Tra le parole chiave che hanno contraddistinto questo progetto editoriale, il concetto di «spazio» ha da sempre ricoperto un ruolo fondamentale. Scomodo nasce per la volontà di concedere «spazio» editoriale ad una generazione la cui voce non riusciva a emergere all’interno del panorama nazionale. Non solo un luogo dove ospitare i nostri pensieri: a unirci era soprattutto la condivisa necessità di trovare un nostro «spazio» dove poter vivere la nostra socialità, nel rispetto di quelli che sentivamo come bisogni generazionali condivisi.
Da questa serie di riflessioni, è nata un’idea: appropriarci di questi «spazi» presenti in città, con l’obiettivo di restituirli per una notte all’intera comunità cittadina e dimostrarne il loro potenziale quale luogo di aggregazione politica, sociale e culturale. Attivarci e farlo attraverso gli spazi. Quest’idea ha trovato un nome: Notte Scomoda.
La storia delle Notti Scomode ha rappresentato un momento fondativo di questo progetto. È una storia in sette atti che si è evoluta, si è trasformata e poi si è interrotta. Per noi non è mai davvero finita.
Atto 1
«Il Liceo Nicolò Machiavelli era la scuola di provenienza di alcuni di noi, un liceo che non era famoso per nulla in particolare nonostante fosse in uno dei quartieri con la storia politica più importante d’Italia». Il quartiere in questione è San Lorenzo, famoso per Radio Onda Rossa, il bombardamento, la sede dell’Unità e tante altre storie nelle quali lotta e politica si intrecciano. È sembrato naturale pensare la prima Notte Scomoda lì, un po’ perché è un posto che è sempre stato casa, un po’ perché quel liceo è un punto di incontro geografico attorno al quale orbitano studenti di provincia e periferia, vista la vicinanza con le stazioni di Termini e Tiburtina. Eppure, la sua forza gravitazionale non è mai stata sufficiente a far sì che si creasse una vera e propria aggregazione: nei pressi della piazzetta dell’Immacolata, lì accanto, con lo scoccare della campanella tutti andavano via. I compagni di scuola spariscono tutti, prendono il treno per tornare a casa e restano solo volti sconosciuti di chi a San Lorenzo ci passa, mentre di chi la vive ogni giorno non c’è più traccia. C’è da pensarla così quel momento: un vuoto che si crea e il desiderio di colmarlo, di dare un motivo alle persone per restare.
Le chiavi del liceo si recuperano da una bidella di San Basilio che abbraccia in pieno la causa di Scomodo. Per le aule viene allestita una mostra di opere d’arte degli studenti dei licei artistici di Roma.
Intanto, fuori c’è la festa.
Vedere quella scuola illuminata da fuori, duemila persone dentro, quindici aule con dentro mostre, due palchi e in una stanzetta in fondo dei caporedattori improvvisati che chiudevano la rivista, è stato il momento in cui molti hanno capito che Scomodo esisteva.

Atto 2
La seconda Notte Scomoda è la Notte Scomoda. Un esperimento riuscitissimo che vede prendere forma la denuncia politica che Scomodo voleva dare agli spazi: occupare quelli abbandonati e ridargli vita per una notte. La scelta ricade sull’Ex-Arsenale Pontificio di Porta Portese. Voluto da papa Callisto III ad inizio Quattrocento come porto militare principale della flotta papale e poi divenuto cantiere navale pontificio sotto Clemente XI, era da decenni in disuso, pur attirando l’attenzione dell’amministrazione pubblica che diceva di volerlo trasformare e riqualificare. Dalla proposta dell’allora sottosegretario alla cultura Vittorio Sgarbi nel 2001 di ospitare l’esposizione dell’armeria Odescalchi fino al progetto del Ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini nel 2015 di tramutare l’area in un polo per l’arte contemporanea giovanile, tutti i tentativi d’intervento da parte della politica nei confronti della zona si sono risolti in un nulla di fatto. Promesse amministrative evaporate nell’indifferenza, mentre una generazione di giovani romani cercava spazi dove esprimersi e alzare la voce.
