Bona fimmina è chidda ca non parla. La buona femmina è quella che sta zitta. Se ne potrebbero citare decine di detti simili a questo siciliano. Massime, proverbi, battute, stereotipizzazioni interiorizzate e non che inducono a pensare – e a istituire impercettibilmente un canone di riferimento – alla “bona fimmina” come a quella silenziosa, ingenua, docile e graziosa. Che sa stare al posto suo. Zitta, appunto, preferibilmente.
Millenni di storia poggiata sulla legge del padre che ha portato all’istituzionalizzazione della lingua di questo, che ha influenzato una visione del mondo sotto una sola lente: quella del padre. Chiaramente padre eterosessuale-bianco-cis, inutile dirlo sempre. Liberandoci di questa lente – grazie ai decenni di lotte, teorie e rivendicazioni dei movimenti femministi – ci liberiamo della brava bambina, come scriverebbe Maura Gancitano. Allo stesso modo in cui Claudia Fauzia, economista esperta in studi di genere e delle donne, nell’intervista fatta assieme ci parla del suo nome d’arte: Malafimmina. Perché, per contrappasso e opposizione, non poteva che essere tale.
Fauzia da subito racconta del suo orgoglio terrone. Lei si occupa di meridionalismo queer, territori, marginalità e antimafia e parla – una tra le prime in Italia – della riappropriazione e risignificazione dell’essere e del dirsi terrona. Riappropriazione in quanto la categoria del margine (in questo caso quella delle persone del sud Italia come lei) si riappropria di un’offesa, depotenziandola. Esempio più conosciuto di riappropriazione di un vocabolo riguarda il termine inglese queer, utilizzato per decenni per alludere alla stortezza delle persone omosessuali e trans, in opposizione alla supposta norma delle persone straight. Negli anni Novanta, poi, la comunità Lgbt+ si è riappropriata del termine dandone invece un senso di orgogliosa appartenenza e utilizzandolo anche in ambito accademico. Risignificazione, invece, perché viene a cambiare il significato stesso della parola rispetto al suo significato d’origine. Per cui, rivendicare di essere terrona non è altro che sottolineare l’orgoglio di appartenenza alla propria terra di mezzogiorno, dando spazio al margine che si abita, deterritorializzandosi.
Fauzia ci racconta il suo percorso. Il femminismo insegna che le pratiche e le genealogie non possono essere trascurate, per cui ripercorriamo le sue migrazioni. Da Palermo, a Bologna a Granada per studio, fino a scegliere di ritornare dal luogo di inizio. Il mondo, ci dice, le si è aperto – o forse piuttosto spaccato – quando all’università a Bologna ha iniziato a sentire una differenza verso le sue colleghe in termini geografici, capendo che, in quanto donna del sud, forse aveva qualcosa in più da dire. «La mia conoscenza dell’esistenza di un margine, e dunque la costruzione dell’altro per contrappasso, viene tutta dagli studi femministi. Porto avanti questi studi, vengo a contatto con le teoriche che parlano e definiscono il linguaggio della marginalizzazione (penso a Simone de Beauvoir, a bell hooks e tante altre ancora). E tutti questi loro concetti mi portano, di ritorno in Sicilia, a una nuova consapevolezza: cioè che la mia prospettiva all’interno del femminismo italiano è peculiare, perché sono una persona del sud e il sud è un altro margine. Inizio così a raccogliere tutto ciò che avevo vissuto e che avevo dato per scontato». Tra le cose, il fatto stesso di dover emigrare per poter accedere agli studi di genere, dice. O ancora, il fatto che persino negli ambienti progressisti da lei frequentati a Bologna veniva derisa per il suo accento. La consapevolezza di essere un soggetto marginale in quanto donna si accresce di una nuova consapevolezza: essere un soggetto marginale in quanto terrona. L’intersezione della discriminazione si lega con il bisogno dell’intersezionalità della lotta. Inizia l’attivismo online e parallelamente si costruisce il suo obiettivo di teoria e militanza: femminismo terrone.
