Cosa è stata l’esperienza progettuale di San siro

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Questa storia comincia con un pacco.
Destinatario: Francesca Cognetti – docente di Tecnica e Pianificazione Urbanistica al Politecnico.
Oggetto della spedizione: una serie di riviste.

Mittente: Tommaso Salaroli, un ragazzo che pochi giorni prima era piombato nel laboratorio della professoressa. La grande vetrata lo aveva incuriosito: entra e i due si conoscono.
Argomento della conversazione: un’idea fuori dagli schemi; trasformare un mercato abbandonato in qualcosa che il quartiere non aveva mai avuto, uno spazio fatto dai giovani per i giovani. Parlano per un’ora, c’è un entusiasmo contagioso nell’aria. Nessuna presentazione, nessuna slide, solo la voce di Tommaso macchiata dall’euforia del momento, la genuina curiosità di Francesca che gli domanda, sempre più interessata, se avesse del materiale, una brochure, un flyer, qualcosa.
«No, ma ti mando tutto nei prossimi giorni», le dice.
Pensava che non sarebbe mai arrivato niente, e invece il pacco c’era e giunge a destinazione: assieme alle riviste, come sottolinea la prof. Cognetti, c’era la prova tangibile, la dimostrazione che «i giovani possano essere protagonisti del proprio destino urbano, non oggetti di progetti educativi calati dall’alto». Scomodo, la rivista fondata da ragazzi ventenni che da Roma si stava espandendo nel resto d’Italia, aveva messo gli occhi su San Siro per una ragione precisa: è lì che si consuma il paradosso di una città come Milano. Un quartiere che è la facciata di una domenica calcistica e insieme l’ecosistema più invisibile della città, dove l’italiano si impasta con decine di lingue e dialetti appartenenti a comunità che la politica scopre solo quando deve sgomberare o installare telecamere di sorveglianza.

Anche la professoressa Cognetti lo sottolinea, «San Siro è il quartiere più giovane di una Milano che invecchia, eppure anche il più inascoltato». I palazzoni di edilizia popolare disegnano orizzonti che non compaiono nelle cartoline turistiche; lì sotto gli attori sono «ragazzi di seconda generazione che raramente hanno occasioni di confronto con realtà diverse dalla loro, spesso destinatari di progetti educativi dall’alto ma quasi mai protagonisti di qualcosa che portasse davvero il loro nome». Qui si nasconde una scena creativa incredibile, quella che ha dato i natali a una fervida scena rap; ma è una creatività che rimane allergica agli operatori sociali, ai ricercatori, agli educatori che arrivano da fuori con le loro buone intenzioni. «È in questo tessuto complesso che nel 2023 arriva Scomodo, non per salvare o assistere, ma per proporsi come parte integrante dell’ecosistema», racconta Cognetti.

L’idea era tanto semplice quanto ambiziosa: partecipare al bando del Comune di Milano per riqualificare l’ex mercato comunale di Piazzale Selinunte, uno spazio abbandonato, danneggiato dalle piogge torrenziali dell’estate precedente, di proprietà pubblica ma dimenticato da tutti. 

Nasce così un lavoro lungo un anno: Cognetti e Scomodo tirano le fila, la professoressa organizza «un workshop insieme ad alcuni miei colleghi, tra cui alcuni del mio gruppo di ricerca che si chiama CuraLab e alcuni colleghi di progettazione architettonica. Insieme a Scomodo abbiamo fatto un workshop in cui abbiamo un po’ messo a fuoco quale di spazio e quale idea di progetto, quali mix di funzioni, la dimensione appunto del protagonismo diretto e quindi abbiamo scritto un documento che voleva essere una sorta di linee guida per il progetto». Si tratta, come ricorda, di un un anno molto intenso e di grande scambio, che ha messo le basi per la collaborazione che sta andando avanti ancora oggi. 

Quando Scomodo presenta il progetto è l’unico partecipante; nessun altro presenta domanda. Il bando però non viene assegnato. Nessuna risposta chiara dal Comune, solo il silenzio assordante della burocrazia che si chiude di fronte a ciò che non sa riconoscere.

Eppure, qualcosa era già iniziato. L’obiettivo non cambia: radicarsi, aprire uno spazio che sia davvero dei giovani, del quartiere, ma anche ponte verso l’esterno. Secondo la professoressa Cognetti, «la forza di Scomodo stava proprio nel fatto che non era un soggetto interno a San Siro, ma un meccanismo di scambio tra interno ed esterno, una possibilità per i ragazzi del quartiere di incontrare altri ragazzi diversi da loro, con altri percorsi, altri mondi da raccontare».