Il 3 dicembre 2016 Scomodo comunica che lo spazio è stato occupato raccontando che «il nostro obiettivo è dimostrarne l’enorme potenzialità, riqualificarlo e dargli vita, aprendolo per la prima volta alla cittadinanza e rendendolo, per una notte, un centro che diffonda una cultura alternativa e inclusiva capace di valorizzare luoghi trascurati».
Dietro quella data si nasconde un lungo periodo di preparazione che aveva coinvolto tantissimi tra ragazze e ragazzi per far sì che lo spazio venisse sistemato per divenire agibile. Volontari e volontarie avevano allestito spazi, montato installazioni, trasformato l’abbandono. L’erba alta era stata tagliata, le buche nel terreno chiuse con assi di legno. Chiara De Felice – che oggi si occupa dei rapporti con i partner di Scomodo, al tempo era lì come ragazza appena avvicinatasi al progetto – lo ricorda ancora divertita, «quando gli Inna Cantina hanno iniziato a suonare si è formato un pogo, non mi sono mai divertita tanto».
La Notte Scomoda all’Ex-Arsenale rappresentava un passaggio cruciale: Scomodo non era solo un giornale, ma un movimento che aveva necessità di prendersi spazio all’interno della città. Per una notte l’Ex-Arsenale è diventato ciò che avrebbe potuto essere tutti i giorni: un laboratorio culturale aperto alla città, sottratto al limbo burocratico che lo teneva prigioniero. Il giorno successivo, in una città che si divideva tra un referendum costituzionale e il derby, quello spazio sarebbe tornato all’oblio amministrativo. Ma qualcosa iniziava a cambiare sempre di più: era chiara la presenza di una generazione che aveva dimostrato di saper vedere oltre le macerie, di saper trasformare l’abbandono in opportunità.

Atto 3
La scelta dei posti che avrebbero ospitato le Notti Scomode è sempre stata un passaggio centrale nella loro ideazione. Nomi e nomi passavano da una bocca all’altra, ma c’è stato un momento in cui gli sguardi si sono cercati in attesa di una risposta. C’è un hotel-in-fieri a Via Giustiniano Imperatore, un ammasso di cemento di 22000 metri quadri voluto dalle amministrazioni Rutelli e Veltroni per rilanciare la costruzione di importanti edifici privati nel quartiere di San Paolo. Il nome – quello vero – manca: lo chiamano tutti Bidet, così soprannominato dagli abitanti del quartiere a causa della forma dell’edificio.
Sarà quel posto a ospitare la terza Notte Scomoda; o almeno così si credeva. Le idee si scontrano spesso con la realtà e quella terza notte rappresenta a pieno il momento di collisione con il reale: per la prima volta arrivano le forze dell’ordine, per ordine della Questura di Roma. Ne segue una lunga trattativa che si risolve con lo sgombero forzato dalla struttura.
«Forse quella fu la prima occasione in cui ci sentimmo dire che eravamo dei poco di buono. Della serie: ma come, tutti noi poveri scemi rispettiamo le regole e voi pensate di stampare un giornale con soldi fatti in maniera illegale? Una domanda che se ripetuta oggi suona ancora più ridicola, considerando le condizioni in cui versano editoria e stato di diritto in Italia. Ma per un momento ci fecero sentire dei criminali», ricorda chi c’era. Eppure, non si tratta di gesta che restano inascoltate: dopo la terza Notte Scomoda Sinistra Italiana ha presentato un’interrogazione parlamentare sull’accaduto, “affinché l’impegno di questi giovani non sia lasciato da solo nell’azione di denuncia del degrado in cui versa parte del patrimonio culturale di questa città”. Di quei giovani che si trovavano al Bidet e che vengono costretti ad andare via, nessuno abbandona la strada. Parte in maniera spontanea una marcia: la camminata verso casa si trasforma in automatico in un corteo. Le copie della rivista in mano, i passi sincroni, le voci unite. Si dirigono verso Parco Schuster, davanti alla Basilica di San Paolo, ed è lì che prende forma uno corteo spontaneo in via Giustiniano Imperatore.

