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Ridisegnare i confini: le nuove mappature musicali del Mediterraneo

In un Mediterraneo più che mai frammentato dal punto di vista politico-economico, qual è il ruolo dell’arte nel ri-mappare le relazioni tra queste sponde? Negli ultimi anni, un’ondata di artisti emergenti ha imperniato la loro musica sul Mar Mediterraneo, con l’ambizione di trasformare uno spazio di diaspora, in un terreno fertile per la produzione artistica. In un tuffo di testa in queste acque, scopriamo gli accordi, le storie e i relitti che il Mediterraneo ha da offrire.

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Del Mediterraneo “crocevia di popoli” si è parlato abbondantemente nei local cultural studies. Proprio la consapevolezza di questa identità unica ha portato negli ultimi cinquant’anni al dibattito circa la potenziale creazione di un’unione regionale. Una sorta di Unione Europea del Mediterraneo. Così come già era accaduto per l’UE, infatti, una piattaforma euro-mediterranea sembrava la risposta più semplice a delle problematiche che potevano essere risolte solo in chiave sovra-nazionale: la crisi energetica, l’emergenza climatica, la gestione dei flussi migratori. 

Sono passati i decenni, si sono succeduti su entrambe le sponde del Mediterraneo i governi e le ideologie e, dal punto di vista politico, la cooperazione mediterranea risulta impelagata.

Ma, se la politica sottostà alla rigida logica dei confini, la cultura viaggia e si articola in forme più fluide. I suoni mediterranei danno vita a delle mappature musicali che sono “intrinsecamente diasporiche e resistenti”. Come spesso accade, i sistemi di potere consolidati si rifiutano di prestare ascolto a queste geografie sonore, ma è solo grazie a queste ultime che siamo in grado di delineare un’altra proiezione possibile di Mediterraneo. 



Diaspora, contatto, scambio

Con 153.621 migranti sbarcati sulle coste italiane dal 1 gennaio al 18 dicembre 2023, è chiaro che la crisi migratoria sia in crescita al livello globale. Sebbene il Mar Mediterraneo abbia assistito a questo genere di rotte migratorie da millenni, da poco più di un decennio, la migrazione è diventata un tema politico estremamente divisivo, che ha tristemente battezzato il Mediterraneo un cimitero sottomarino.

Per quanto più contenuta e soprattutto privilegiata, la migrazione italiana, che sia interna o esterna, è comunque considerevole. Nel 2019, c’è stato un picco di 180 mila cancellazioni anagrafiche per l’estero, un numero adesso in calo a causa della pandemia. Questo  grava principalmente sul Sud e le Isole del nostro Paese, che hanno perso 525 mila abitanti al Centro-Nord tra il 2011 e il 2021. 

Questo contesto di dinamica mobilità geografica illumina la tensione del Mar Mediterraneo come spazio di passaggio e divisione: il sincretismo culturale mediterraneo, che abbraccia tre continenti, risulta frammentato da muri geopolitici e legislativi, che ne normativizzano il fluire libero. 

Eppure il fluire continua. Le traiettorie che gli espatriati di ogni tipo si lasciano alle spalle nell’audace ricerca di una nuova casa sovvertono quei muri, lasciando sempre più spazio allo sbocciare di un’autentica identità mediterranea.

Se il Mediterraneo diventa un terreno fertile e gli artisti ne colgono i frutti, la musica è la sede nella quale questi sincretismi e traiettorie vengono concretizzate. Tanti sono gli artisti emergenti che vivono identità interculturali e che, in luce di queste identità ed esperienze, cantano il Mediterraneo come luogo di complicata coesistenza multiculturale.

Ada Oda: la band belga che canta in italiano 

Emergendo dalla rotta migratoria che innumerevoli siciliani hanno percorso fino al Nord Europa, il progetto musicale belga Ada Oda porta i suoni dell’italiano alla scena punk underground di Bruxelles. Figlia di un immigrato siciliano e voce del gruppo, Victoria Barracato urla al microfono in un italiano che le è stato tramandato e che, come la sua voce, vuole farsi sentire. Il loro primo album Un Amore Debole, dieci tracce e solo trenta minuti, è audace, sfacciato e si inserisce all’interno di un contesto migratorio nel quale la lingua madre diventa un necessario indicatore di appartenenza.

