto della sua partner sembra essersene pentito. Probabilmente sono al primo appuntamento e lui non sta nella pelle pensando all’eventualità di riuscire a trombarla. Da come addenta la carne rossa e da come reagisce alle sue battute, lei sembra ben disposta ad acconsentire a quel trasognato coito. Hanno vent’anni, venticinque al massimo, e trasudano le giovanili voglie sudate di quei primi giorni di primavera. Probabilmente fanno l’università a Siena, lui una facoltà indefinibile, potrebbe essere l’anello debole del corso di ingegneria gestionale come il primo della classe di storia. Lei fa sicuramente antropologia, al massimo lettere moderne. Lo si intuisce dai lobi sovraccarichi di orecchini, dai trasandati abiti vintage del mercato della fortezza, per colpa del quale ogni volta che Danilo deve andare a Siena per lavoro bestemmia come un idiota autistico per parcheggiare, ma soprattutto da un dettaglio che se il nostro lo osserva per più di un minuto, deve fare i conti con le sue più traditrici erezioni: i capelli di un biondo torbido e opaco, raccolti in un’alta coda, sono rasati alla base della testa; sul collo, tra l’orecchio destro e quei capelli cortissimi v’è una “G” tatuata in corsivo. Ecco, per Danilo quella “G” può anche stare per “guglia”, “Goebbels”, “guano”, non importa, il fatto è che passerebbe volentieri l’intera nottata a leccare quella “G” e quei capelli biondi rasati di fresco. 

Danilo, di professione legale della ditta di trasporto pubblico per la provincia di Siena, elabora tutte queste fantasie mentre tritura con i molari la sua succosissima vacca ai ferri e mentre finge di ascoltare sua moglie Pamela la quale, lasciando freddare le sue penne panna, salsiccia, melanzane, merda e depressione, sta raccontandogli di come abbia litigato con una vecchia nel parcheggio della LIDL quella stessa mattina di sabato 5 aprile. La capacità di Danilo di simulare interesse nei confronti dei discorsi noiosi, annuendo con il capo e mantenendo l’espressione seria e corrucciata di chi tenta di ascoltare nel caos di un affollato ristorante dagli alti soffitti, stasera sta vacillando. Lui e Pamela sono poco più vecchi di quei due ragazzi, si sono conosciuti qualche anno fa all’università e, ormai stabilizzatisi con casa e lavoro, sono sposati neanche da due. Danilo si chiede, osservando il culo un po’ sfatto ma luridamente attraente dentro i jeans della ragazza rasata, con un senso di ingiustizia e di sincero vittimismo, come lui e la sua compagna si siano trasformati in così poco tempo, senza accorgersene, in una coppia di merdosi sposi noiosi. Sono appena trascorsi i bei tempi dell’università, quando uscivano in piazza a Siena con gli amici, prendevano una sbronzetta tattica e poi dritti nell’appartamento di uno dei due a trombare selvaggiamente per tanti minuti, ma gli sembra sia passata una vita intera. Certo, Pamela è ancora bella come lo era cinque anni fa e lui non ha messo su poi tanti chili da quando era ventenne. Da qualche tempo però nei loro occhi, mentre trombano per pochi minuti ogni tanto, non c’è più l’ardore che adesso Danilo vede nell’espressione di quei due stronzi parassiti della società. 

I due piccioncini si alzano, lei stava per ingoiare anche il piatto, lui quella tartare di merda l’ha lasciata tutta lì. Danilo, in preda al panico, mentre a Pamela è appena arrivata la panna cotta, si alza e li segue urgentemente verso l’uscita.

“Devo fumare amore, quella carne era un po’ pesante. Lasciami un morsino di dolce, mi raccomando.”

Esce appena in tempo per vedere i due ragazzi salire sull’utilitaria di lui e le luci di posizione scemare fino a scomparire nella campagna fresca dei suoi luoghi. Fuma e pensa che ama quei locali di provincia affollatissimi nel fine settimana, perché gli ricordano le domeniche sera con i parenti e i nonni che ordinano la Margherita o la Napoli, e la birra piccola. Adesso è adulto e sogna il coito volgare di due ragazzi nell’abitacolo di una macchina a poche centinaia di metri dal posacenere in cui spappola la cicca. Ha una lieve erezione ma riesce a controllarla. Questa piccola vittoria sulla sua esuberanza biologica riduce lo squallore che pur sente nel cuore e gli permette di apprezzare dunque la salubrità dell’aria. È il momento di rientrare perché la sua Pamela gli ha lasciato un morsino di panna cotta.