Atto 4
Passato poco meno di un mese dallo sgombero, la quarta Notte Scomoda era già nell’aria. L’obiettivo in questo caso era l’ex deposito Atac di Piazza Ragusa, un gigantesco spazio abbandonato di 20000 metri quadrati nel cuore del quartiere Tuscolano, in stato di totale abbandono dal 2005. Le settimane di preparazione sarebbero dovute culminare nell’occupazione dello stabile, trasformando le banchine di rimessa del parco mezzi ATAC nello spazio ideale per le installazioni culturali e musicali previste.
Delle volanti però erano già lì, appostate davanti al cancello. È il momento che costringe a fare un ricalcolo, una deviazione, a trovare un’altra soluzione. Il bisogno di quel momento restava: si ripiega su un simbolo della città, La Sapienza. Più di 5000 persone attraversano piazzale Aldo Moro quella sera, tutti uniti per una battaglia che racconti gli spazi come un diritto. Attraversare gli spazi significa anche abitarli, trasformarli, metterli in discussione. I nostri passi calpestano posti che non sono neutri ma in attesa: riflessi concreti di un’idea di città che esclude e abbandona. Rivendicarli come spazi politici e sociali non è solo un gesto di disobbedienza creativa, è l’atto di una generazione che non ha chiesto il permesso per esserci ma stava provando a inventare il modo giusto per restare.

Atto 5
«Io avevo preso il trattorino da casa di mio nonno».
Fuori contesto suona strano, ma nelle Notti Scomode rafforza solo l’immaginario che le avvolge. Se lo scopo è restituire a Roma – anche solo per una notte – gli spazi che l’incuria amministrativa le ha sottratto, la Notte Scomoda numero cinque punta più in alto: lo Stadio Flaminio. Costruito nel cuore di Roma tra 1957 e 1958 in vista delle Olimpiadi del 1960, è stato il tempio dello sport e della cultura, palcoscenico di partite della Nazionale, finali storiche, concerti di artisti che avevano fatto cantare la città. Poi troppo costoso da mantenere, troppo ingombrante da abbattere.
Nei giorni precedenti all’azione, il Flaminio era stato trasformato: l’erba alta era stata potata, i cavi per gli impianti elettrici sistemati. Tutto era stato preparato al meglio per accogliere la Notte Scomoda – ma non sarebbe mai cominciata.
Non c’è stato nemmeno il tempo di iniziare; dieci camionette della polizia erano già lì, “o uscite voi o entriamo noi” dicevano. Nessuna trattativa, nessuna possibilità di restare. Due mesi di preparazione, svaniti in un’ora. Fuori prende forma un’assemblea e una settimana dopo, al Gazometro, circa 6.300 persone presidiano la Notte Scomoda Altrove; per ribadire ancora una volta che Roma ha fame di spazi vivi, che il futuro non si scrive con le catene e le sbarre, ma con le idee e il coraggio di abitarlo.

Atto 6
L’eco del Flaminio non si era spenta. Quel brusco risveglio, la corsa interrotta, aveva lasciato più che amarezza: una nuova fame, lucida e collettiva. Era cambiato qualcosa; il sentimento alla base delle Notti Scomode continuava a maturare e raggiungeva una complessità che non era ancora stata riconosciuta. Quelle notti erano animate da un’urgenza di fondo ma con il tempo, l’affinarsi degli studi, della pratica editoriale, delle indagini e delle ricerche, nasceva una lucidità sempre maggiore. Ciò che veniva fatto aveva un peso, politico e culturale. “Gentrificazione” e “turistificazione” erano parole non ancora note al progetto, ma Scomodo aveva iniziato a sperimentare sulla pelle quello che poi si sarebbe sempre impegnato a raccontare.
È in questo stato che viene maturata la scelta di Palazzo Nardini. Il Palazzo dà il nome alla via in cui si trova, al civico 39. Via del “Governo Vecchio” è tale proprio perché, a circa mezzo chilometro da Castel Sant’Angelo il cardinale Stefano Nardini fece erigere, su indicazione del Papa Sisto IV, una struttura per la carica che ricopriva: il Governatorato di Roma. Dopo una lunga storia travagliata, viene salvato dall’abbandono una prima volta nel 1976: il Movimento per la Liberazione della Donna lo occupa e lo trasforma la prima Casa Delle Donne, uno degli esperimenti femministi più interessanti di quegli anni. Durerà fino al 1987: dopo lo sfratto si trasferiranno alla storica sede del buon Pastore. L’abbandono rientra al Nardini per non uscirne quasi più.