Femminismo Terrone sarà il libro che uscirà il prossimo venticinque settembre firmato da Claudia Fauzia e Valentina Amenta ed edito da Tlon. Il libro nasce facendosi carico del femminismo intersecato alla questione meridionale poiché, come Fauzia ci racconta, nonostante il femminismo sia il movimento più trasformativo dei nostri tempi, quello in cui lei stessa si era da sempre battuta non bastava. «Non era sufficiente a rispondere alle mie esigenze specifiche di persona che è nata e vive al sud; non teneva in sufficiente considerazione l’esistenza di discriminazioni sistemiche nei confronti del popolo meridionale e più in generale non era capace di comprendere quanto le idee, le pratiche e i desideri provenienti dal sud potessero essere dirompenti», dice in un reel sulla sua pagina Instagram (@la.malafimmina). Femminismo terrone perché oggi viviamo un forte problema di antimeridionalismo, ovvero di discriminazione delle persone meridionali in quanto meridionali. Discriminazione che, prosegue nell’intervista, non passa solamente dalla battuta o dall’uso del termine terrone in senso dispregiativo, quanto anche (e specialmente) dall’istituzionalizzazione della discriminazione stessa. Fauzia ci porta diversi esempi. Il primo, quello del linguaggio televisivo: fino agli anni ’80 circa la televisione ha dato in onda sotto mandato ufficiale unicamente il fiorentino, motivo per cui noi del sud «abbiamo capito che la nostra parlata non poteva accedere a quel livello di potere e popolarità, e se lo faceva doveva essere negli spettacoli di comicità e varietà. Doveva, in pratica, calcare ancora quegli stereotipi che la relegavano a lingua di serie B».
Di qui la campagna – portata tra le altre cose avanti con l’Associazione Malafimmina (@associazione_malafimmina), presieduta da lei e persone attiviste, ricercatrici e teoriche femministe terrone – “il mio accento è politico”. O ancora, altro esempio di antimeridionalismo, quello propriamente sociopolitico manifestatosi nel dibattito pubblico sul reddito di cittadinanza e l’autonomia differenziata. Riguardo al primo «il reddito di cittadinanza è stato chiesto per la maggior parte dalle persone più povere della popolazione che, guarda caso, abitano al sud. Si è creata la narrazione del “furbetto”, di colui o colei che ruba i soldi, narrazione che nemmeno i dati allarmati sulla povertà sono riusciti a scardinare». Riguardo il secondo, quello sull’autonomia differenziata, la narrazione invece si è focalizzata sul merito. C’è l’idea – tutta borghese e capitalista – che la ricchezza di un territorio è stata meritata e non ereditata, «come se si potesse parlare di un popolo più laborioso e di un altro popolo invece incline alla criminalità, all’interno della stessa nazione», conclude.
Sud Italia “paradiso abitato da diavoli”. Questo antico detto, rintracciato da Benedetto Croce e specificamente rivolto alla città di Napoli risale all’incirca alla metà del Cinquecento, trascinatosi per via orale e scritta fino ai primi del Novecento, cadendo infine in disuso. Il senso ancora vivo tuttavia è quello che ci portiamo ancora oggi. L’interiorizzazione dei pregiudizi della cultura dominante – che include anche e in particolar modo i media – non è un fatto raro. Le stesse persone del meridione incappano nello stigma antimeridionalista contro loro stesse, tanto sotteso è, allo stesso modo del sessismo interiorizzato nelle donne afab che ricalcano gli schemi oppressivi e macisti del patriarcato. Chimamanda Ngozie Adichie nel suo discorso “We should all be feminists”, diventato poi libro, sostiene la necessità di abbattere la socializzazione che accentua le differenze del piano biologico per ritrovarsi su una linea di lotta comune, ricordando che il femminismo deve essere una questione di tutte, ma anche di tutti. Allo stesso modo, Fauzia sostiene che la questione meridionale deve interessare tutte e tutti, che «l’adozione di una prospettiva meridionalista in senso femminista implica il riconoscimento dello stigma sociale e culturale associato al mezzogiorno, quindi un ulteriore asse di oppressione che gerarchizza le vite. L’appello a essere meridionaliste è un invito a promuovere la giustizia sociale e a rifiutare la discriminazione sulla base della provenienza geografica».
Oggi l’associazione Malafimmina è un hub di iniziative transfemministe meridionaliste di riferimento per la comunità Lgbt+, nonché un gruppo di pressione politica. È una voce collettiva per la costruzione di un’identità territoriale del margine. È uno spazio di riappropriazione per tutte coloro che né vogliono stare zitte né vogliono obliare o mascherare le proprie radici. Di questo senso di appartenenza, di identità terrona, di margine e possibilità di cambiamento, Claudia Fauzia ne parlerà il prossimo 20 luglio a Pensieri Correnti, un Festival a Locorotondo in Puglia. Perché se non è vero che la “bona fimmina è chidda ca non parla”, assolutamente vero è che: “Malafimmina è chidda ca parra”.