Il Muretto

di Leonardo Brotto

Sara ha sedici anni e porta l’apparecchio, si muove sgraziata sul muretto di cemento del parcheggio – in punta di piedi. È appena uscita da danza – così almeno la chiama Leonardo, separando bene le sillabe per farla arrabbiare, per far sì che lei: Si chiama ginnastica artistica, scemo. Quando lei parla alza e abbassa il neo sopra le labbra e il sedere rimbalza in dei leggings neri. I suoi genitori non sanno che è lì con lui. 

Avevano iniziato a sentirsi poco prima di Natale. All’epoca Sara stava con Francesco, uno che era stato un po’ amico di Leonardo all’asilo e che le loro sorelle andavano al liceo insieme – si continueranno a vedere in giro. All’epoca boh – gli stava un po’ sul cazzo: per questo ci stava provando con Sara. Non parleranno mai dell’accaduto, come non fosse mai successo niente. Un dispetto patetico da città piccola. 

Il muretto sta in zona industriale, vicino allo stadio delle lupe e ad altri impianti sportivi. Valentina, l’amica della sorella di Francesco, giocava con le lupe – chi segnava il centesimo punto doveva offrire qualcosa. Una volta la sorella di Leonardo era andata in pasticceria dopo la partita e aveva preso un vassoio di meringhe. Fatto sta che la palestra di Sara era in quella zona – un capannone rivestito da una cerata verde sbiadita dalla pioggia e con un pavimento in gomma blu. A marzo lei non stava più con Francesco. 

Dicevano: Muretto? E Leonardo partiva in bici da casa sua. Dieci minuti ed era lì con lei. Parlavano, passeggiavano, ridevano senza motivo ed era già Dove sei? Torna a casa! Scusa, ho fatto tardi – l’istruttrice era in ritardo, abbiamo finito ora. Scusa devo proprio andare. Vabbè ci vediamo venerdì allora? Eh no, venerdì non c’è… perché non ci vediamo, in centro? 

Quella volta Leonardo era andato a prenderla in macchina: non avrebbe potuto, aveva solo il foglio rosa, ma i suoi genitori non erano a casa. La macchina era una vecchia Polo del ’98, l’aveva pagata lui – coi suoi soldi: trecento euro, il cambio di proprietà no. Un amico di famiglia la usava per andare per campi, arrivare alla rimessa. Non aveva molti chilometri ma puzzava di merda. Leonardo aveva trovato delle cose gommose nei filtri antipolline, il pomello del cambio si staccava fra seconda e terza, non c’era l’aria e la batteria andava a giorni alterni. Sono qui. Mettiti davanti all’autoscuola. Esco. Mi porti una busta? 

Sara aveva un tabacchino, nel senso – suo padre. Era la prima volta che Leonardo puntava al colpo grosso: tabacco gratis. I genitori di lei erano divorziati, il padre sembrava non curarsi di quella piccola dipendenza che in fondo le cose gravi sono altre – frequentare brutta gente, tornare a casa tardi la sera, mettersi quei vestiti per andare a ballare. Dove vai? Fuori. E con chi? Amiche. Claudia? Sì. Interrogatorio inutile ma necessario fatto (non si sarebbe mai opposto), più lascivo di quello che la madre, ma i weekend non stava con lei.  

L’autoscuola stava giusto fuori dal cono visivo del negozio di Paolo che non aveva notato la macchina di Leonardo né tantomeno che la figlia ci era salita sopra. Erano andati a prendere un gelato alla gelateria in curva – quella buona che lo fa artigianale e mette ai gusti nomi particolari. Quando aveva aperto si era detto che non durerà e invece sono ormai sei anni. Il proprietario è un tipo cortese che prova a chiacchierare e che parla troppo. 

