Riempire il vuoto: come la cultura riparte dal basso

Secondo un’analisi dell’ISTAT dal titolo "Biblioteche di pubblica lettura in Italia”, un terzo dei Comuni italiani (33,7%) non ha alcuna biblioteca né di pubblica lettura né di altro tipo. La maggioranza di questi Comuni appartiene alle cinture dei grandi Centri e alle Aree intermedie (69,7%) mentre il restante 30,3% è in posizione periferica o ultraperiferica rispetto ai poli urbani, ricchi di servizi e infrastrutture. Abbiamo parlato con chi, adesso, cerca di colmare questo vuoto con progetti autonomi.

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«È che qui si crede poco nel futuro». 

Giulio Vita ha la voce ferma quando mi parla, raccontandomi della sua provincia. Eppure, i suoi occhi sono quelli di chi ci ha creduto e di chi continua – soprattutto oggi – a cercare di portare novità, un cambiamento, una scossa di diversità all’interno di una cittadina come quella di Amantea. Con i suoi quasi quattordicimila abitanti, è arroccata sull’aspra costa della Calabria – regione che già di per sé conta problemi a livello economico-culturale – affacciandosi sul mar Tirreno.
Nascere ad Amantea vuol dire avere, nella maggior parte dei casi, la strada già segnata. Vuol dire abituarsi alla monotonia della provincia, alla routine di chi non è abituato a vedere cosa c’è al di là del perimetro della sua cittadina. 

 

Le province italiane si differenziano molto tra di loro, eppure si assomigliano tutte allo stesso modo: c’è aria di familiare diffidenza, un senso di inadeguatezza e di paura di desiderare qualcosa di più. I negozi che sopravvivono sono sempre gli stessi, così come la piazza in cui gli anziani si ritrovano al mattino, i parcheggi diventano la casa dei ragazzi che si incontrano di pomeriggio in mancanza di posti dove vedersi, cercando un rimedio alla noia. 

 

«È una città di mare, quindi vive molto d’estate,» mi spiega Giulio. «Ci sono eventi, ma niente di significativo per la comunità. È un vizio di forma, si organizzano spettacoli che non danno nulla, che non permettono un avanzamento collettivo». Amantea però, non è solo questo. Se è nelle difficoltà che si vedono i risultati, c’è una parte della comunità desiderosa di cambiamento che prospera. «C’è tanto associazionismo,» mi dice «e tanti musicisti,» aggiunge sorridendo. «Amantea ha tre bande musicali e fa pensare sapere che qui non c’è una casa della musica. Qua si fa da soli, è un posto diffidente dove non conta l’interesse collettivo».

 

La chiave necessaria alla nascita di quell’interesse è promuovere la cultura tramite strutture pubbliche a disposizione dei cittadini. La situazione in Italia è complessa: Amantea è uno dei tanti comuni italiani a non avere nemmeno una biblioteca. Secondo un’analisi dell’ISTAT dal titolo “Biblioteche di pubblica lettura in Italia”, un terzo dei Comuni italiani (33,7%) non ha alcuna biblioteca né di pubblica lettura né di altro tipo. La maggioranza di questi Comuni appartiene alle cinture dei grandi Centri e alle Aree intermedie (69,7%) mentre il restante 30,3% è in posizione periferica o ultraperiferica rispetto ai poli urbani, ricchi di servizi e infrastrutture. Il dato  allarmante mette in luce una realtà spesso trascurata: l’importanza della cultura nelle aree provinciali e periferiche. La mancanza di biblioteche è un sintomo di un problema più ampio, legato all’accesso alla cultura e all’educazione.

 

«Alla fine abbiamo deciso di crearne una noi,» dice Giulio, con la voce fiera, piena di gioia. «Non un museo di libri,» mi ripete, riferendosi al rischio dell’ennesimo buco nell’acqua, di un intervento che non porti da nessuna parte, «ma una biblioteca. Piccola, ma con pochi libri importanti. Vorrei che le persone comprino i libri per donarli: gli abitanti si devono abituare a fare le cose assieme; si tratta di un esercizio educativo».