Al centro di una Roma già preda dell’estrazione turistica, della cancellazione dell’imprevisto, della trasformazione dell’intimità urbana in cartolina, succedeva qualcosa di vivo. Palazzo Nardini diventava allora una premonizione, un avamposto.
Come recita il comunicato del tempo, “in una città paralizzata dall’azione contraddittoria e spesso conflittuale delle istituzioni, che hanno reso inaccessibili al pubblico utilizzo molti degli spazi più significativi, con costi immensi per la collettività, bisogna ripartire da questi luoghi e da un loro utilizzo sociale e culturale sostenibile e innovativo, per tornare a volgere lo sguardo al futuro”.

Atto 7
L’ultima Notte Scomoda non ha segnato la fine di nulla, bensì una soglia da attraversare. Comincia con una traversata simbolica, la Metro A da Battistini a Manzoni. Un modo per chiamare tutta la città, di dire: eccoci, ci siamo, vogliamo spazio, voce. A ogni fermata saliva qualcuno: volti già visti, altri nuovi, sconosciuti e subito alleati. Erano stati dati appuntamenti sparsi, frammenti sparsi di una mappa che si componeva nel tragitto, un viaggio collettivo che diventava racconto.
Poi l’arrivo: fermata Manzoni, e da lì, in corteo, tutti entrano in quello che sarebbe diventato il primo spazio di Scomodo, la Redazione di Scomodo a Roma dentro il palazzo di Spin Time. Quel viaggio ha costituito un passaggio evolutivo: una processione che si fa rito della precarietà delle occupazioni temporanee alla stabilità di uno spazio fisso. Dalla notte, dimensione transitoria per definizione, alla permanenza diurna. Dall’invisibilità alla presenza riconosciuta.
Quando il corteo emerge dalla stazione Manzoni, si dirige verso l’ex edificio dell’INPDAP occupato dal 2013 e trasformato in esperimento abitativo e culturale. Non un’occupazione da conquistare, ma uno spazio fratello che apriva le porte, riconoscendo in quel movimento giovanile la stessa urgenza che lo aveva generato. I rapporti con Spin Time c’erano già da tempo: è al -2 del palazzo che venivano svolte per un po’ le riunioni editoriali – era già casa pur senza averla mai nominata tale.
«Spin Time ci ospitava già da un po’, ma quel piano rimasto in abbandono nonostante la vitalità dell’edificio rappresentava perfettamente la nostra condizione: uno spazio dentro lo spazio, dimenticato nonostante tutto, che necessitava di essere riportato alla vita».
Una sorta di “scatola cinese” urbana: dentro uno spazio occupato, un’area abbandonata; dentro quell’area abbandonata, una nuova vita culturale.
Quel sotterraneo di Spin Time, trasformato da vuoto architettonico in fucina creativa, diventa la materializzazione di un principio fondamentale: gli spazi non sono semplici contenitori, ma organismi che possono morire per abbandono o vivere attraverso condivisione. Una generazione che sembrava condannata alla precarietà perpetua dimostrava la capacità di radicarsi. La vera eredità delle “Notti Scomode” risiede non solo negli eventi stessi, ma in ciò che hanno sedimentato: la consapevolezza che ogni spazio abbandonato contiene il germe di una possibilità, che ogni muro cadente nasconde un potenziale culturale, che ogni vuoto urbano non è solo vuoto.
Quella notte Roma ha assistito non ha una festa temporanea ma alla nascita della Redazione, di un posto che con lavori e impegno collettivo sarebbe diventato una struttura che ancora oggi vive e che è una casa per tutte e tutti a Roma, rappresentando il primo dei tanti spazi che pensiamo di poter aprire in giro, per ricordare che all’incuria e all’inezia delle istituzioni ci sono soluzioni che partono dal basso, per ribadire l’importanza dello stare assieme, per riempire un vuoto – proprio come lo si era pensato anni fa in quella piazzetta a San Lorenzo.