Questa lingua, così come la voce che la canta, risulta ruvida, spigolosa e conserva un accento nuovo e distintivo. Mentre Victoria narra le vicissitudini di un “amore che ha bruciato ogni cosa sul suo cammino”, la sua intonazione, i suoi accenti, sospiri e pause cadenzate rivelano le sottili complicanze dell’identità migratoria: divise a metà tra due realtà, le seconde generazioni hanno accesso a due lingue e sistemi culturali, spesso però al costo della totale padronanza di quello familiare. Incorniciato da ritmi incalzanti, l’italiano impavido dei testi degli Ada Oda si pone come un tentativo riuscito di riconnessione alla scena musicale italiana, una realtà dalla quale Victoria, avendo sempre vissuto in Belgio, era disconnessa.



Crimi: i siciliani in Francia che cantano la diaspora in dialetto 

Un po’ più a sud del Belgio, la Francia è stata un’altra delle mete preferite dall’emigrazione del Mezzogiorno. Questo è il caso dei Crimi, gruppo francese fondato da Julien Lesuisse, i cui nonni erano siciliani. In un tuffo nelle acque blu della costa siciliana, i Crimi esplorano la terra, la lingua ed il folklore che la nonna di Lesuisse portò con sé a Lyon. 

Come per gli Ada Oda, la lingua dei testi è un fattore essenziale. Questa volta però si tratta della lingua siciliana, che ha recentemente occupato un posto centrale nel dibattito pubblico, per via dell’evento del 7 dicembre al Parlamento Europeo “Unveiling Sicily and Islands Challenges”. La ri-valorizzazione e il riconoscimento del patrimonio linguistico dell’isola sono stati i temi affrontati, con l’ambizione di introdurre l’insegnamento del siciliano nelle scuole. A modo loro, è questa stessa ri-valorizzazione che i Crimi promuovono con la loro musica. La reintroduzione del siciliano in un contesto culturale moderno, che quindi non sia esclusivamente volto al passato, significa ricostruire un posto per questa lingua nel presente, ridignificarla in quanto più che un semplice dialetto.

Per quanto nascano lì, i Crimi e il loro sound non si fermano tra le strade di Palermo. Quando Lesuisse sospira straziato “Vuliva jiri unni va la negghia” (Volevi andare dove vanno le nuvole), un senso di incolmabile distanza ci attanaglia: seguendo le nuvole, i Crimi e la loro musica si perdono tra le geografie del Mediterraneo. L’infanzia di Lesuisse, trascorsa con altre comunità di immigrati, è visibile nelle influenze musicali che dettano lo stile dei Crimi. Dagli Afrobeats al Algerian raï, le loro tracce sono tutt’altro che una strada a doppio senso Francia-Sicilia. Al contrario, sbandano fuoripista e si lasciano ispirare da un vento, che le spinge fino alle coste mediterranee più remote ed oltre.

 

Nu genea: la band napoletana based in Berlin che canta in francese, arabo, napoletano, greco 

 

I Nu Genea rappresentano perfettamente il modo in cui le mappe sonore del Mediterraneo si estendono ben oltre le coste bagnate dal mare. Il duo napoletano, infatti, è based in Berlin, città che i dj definiscono «un luogo di passaggio, ottima per iniziare dei progetti o per portare avanti delle idee»

Dal punto di vista musicale, diversi artisti napoletani hanno saputo interpretare le diverse anime della città: gli strumenti a corda della tradizione araba; le percussioni provenienti dall’Africa; il canto dal suono di un lamento, nostalgico per definizione; l’influenza della musica americana arrivata con l’occupazione degli Alleati. Questa natura molteplice ha permesso ai Nu Genea di sperimentare il connubio tra napoletano e altre lingue e dialetti, affondando le radici in una tradizione consolidata. 

Dopo il primo album Nuova Napoli, che si proponeva di raccontare la città con le sue meraviglie e le sue contraddizioni, Bar Mediterraneo cerca di inserire Napoli nel suo contesto naturale: al centro del Mare Nostrum, in cui, da sempre, influenza ed è influenzata. In Gelbi, i sintetizzatori dei Nu Genea accompagnano il dialetto tunisino di Marzouk Mejri, artista che, a sua volta, ha vissuto a Napoli per vent’anni. In Marechià, napoletano e francese sono alternati da Célia Kameni in modo talmente armonioso che ad un ascoltatore ignaro delle due lingue è impossibile stabilire quando finisca una e inizi l’altra.

Dialetto, recupero storia e rapporto con il territorio in chiave contemporanea 

Nu genea: la riscoperta del dialetto nel contesto internazionale, ruolo del dialetto napoletano nella produzione 

 

Le logiche del successo commerciale hanno spesso portato gli artisti partenopei a iniziare una propria produzione musicale anche in italiano, per raggiungere pubblici più vasti, così come è successo, ad esempio, a Pino Daniele. Nell’esperienza dei Nu Genea, il recupero del napoletano è fondamentale. È la lingua parlata e ascoltata nella propria città natale, è la lingua delle amicizie e della famiglia, è la lingua di una tradizione musicale senza cui il duo non sarebbe possibile.