Giulio ha inaugurato la Piccola Biblioteca di Amantea il 6 agosto 2024, donando alla cittadina uno spazio composto da aula studio, accesso a internet, sala conferenze e proiezioni e uno studio di musica per registrare i propri brani – proprio per dare la possibilità alle tre bande delle quali mi raccontava di avere una casa. L’idea è anche quella di aiutare gli studenti: Amantea dista 45 minuti di auto dall’unica università della Calabria e vuole essere un punto di incontro anche per gli universitari che hanno bisogno di un posto dove studiare o dove passare il tempo. In sintesi, «in un contesto diffidente e poco incline alla cultura, si nasconde del grande potenziale». Adesso siamo «a 44 libri,» mi dice, «che vuol dire che siamo a 44 libri,» ripete entusiasta. «A me è sempre piaciuta più l’azione della parola, io preferisco fare le cose e metterci la testa, a costo di sbagliare, però riorganizzare gli spazi, soprattutto qua, è essenziale».

Giulio lo sa bene: è qui ad Amantea che è nata La Guarimba. Si tratta di un’associazione culturale e di un festival internazionale di cinema che si svolge annualmente e che proietta cortometraggi da tutto il mondo. L’operato attuato da La Guarimba è fondamentale: la cittadina aveva visto la chiusura di tutti i suoi cinema per mancanza di pubblico. Nel 2012 nell’arco di quattro mesi e grazie all’aiuto della comunità di Amantea e collaboratori esterni, Giulio Vita e Sara Fratini hanno ripulito e rinnovato lo spazio, rendendolo di nuovo accessibile e funzionale e soprattutto rendendo la città e il festival un importante punto di riferimento nel panorama internazionale. Cresciuto negli anni ponendosi come obiettivo la promozione dei valori della democrazia partecipativa, integrazione e accessibilità attraverso la cultura, oggi La Guarimba è alla sua dodicesima edizione. Il fatto che un festival di questa portata sia riuscito a sopravvivere in un posto così complesso come Amantea dimostra che, «l’essere dei rompicoglioni paga. La testardaggine paga. Il festival è sempre pieno: certo, c’è chi si lamenta,» dice nascondendo un sorriso di sfida «però la città ha capito che questa cosa è importante. Col tempo ho imparato che provare a far cambiare idea alla gente è presuntuoso. Non conta farli cambiare, conta dargli la possibilità di unire i puntini, di dare speranza. Tutto ciò che conta è mettere assieme la gente che ci crede».

Le persone sono il centro di tutto, infatti l’obiettivo principale è «riportare il cinema alla gente e la gente al cinema» e il Festival è quindi la risposta «degli “indignados” nel settore cinematografico», con la creazione di uno spazio lontano dall’elite del “tappeto rosso” e dove le priorità sono l’arte e il talento. Il nome è esplicativo: in venezuelano significa “posto sicuro”, ma negli anni Settanta indicava le proteste di piazza degli studenti. La scelta si lega a doppio filo alla grande fiducia che Giulio ha nei giovani.
«Voglio creare terra fertile, è quello che il Paese non offre. Forse è un po’ egoista come pensiero,» ride. «Voglio che la società cambi perché il sistema, come sono le cose ora, non mi piace. Però sono pronto a fare tutto, mettermi a disposizione, offrire spazi per far crescere i giovani. Voglio che crescano in un posto migliore, tutto ciò che posso fare è fare in modo che quel contesto migliore si crei». Se il luccichio nei suoi occhi tradisce l’incoscienza del sognatore, Giulio è perfettamente consapevole del tempo e del peso che lo sforzo che richiede alla cittadina porta con sé. «Tutti vogliono fare le cose subito, ma affinché avvengano ci vogliono fiducia e pazienza». 

Si tratta del fattore di base che contraddistingue le iniziative di questo tipo: piccoli gesti controcorrente che cercano di mettere un punto, di colmare un vuoto, lasciato dal servizio pubblico.

STUDIOLO

La necessità di spazi alternativi, capaci di accogliere e dare sfogo alle esigenze e alla curiosità dei cittadini, non si manifesta solo in provincia. Cagliari, capoluogo di regione della Sardegna, sta vivendo un momento di particolare fermento relativo alla riscoperta e allo sviluppo di luoghi messi a servizio della comunità. È quello che mi racconta l’illustratore e designer MASO TO. «La città sta affrontando molto la tematica degli spazi indipendenti e dell’autoproduzione: da qualche anno spazi di coworking come Cultìna o progetti editoriali e stampa come Oreri e Paper Planes offrono a studenti e professionisti dove lavorare e collaborare con eventi o workshop».