Non volevano farsi vedere insieme, non era una cosa ufficiale la loro. Avevano parcheggiato in una laterale vicina al posto – comunque non davanti al negozio. Sara era rimasta in macchina quando Leonardo era andato a prendere il suo frappè al cioccolato – che alla fine è tipo un Nesquik – e Leonardo era rimasto in macchina quando Sara era andata a prendere il suo cono con due palline, una pistacchio e l’altra un nome strano che nessuno ricorda mai dopo averlo scelto.

Vuoi? e gli metteva una mano sulla coscia per fare perno e avvicinarsi a lui che comunque non aveva detto di sì, ma non avrebbe nemmeno detto di no e che dopo aver assaggiato: Ti sei sporcato, vieni qui e lo portava vicino a sé tenendolo per la maglia macchiata. Lui le guardava le tette mentre curva inumidiva un fazzoletto. Ad un certo punto con una mano le prese la nuca e anche lei iniziò a passargli le dita fra i capelli. 

In Veneto l’estate che si avvicina sa di zanzare e di erba tagliata. Ho casa libera scrive lei un pomeriggio. In lui un sentimento nuovo – una specie d’impasse, una sensazione che dura un istante. Bisogna fare bella figura si dice. E allora i pantaloni giusti, la maglietta giusta (o camicia?), le scarpe giuste. Lui no che non ha casa libera e deve partire in bici: venticinque minuti, circa un quarto d’ora oltre il muretto – la seconda casa di lei; una sudata. Una piccola deviazione per passare in quella farmacia lì, quella imbucata, che i suoi non conoscono i titolari. Il problema non si sarebbe posto – era il due giugno ed era tutto chiuso. 

"Occhio ragazzi"

di Allegra Bologni

Ricordo che quella sera rientrai prima del solito, la mamma era sempre sveglia. La radio accesa in cucina saltò mentre passava Maledetta primavera, e babbo russava. Una voce metallica attaccò a parlare di un’altra coppia uccisa in macchina, a Calenzano, lei Susanna, lui Stefano. La mamma borbottava, da sola, non si era accorta che fossi rientrato. “Una sera di queste mi arriva la telefonata anche a me”. 

Poco prima io e Susanna ce ne stavamo abbracciati, nudi, nel retro della macchina.  Uno di quei viscidi che vanno a caccia di coppiette da scrutare nel buio si è avvicinato con la torcia… Per un attimo, il tempo per lui di scappare come un topo, davvero pensammo che sarebbe potuto succedere anche a noi. Un anno prima avremmo deriso quel vecchio guardone, non ne saremmo rimasti così traumatizzati. In ogni caso, Calenzano è laggiù, a Prato, noi stiamo a Montespertoli, che vuoi che ci incastri. 

In quei giorni si cominciarono a vedere appesi in giro dei volantini. “Occhio ragazzi!”, riportavano, con sotto questo occhio enorme, e sotto ancora “è consigliato non appartarsi e non sostare in luoghi isolati durante la notte fuori dai centri urbani” ripetuto anche in francese, tedesco, spagnolo e inglese. La gente non faceva altro che parlare dell’ammazza-coppiette, era un’ossessione, anche per noi. Io ascoltavo e capivo, anche se alla fine tornavo sempre a quel pensiero lì: che palle, qui davvero non si può neanche più scopare. 

Poche sere dopo il duplice omicidio di Stefano e Susanna, tornando dal cinema, accompagnai Antonella a casa e, per educazione, passai a salutare i suoi. Sua madre stava cucinando, c’era un profumo che spaccava, mi invitò a fermarmi per cena. E io, da bravo ingenuo, accettai. Coglione. Finita la cena, il gelo, di quelli che ti stringono lo stomaco. Suo padre, un omone sempre allegro e pronto alla battuta, era improvvisamente cupo, muto. Sua madre, impeccabile e discreta, ruppe il silenzio con una voce bassa, incerta: “Sapete ragazzi… in giro si sentono tante cose, ultimamente…”. Antonella sbiancò. “Mamma!” sibilò. Ma il colpo grosso lo diede il padre: disse che era ora di affrontare il discorso, che bisognava evitare rischi inutili. Ero pronto a sorbirmi la ramanzina sul sesso prematrimoniale, e invece se ne uscì con la proposta del secolo: una sera a settimana ci lasciavano casa libera. Loro fuori, noi dentro, tranquilli. A rischio Mostro zero. Avanguardia pura. Mai sentito di una famiglia che ti libera casa per farti scopare. Ma niente. Antonella fu irremovibile. Il problema era la vicina: mi avrebbe visto entrare, avrebbe parlato, chiacchierato. Antonella in pubblico non mi bacia nemmeno. La si vergogna dice, la gente la chiacchiera, la pigliano per una poco di buono.