Il rapporto con il quartiere non è semplice. La diffidenza è la regola non scritta: chi arriva da fuori viene osservato, messo alla prova. Scomodo inizia ad affiancare realtà locali come Tech Seven, che lavora su competenze digitali e un gruppo di ragazze di seconda generazione che frequentano lo spazio del Politecnico. Organizzano laboratori, raccolgono voci, pubblicano una fanzine sul quartiere. Praticano quello che loro chiamano giornalismo critico in presa diretta, senza filtri né mediazioni, restituendo a San Siro una voce che raramente trova spazio sui media tradizionali.

Nel frattempo, un intero laboratorio di progettazione architettonica del Politecnico lavora al progetto dello spazio. Quaranta studenti coinvolti, Scomodo trattato come un cliente reale che porta in classe esigenze concrete. È uno scambio alla pari: studenti e redattori costruiscono insieme il progetto, in revisioni continue, in un dialogo che attraversa generazioni e competenze. Mariasole Dassié, oggi parte del gruppo di lavoro su EastRiver, era tra quegli studenti. Ricorda l’approccio che definisce quasi «rivoluzionario» richiesto: immaginare il progetto diviso per fasi, per renderlo attivabile da subito, pensare alla “fase zero”, al tempo lungo, al modo di inserirsi senza sembrare ostili. Un centro che fosse davvero loro, non un altro spazio dove essere «educati» da adulti che arrivano da fuori con le loro certezze pedagogiche.

L’approccio era radicalmente diverso da quello tradizionale: un progetto calato costruito dal basso, con i ragazzi del quartiere come co-progettisti del proprio futuro. Un metodo che riconosceva in San Siro non una periferia da salvare, ma una comunità da amplificare. Il quartiere non perdona chi lo tratta come caso sociale: lo sa chi lo vive quotidianamente, lo sanno i rapper cresciuti tra questi palazzoni, allergici a qualsiasi forma di paternalismo ben intenzionato. Cognetti immaginava che Scomodo potesse riuscire dove altri avevano fallito, costruendo un legame autentico anche con quella scena creativa sotterranea che rappresenta l’anima più vera del quartiere.

La sfida era creare connessioni tra il dentro e il fuori, tra chi è nato qui e chi sceglie di esserci, senza gerarchie né condiscendenze. Dare voce a chi voce non ha mai avuto nei progetti ufficiali, trasformare destinatari passivi in protagonisti attivi della propria trasformazione urbana. Era questo il sogno racchiuso in quel pacco di riviste: uno spazio che fosse casa per i giovani, ma una casa particolare, come l’avrebbe definita più tardi Cognetti, fatta di «divani scomodi». 

Eppure, lo schiaffo del silenzio istituzionale è un colpo che ha il suo effetto. Il bando non assegnato senza spiegazioni, il vuoto di risposte da parte del Comune di Milano di fronte a un progetto unico, costruito con la comunità, che evidentemente non meritava nemmeno una possibilità di dialogo. Cognetti e Scomodo vivono con fatica quella chiusura, dopo tutto l’investimento di energie, idee, speranze. Era una grande occasione perduta, non solo per Scomodo ma per l’intera città.

Mariasole conferma la frustrazione, ma anche una consapevolezza nuova: che i processi pubblici sono spesso ciechi di fronte a realtà vive, che bisogna trovare strade altre per costruire il cambiamento. E infatti Scomodo si reinventa, trova un altro spazio, a Corvetto. Comincia a insediarsi lì, a portare avanti il suo modo di lavorare; continua a guardarsi intorno finché non arriva l’opportunità di EastRiver. Mariasole oggi segue i lavori lì con l’entusiasmo di chi ha capito che quello che fa Scomodo è prezioso per un’intera generazione che ha bisogno di creare comunità in un mondo dove tutti sono sempre più soli. Il mercato comunale di Piazzale Selinunte resta vuoto, il quartiere ancora in attesa di risposte che non arrivano. Qualcosa però è successo, qualcosa è rimasto. Una comunità ha provato a entrare, con rispetto e idee concrete. E anche se la porta istituzionale si è richiusa, il metodo sopravvive: quello di chi costruisce dal basso, anche quando dall’alto non arriva nessuna risposta. La lezione di San Siro non è un fallimento, ma un insegnamento sulla possibilità di immaginare città diverse, nonostante le istituzioni, non grazie a esse. Il pacco di riviste ha generato una traiettoria, una sfida, un modo diverso di stare nella città che continua altrove, perché le idee migliori hanno sempre la capacità di trovare casa, anche quando le porte ufficiali rimangono chiuse.

di Sara Paolella (Sara Paolella)

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