 

Grazie alla presenza degli studenti c’è un humus culturale piuttosto ricettivo: l’università, così come la presenza di poli museali che offrono varie esposizioni, la rende una città che «prova a essere culturalmente attiva». Diventa così il luogo dove meglio si realizza la definizione di limen, che ha il duplice significato di confine, ma anche di porto – ricettivo a diversi tipi di culture. L’interesse per una visione che non sia escludente e rigorosamente occidentale è una caratteristica propria del lavoro di MASO TO: le sue illustrazioni sono spesso ispirate allo stile dei fumetti giapponesi degli anni ‘70, dai tratti rudi, vividi ed espressivi. È proprio grazie alla partecipazione in fiere dell’editoria indipendente in Asia che assieme alla sua compagna Giulia Vallese, anche lei designer, ha iniziato a «collezionare una grande mole di libri e di cartaceo. All’inizio pensavamo di tenerli in casa o nel nostro studio, ma poi ci è venuto in mente di metterli a disposizione degli altri». A ottobre contano di aprire le porte al loro «Art Book Club», mi dice ridendo, dove metteranno a disposizione una biblioteca con anni di curatela. Lo scopo è proprio di metterla a disposizione delle persone che hanno voglia di collaborare e fare ricerca, che possono frequentare il loro Studiòlo – aperto nel 2022 – per potersi conoscere, discutere dei libri e di eventuali parti progettuali. «Sarebbe bello riuscire a essere un punto di riferimento per creativi: chi vuole fare cose simili può conoscersi e dare vita a progetti in collaborazione».

 

«Spero di riuscire a creare qualcosa che abbia un impatto a lungo  termine,» mi dice prima di chiudere la nostra telefonata. «Accontentarsi del risultato raggiunto è una follia. L’umanità cresce ed evolve, i più giovani in primis devono mettersi in gioco». Lui di anni ne ha 35 e nei giovani – come Giulio – ci crede tantissimo. «Forse da fuori l’Italia sembra il paese dei balocchi per tutto il patrimonio storico e artistico che abbiamo, ma è difficile lavorarci. Con questo tipo di progetto, con gli incontri che intendiamo portare avanti, vorremmo innescare curiosità e voglia di cambiamento. Vorremmo fare in modo che le persone si rendano conto che non c’è solo l’istituzione: sono progetti come questi a essere importanti per darsi coraggio e per fare cose assieme, creando qualcosa di più grande di noi, capace di fare la differenza».

Progetto Glicine

Sia Giulio Vita che MASO TO hanno parlato della necessità di lasciare qualcosa di migliore ai giovani e di fare in modo che anch’essi si attivino per portare avanti iniziative che gli interessano.

Morena è inclusa del comune di Roma, ma quando gli chiedo come la descriverebbe, Nicolò non sa darmi una risposta. «Non è parte di Roma, non pare una borgata, a volte non pare nemmeno un paesino,» mi racconta con una voce vispissima, piegata dall’adolescenza. «È un posto che è rimasto cristallizzato, sempre uguale a se stesso». La situazione delle zone limitrofe alla Capitale è complessa: gli abitanti si trovano tagliati fuori dalla zona d’azione di tutte quelle politiche utili al miglioramento dei cittadini. Chi vive fuori dall’anello, annaspa in aree non curate, dimenticate, ignote. Morena nelle parole di Nicolò pare un non-luogo senza spazi pubblici, una zona di frontiera che resta sospesa nella promessa di quello vuole rappresentare – con le sue villette in giro – e di ciò che è davvero – un luogo non inclusivo rispetto alle esigenze dei ragazzi.
«Gli spazi ci sono in realtà», mi dice stizzito, «ma sono dei privati». Prima c’era un parco privato, ora chiuso. L’altro è della scuola e prima era inagibile, poi il comitato di quartiere ha cambiato le cose» mi spiega, commentando «quando tornavo da scuola io il pomeriggio non sapevo mai cosa fare». Mi racconta che non ci sono spazi per i giovani e che lui, così come tutti quelli che conosce, deve andare a Roma per stare assieme, a meno che non vogliano incontrarsi in un parcheggio dietro la scuola. Anche a livello di infrastrutture la situazione non è delle migliori: chi può arriva a Termini dopo aver preso il treno a Ciampino, ma mancano i collegamenti che rendano più semplice raggiungere quest’ultima.