 

A partire da Nuova Napoli, il progetto si basa interamente sulla volontà di far dialogare la cultura napoletana (ne sono un esempio la poesia di Eduardo De Filippo, l’iconografia di San Gennaro) con l’elettronica e con musica acustica. La natura multiforme della città partenopea e della sua lingua ha ispirato anche il cambio di nome, annunciato nel 2021: «Con riferimento alla parola greca “γενέα” (genéa), che significa “nascita”, Nu Genea vuole significare una nuova nascita nella nostra coscienza, nonché un nome che riflette più direttamente il concetto della nostra musica, ovvero miscelare stili e sonorità, che nel corso della storia hanno toccato il golfo di Napoli, e dare loro una nuova nascita».

Daniela Pes: il recupero della poesia settecentesca su basi elettroniche

 

Riemergendo dal tuffo funky nel Bar Mediterraneo dei Nu Genea, troviamo su questa mappa musicale di sperimentazione e riappropriazione le grandi isole tirreniche, dove i musicisti stanno riscoprendo i canti e le poesie dialettali radicati nella terra, in un’operazione fra l’archeologia e la necromanzia.

 

Daniela Pes è una cantante e compositrice sarda di formazione eclettica, premiata con la Targa Tenco 2023 per l’album Spira. La sua opera prima resuscita il dialetto gallurese di fine Settecento sulle basi elettroniche di Iosonouncane.

 

L’artista ha maneggiato una lingua di origine tardo-medievale sulla base delle poesie di Don Gavino Pes, che le diede dignità letteraria. In questa “lingua remota”, miscelata con l’italiano fino alla perdita del senso – e al ritrovamento del solo suono – Daniela ha trovato una chiave per far risaltare la melodia delle parole sul messaggio del testo.

 

“Spira” infatti è un album ipnotico, misterioso, che sciacqua la mente in una corrente di loop, echi e batterie frenetiche. La voce di Daniela bisbiglia e si dispera, seguendo una storia antica, unendo le sonorità dei canti tradizionali all’improvvisazione jazz.



Marco Castello: tra jazz e canti siciliani tramandati per via orale 

 

Navigando verso sud, dalla Gallura a Siracusa, un altro compositore, Marco Castello, canta le parole antiche della sua terra su un jazz «groovy, funkeggiante, chill?, non ci sono termini in italiano per definirlo,» – mi dice, descrivendo la base di Avò.

Avò è una canto “della mietitura”, recuperato negli anni Sessanta da Antonino Uccello, che raccolse per conto della Rai le registrazioni di canzoni di tradizione orale in tutta la Sicilia.

Marco racconta che ha ascoltato queste testimonianze mentre scriveva la tesi di laurea, incentrata proprio sui canti popolari italiani di tradizione orale, e che, sentendo il brano, vi ha riconosciuto la ninnananna della sua infanzia.

Così come Avò, Addiu, “voglia Dio”, è un brano antico su musica nuova, una testimonianza dell’identità profonda della Sicilia, che può viaggiare a livello internazionale grazie alle sonorità del dialetto, che non richiede di capire ma di ascoltare. Come dimostra l’esempio lampante dei Nu Genea, «il dialetto finisce per diventare più universale di una lingua nazionale». 

 

A proposito dei pezzi che lui stesso scrive in dialetto, spiega: «è come quando devi cucinare qualche cosa e cucini la pasta col pomodoro piuttosto che il pad thai, è una cosa che ti rappresenta, ti ci puoi identificare, è quindi doppiamente bella».

Infatti è un uso della lingua che da una parte distacca dalla comunità – quella dell’italiano standard – ma dall’altra conserva e ricostruisce un’identità preziosa.

 

Nel suo ultimo album, Pezzi della Sera, questo “modo”, più storico, più intimo, racconta in un pastiche linguistico Siracusa, la città più che mai Mediterranea, dove sbuca una fonte di acqua dolce, Aretusa, che secondo il mito parte dal Peloponneso e riemerge a Ortigia.

Così Marco, raccontando la propria casa, con i propri suoni, racconta una comunità più ampia, di mare, di storia, di terre incrociate nelle leggende e nel tempo.