Fagiolo – amico, fratello, boh – mi prendeva in giro: secondo lui, finché non me la sposavo, non ci avrei cavato un ragno dal buco. E forse aveva anche ragione. Con Antonella stavo da così tanto che a quel punto… tanto valeva farlo sul serio.

E così gliel’ho chiesto. E così lei ha detto sì. 

Insomma da quella sera del guardone sono passati diversi mesi. È quasi estate, del Mostro se ne parla sempre più di rado e quei vecchi bavosi non si azzardano ad avvicinarsi alle macchine. Alla fine scopare si scopa comunque, ci si ritrova nei piazzali, in cinque, sei, sette macchine, copriamo i finestrini con i giornali. Ci amiamo così, io e l’Antonella, in mezzo ad altra gente che si ama, su una 127 blu mezza scassata.

Stasera andiamo al PG, a ballare. Passa Fagiolo con quel Ciao che regge l’anima con i denti. Per starci dietro ci si brucia di regola con la marmitta e ci vuole mezz’ora a fare 10 chilometri. Ma una macchina lui non ce l’ha, a dire il vero non gli serve neanche, e stasera la 127 ce l’hanno mamma e babbo. Arriviamo al PG, io e Fagiolo, Antonella è lì fuori che aspetta. Non ha diciott’anni ancora, la fanno entrare insieme a me perché a fare il meccanico ho fatto amicizia con il buttafuori. Mi chiama Paolino quel cretino, e mi pare che ci provi con l’Antonella, ma mi fa comodo e me lo tengo buono. Dentro ci dividiamo, io e Fagiolo andiamo a bere, lei va dalle sue amiche. Dura poco, è difficile ignorarsi, quando siamo insieme vogliamo stare vicino. Basta una mano appoggiata sulla spalla, basta che mi sposti i capelli che mi cadono in fronte. Ci chiamano Vinavil, i nostri amici, perché non ci stacchiamo mai, e hanno ragione, io da lei non mi staccherei nemmeno con la forza. Una birra, due, tre, la serata finisce e ricomincia la settimana. Si tira avanti così, tutta la settimana ad aspettare la domenica pomeriggio, tutto l’anno ad aspettare Ferragosto. Torniamo a casa, dormo appena tocco letto.

È il compleanno del babbo, la mamma ha voluto Antonella a cena da noi. “Deve arrivare tutti gli anni, questo cazzo di 19 giugno?”, borbotta lui, mentre lei entra. “Tanti auguri a te, tanti auguri a te!” e via, “mamma andiamo in paese, torno presto, babbo auguri”. 

Dalla radiolina esce la voce di Baglioni, avrai avrai avrai, io e Antonella siamo fermi in una piazzola, ci baciamo. La strada è trafficata, lei all’inizio ha borbottato un po’, ma qui non c’è pericolo, ti pare. 

Ci spostiamo nei sedili dietro, passano ancora macchine, qualcuna sfanala. Ora alla radio la Bertè strilla “Non sono una signora!”.

Due tuoni, un terzo, si spacca il parabrezza. 

Salto davanti, ingrano la marcia indietro, un altro tuono, mi brucia la testa, perdo il controllo, le ruote finiscono nel fosso. Non riesco più a tenere gli occhi aperti, Antonella non risponde, lei ha gli occhi sgranati ma non risponde. 

Mi riposo un attimo gli occhi, un attimo solo, poi scendo e controllo. Poi scendo e controllo.

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