È in questo clima di vuoto, che lui e alcuni suoi amici hanno deciso di fare qualcosa che potesse lasciare il segno. Le loro età sfiorano o superano di pochissimo i diciotto: conservano la coraggiosa incoscienza adolescenziale che gli ha permesso di mettere su il progetto Glicine118. Sembra un gioco all’inizio, un sogno che nasce tramite messaggi vocali inviati su whatsapp: Nicolò chiede a Guendalina una sua amica se, con lui, vuole creare uno spazio per dare qualcosa alla comunità, per colmare quel vuoto. L’idea le piace e si spande tra le chat, un piccolo gruppo prende forma – pieno di idee ma inesperto: chi ha mai avuto a che fare con la burocrazia? Si rivolgono al presidente del comitato di quartiere, Roberto Minotti, che li indirizza sulla giusta strada. «Io non ci potevo credere,» mi racconta Nicolò, «avevamo chiesto a Roberto se ci fosse la possibilità magari di chiedere uno spazio non usato, per darlo alla comunità e lui ci aveva risposto no, spiegandoci che la situazione è più complessa di quanto immaginiamo. Però è stato lui a farci scoprire l’edicola che vorremmo restituire alla comunità».

In via dei Sette Metri c’è un piccolo chiosco abbandonato. È lì, coperto da graffiti e inutilizzato da circa cinque anni. Per questo motivo il comitato di quartiere e i ragazzi del “progetto Glicine” (Guendalina Femminini, Nicolò Marinelli, Elisa Cicconi, Flavia Cicconi, Giulio Bigari, Emanuele Ciotoli, Adam Francisci) hanno stilato una petizione, già arrivata anche all’attenzione del presidente municipale Francesco Laddaga, per chiedere di poter riutilizzare questo chiosco. Anche un posto come quello, in un luogo senza parchi, giardini o spazi pubblici, può fare la differenza. Roberto Minotti ne parla dicendo che potrebbe essere un «punto d’ascolto e un luogo di cultura». Nicolò ripete le sue parole e concorda: sogna una piccola roccaforte in mezzo al nulla, l’oasi nel deserto. 

 

In effetti, è proprio quello che rappresenta il suo nome: è Guendalina l’amica di Nicolò a suggerirglielo. Il glicine è una pianta rampicante e proprio allo stesso modo anche loro cercano di arrampicarsi sul tessuto sociale di Morena, affinché dopo aver messo radici possa nascere qualcosa di concreto. Inoltre, etimologicamente glicine vuol dire amicizia e a portare avanti questa avventura è proprio un gruppo di amici, capace di creare uno spazio che è un luogo sicuro, dove parlano di tutto e in cui sognano una comunità più salda, attiva, capace di ridare vita a Morena. È questo quello si aspettano. 

 

«Io poi sono uno che si è sempre fatto domande,» mi racconta Nicolò, «sono sempre stato interessato alla cittadinanza attiva, al volontariato e guardando con il tempo il posto in cui vivo non voglio che resti così, voglio cambiare le cose. Per questo ci teniamo: ci siamo cresciuti e conosciamo le difficoltà, non vogliamo che le cose si ripetano. L’idea è aggregativa, fare in modo che le persone possano prendere libri e leggerli – per legare e fare cultura – per dare qualcosa alla comunità, dare una sede al comitato di quartiere e per noi stessi, in modo da avere un posto che sarà una fucina di nuovi progetti, dei quali tutti potranno beneficiare nel tempo». 

 

Ritorna anche qui il discorso che avevano portato avanti Giulio e MASOTO: la necessità di far capire che la cultura non è passiva ma attiva, di staccarsi dal ruolo del fruitore e vedere le attività culturali come agenti di un cambiamento, una cultura demiurga di una società migliore, a portata di tutti. Nelle sue parole echeggiano le speranze di MASOTO e Giulio: la cultura non è una cosa che resta chiusa nelle istituzioni. Quando il pubblico non riesce a portare avanti progetti adatti a soddisfare i bisogni comuni, c’è da rimboccarsi le maniche, muoversi in autonomia. Arriva il momento in cui sfondare la torre d’avorio degli intellettuali diventa un obbligo morale, un gesto rivoluzionario e fortemente politico che serve a ricordare che la cultura non è solo passiva, il passatempo da fruire nel tempo libero, ma è impegno civile e, soprattutto, il più grande strumento di attivazione civica a nostra disposizione. 

di Sara Paolella (Sara Paolella)

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