La conservazione e lo scambio dei canti di tradizione orale: i progetti con i migranti

 

D’altronde il canto di tradizione orale è sempre stato uno strumento di conservazione culturale che accorcia le distanze, fa viaggiare le storie, e può ricostruire comunità nuove anche da soggetti eterogenei e sradicati.

Nella ninnananna, nel canto contro il malocchio, o la siccità, di territori geograficamente distanti, si trovano elementi comuni, che rimandano a un’identità imparata attraverso la voce, quindi attraverso la cura – della famiglia, dei conterranei.

 

Roberta Verde, formatrice e ricercatrice da anni, tiene il laboratorio “Cantami di te”, in collaborazione con la provincia di Fermo, nel quale insegna a persone richiedenti asilo i canti antichi dell’Italia centrale: canti di lavoro, di viaggio, di amore. Poi, loro insegnano al gruppo i canti della propria terra, e il gruppo viene seguito nella costruzione di uno spettacolo polifonico. «Cantare in gruppo genera unione, quindi forza,» sottolinea, «rafforza il senso di appartenenza e ci aiuta ad andare oltre le nostre apparenti possibilità».

Il canto della propria terra, e alla propria terra, come anche i canti cerimoniali di chiesa, che ancora risuonano durante le processioni dei nostri paesini, sono elementi fortissimi di identità e resistenza di una comunità. Per secoli, il canto dei lavoratori, dei religiosi, delle lavoratrici e delle feste di paese, hanno conservato la storia con la “s” minuscola, fatta delle storie dei singoli abitanti delle terre mediterranee, resi un popolo polifonico.

 

Lotta, resistenza, identità

Canti palestinesi: i canti di libertà e identità di un popolo 

Sebbene non fosse mai davvero scomparso, il tema della resistenza ha tristemente recuperato rilievo e copertura mediatica negli ultimi due mesi. L’agghiacciante processo di cancellazione etnica che sta avendo luogo a Gaza, mentre i Palestinesi sono resi fisicamente e mediaticamente inermi, ci tormenta con le sue immagini. Che strumenti sono rimasti accessibili per far sentire la propria voce? Qual è il ruolo del Mediterraneo in un’offensiva che lo vede protagonista?

In una condizione di raccapricciante impotenza globale, la gente ricorre ai canti di resistenza come strumento di lotta contro il disinteresse e la disinformazione. Nelle numerosissime dimostrazioni pro-Palestina avvenute a livello mondiale, gli slogan di resistenza sono pressoché gli stessi, variando solo nella lingua in cui sono recitati. Tra i tanti slogan, “Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera” spicca per la sua attenzione adelementi geografici, che posizionano la questione palestinese all’interno del contesto mediterraneo. Mentre a Ovest le onde continuano a infrangersi sugli scogli, una frazione della costa orientale è frantumata da una pioggia di bombe. La distanza appare enorme, ma si tratta dello stesso mare. È di fronte al nostro mare che l’Italia sta chiudendo gli occhi. 

 

Tuttavia, le proteste in favore della Palestina sono state un’occasione per prendere atto anche delle espressioni di fratellanza italo-palestinese. Rossa Palestina, canzone scritta da Umberto Fiori nel 1973, riflette esattamente su questi temi di resistenza e lotta. “Al di là di questo mare c’è un popolo fratello” canta Fiori, evidenziando il senso di solidarietà ed empatia che la lotta palestinese emana attraverso tutto il Mediterraneo. In un Mediterraneo culturalmente amalgamato, ma politicamente diviso, quali sono i doveri di questa fratellanza?

È scoraggiante constatare che la situazione non è tanto cambiata dal 1973 ad ora, eppure l’imperativo cantato da Fiori rimane: “La tua terra tu la devi liberare”.

 

Tra politica e cultura 

 

In un Mediterraneo più che mai frammentario dal punto di vista politico, le traiettorie sonore tracciate da diaspore e contatti danno vita a nuove mappature, che sovvertono la rigidità dei confini. Per quanto la politica si finga distante dai rifugiati sulle coste nordafricane e le grida di aiuto dalla Palestina, il loro eco viaggia dilagante sulle acque che ci separano.

La musica è testimone, in un Mediterraneo politicamente ferito, della possibilità di ricostruzione, riavvicinamento, e riscoperta dell’unità delle persone a discapito dei confini. Lì dove l’identità individuale e di interi popoli, affoga nel silenzio, le voci creative e resistenti continuano a raccontare una storia di incontro, memoria e accoglienza.

di francescacicc (Francesca Cicconi),Onofrio De Michele (Onofrio De Michele),Sara Marseglia (Sara Marseglia)

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