Per due notti di fila la Global Sumud Flotilla è stata attaccata in acque tunisine. Nonostante i due incendi causati sulla Familia Madeira e sull’Alma nelle notti tra il l’8 e il 9 settembre da quelli che gli attivisti hanno identificato come droni – e i video lasciano poco spazio al dubbio – la Flotilla non si ferma. La partenza è avvenuta come previsto tra mercoledì 10 e 11 settembre. Il piano è sempre quello, semplice, necessario: raggiungere le coste di Gaza, consegnare gli aiuti umanitari a bordo. Soprattutto rompere l’assedio. È un messaggio politico forte, che segna un punto di svolta nell’organizzazione della risposta della società civile internazionale al genocidio a Gaza e all’occupazione in Cisgiordania. Ulteriore prova di questo cambio di passo sono le manifestazioni di appoggio all’iniziativa in tutta Europa. È un segno che il vento è cambiato, e anche in Palestina lo sentono bene.
A parlarne è Hafez Hurreini, uno degli storici leader del movimento di resistenza nonviolento, che del Sumud ha fatto la sua vita e la sua lotta. Siamo seduti nel giardino della sua casa nel villaggio di At Tuwani, in Masafer Yatta, una regione collinare a sud di Hebron, nei Territori occupati della Cisgiordania, in area C secondo gli accordi di Oslo. Hurreini ha l’aria stanca. D’altra parte qui gli attacchi da parte dei coloni e dell’esercito non lasciano tregua, con una frequenza e una ferocia che sembrano aumentare di continuo. Lui però, così come il resto della comunità, non si scompone. E sapere che la Flotilla è in viaggio aiuta a prendere fiato: “la Flotilla,” commenta Hurreini, “è l’altro polmone con cui respiriamo”. Quella per la Palestina è una lotta ubiqua, che trascende dallo spazio e dalle modalità con cui la si combatte: “la Palestina insegna la pratica della libertà, iniziative come questa sono la nostra speranza, è insieme che dobbiamo affrontare questa occupazione e questa ingiustizia, perché riguarda tutti”.
Mentre il governo israeliano continua ad affamare e uccidere civili nella Striscia e lasciare mano libera ai coloni in Cisgiordania, il ruolo delle navi della società civile è più che mai significativo, a Gaza come qui: “è vero che stanno cercando di rompere l’assedio a Gaza, ma bisogna capire che di fatto stanno anche rompendo lo stato di occupazionale in Cisgiordania”. Nessuna illusione sulla pericolosità della missione: “le persone che hanno scelto di imbarcarsi saranno attaccate e pagheranno un prezzo per la loro propria decisione. Ma speriamo che questo non impedirà loro di continuare a fare azioni come questa, ancora e ancora. Tutte le persone libere in Europa dovrebbero continuare su questa scia, perché è così che si indebolisce il regime di occupazione”.
Concorda Amira Munther, anche lui storico attivista del movimento nonviolento, che nel campo profughi di Aida, a Betlemme, gestisce le attività dello Youth Center: “Penso che sia uno dei movimenti migliori che siano nati da tanto tempo, queste persone che vengono qui, che mettono sé stesse in pericolo per ottenere la libertà del popolo palestinese, dobbiamo ringraziarle dal profondo del nostro cuore. Ci danno la forza per resistere un altro giorno”. La Flotilla, spiega Munther, “ci ha fatto capire che non siamo soli, che è vero che l’Europa ci ha spinti a firmare gli accordi di Oslo, ma i cittadini europei non ci lasciano soli. I loro governi ci hanno abbandonati, ma le persone libere in Italia, in Spagna, in Francia, in Germania sono con noi”.
Incontriamo Issa Amro nella sua casa a Hebron. Per arrivare a casa sua bisogna passare il checkpoint di ingresso nella parte della città occupata. Una spessa rete di metallo circonda il suo giardino, le telecamere di sorveglianza sono ovunque. Amro vive gomito a gomito con un colono israeliano, Brauch Marzel, e subisce attacchi continui. È seduto sotto un albero di ulivo su cui è appeso un grosso e semplice cartello, nero su bianco, la scritta Free Palestine. La tensione di Amro è palpabile, ma parlando della Flotilla si illumina: “Quando vediamo solidarietà e gesti di supporto che arrivano da fuori dalla Palestina ci sentiamo più forti, sentiamo che possiamo restare e continuare a lottare. È una forma di protezione, ci dà energia e forza per non sentirci soli e isolati dall’occupazione. La Flotilla è uno degli esempi migliori di come generare un cambiamento e mettere in difficoltà l’Occupazione, fermare l’apartheid e mettere fine al genocidio a Gaza”.
In un mondo dove l’unica strada percorribile sembra quella di un progressivo aumento della violenza, dove sembra non ci sia altra scelta che arrendersi alla guerra e alla barbarie, la scelta delle parole è più che mai importante. Così, la società civile internazionale che si è unita nella Global Freedom Flotilla sceglie di rompere l’assedio parlando Sumud, il concetto chiave attorno a cui ruota la resistenza nonviolenta palestinese. Che indica la determinazione a restare sulla propria terra, a non cedere alla disumanità. Nella vecchia convinzione che un altro mondo sia possibile, che forse sia già qui. “Un giorno le colonie si svuoteranno,” commenta Hurreini dopo una lunga pausa. Scandisce le parole con calma e sicurezza, guarda dritto davanti a sé, verso la sua terra, dove svetta un grande albero di quercia, e dove non può più andare a causa degli attacchi dei coloni. Poco oltre l’albero, la colonia di Ma’On. Restiamo in silenzio e per un momento sembra quasi che sia vero.
