Cerca

Riappropriarsi dell’adolescenza

Il nuovo film di Carlo Sironi, Quell’estate con Irène, è un’opera delicata capace di raccontare il dramma della malattia e la fuga dall’ombra che questa si porta dietro. Con la storia di Clara e Irène restituisce la giovinezza ai ragazzi che non l’hanno vissuta.

Questo articolo parla di:

Nel quarto atto de La Tempesta di William Shakespeare Prospero – uno dei personaggi principali – pronuncia queste parole: «Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni». La citazione descrive al meglio ciò che si prova vedendo l’ultimo film di Carlo Sironi.

Quell’estate con Irène da subito catapulta lo spettatore in un’atmosfera onirica: la fotografia è caratterizzata da una luce delicata; le due protagoniste sono efebiche e si muovono leggere in un clima che pare lontano, indefinito. Lo stesso Sironi quando siamo al telefono mi dice con voce allegra: «Volevo realizzare un film che avesse la sostanza indefinita di un sogno ad occhi aperti e la precisione chirurgica dei ricordi più importanti». 

L’idea di questo film è nata poco prima che girasse la sua opera prima, Sole. Ascoltando To Wish Impossible Things il film ha preso vita: sulle note dei The Cure ha immaginato «due ragazze, in cui ho rivisto due mie amiche di gioventù legate da un particolare affetto. Poi la loro relazione, il mare, l’estate». Ha subito riconosciuto l’epoca – il film è ambientato nel 1994 – come se avesse avuto «una vera e propria visione. Non mi era mai successo». Ha tirato fuori una pagina, scrivendo con naturalezza e il film era lì, che diventava sempre più concreto poco a poco. 

Il rapporto tra sceneggiatore e regista deve essere biunivoco, reciproco. È quello che è successo lavorando con Silvana Tamma: i due si conoscono ed entrano subito in sintonia, soprattutto pensando all’obiettivo principale del film, cioè «riportare l’estate come un sogno ad occhi aperti, che doveva ricalcare l’idea iniziale e il modo in cui l’idea era arrivata; ma soprattutto di come si forma un  ricordo e perché alcune estati sono centrali nella formazione personale rispetto ad altre». 

Per questo l’estate raccontata è quella di due ragazze che di estate sono state sempre private. 

Clara e Irène si incontrano nell’ospedale che le ha in cura. Non potrebbero essere più diverse, ma fanno amicizia da subito. Passano il tempo assieme per sfuggire alle ore che scorrono lente in un posto dove vivono come se fossero sotto una campana di vetro, con attenzione meticolosa rispetto a ogni sforzo compiuto, alle ore passate al sole, che non devono mai essere troppe. 

Durante una gita decidono di allontanarsi e di andare via, di partire per un’isola lontana in cui poter vivere la loro adolescenza e soprattutto, la loro prima estate. 

Entrambe, infatti, sono reduci da una malattia oncologica ed è questo ciò che le ha tenute lontano da – come dirà Clara a un certo punto nel film – «tutte le cose che gli altri facevano e che io non potevo fare». 

I visi delle attrici sembrano essere fatti appositamente per il ruolo che interpretano, tant’è che Carlo mi confessa che già quando aveva iniziato a  tratteggiare il personaggio di  Irène, aveva pensato alla ben nota attrice francese Noée Abita. Una volta presa la decisione di proporle il film, lei ha accettato e ha appositamente imparato l’italiano per il film. Camilla Brandeburg invece è parsa ai loro occhi subito giusta. La relazione tra le due riesce a sintetizzare un altro dei cardini del film: l’idea che “l’amicizia può essere romantica”. È un  qualcosa che emerge dai gesti che le due si scambiano, come quando Clara asciuga i capelli di Irène  di notte con un asciugamano. 

In Italia sono circa 1.500 i bambini che ricevono una diagnosi di malattia oncologica ogni anno, a cui si aggiungono circa 900 giovani. Per loro far quadrare l’adolescenza con il percorso di recupero della malattia non è semplice. Anche Clara e Irène vivono la loro estate con un’ombra sulle spalle, dalla quale cercano di fuggire in ogni scena. Ci sono gesti semplici dei quali loro sono state private: l’andare in vacanza da sole, il conoscere altri ragazzi, il primo bacio, le gite in barca. Il film ha il patrocinio dell’AGOP (Associazione Genitori Oncologia Pediatrica ), che ha aiutato il team a fare documentazione medica e a raccontare quel periodo liminale in cui si sta in attesa: non si è più malati, ma non si è ancora del tutto guariti. 

Il periodo di passaggio che intercorre tra questi due stati è una zona grigia, nella quale si muovono le due protagoniste alla ricerca di un’adolescenza che a loro pare essere sfuggita dalle mani e della quale, invece, sono ancora all’inizio. 

Tutto questo avviene a Favignana, un’isola la cui scelta non è stata casuale. Sento la voce di Carlo curvarsi in un sorriso quando mi confessa che «l’isola c’è stata da subito e in qualche maniera è il luogo perfetto in cui allontanarsi e non allontanarsi dal mondo. Sembra un miraggio tra cielo e mare», un punto nell’azzurro che diventa l’unica meta da raggiungere. Sul traghetto le due si lasciano tutto alle spalle, con tutta l’incoscienza di chi è giovane e parte per un viaggio, ignorando che prima o poi dovrà fare ritorno.  A Favignana «la natura è predominante; ma al contempo ha una storia della civiltà fortissima, che si vede a occhio nudo sul suolo, sul terreno. Ciò fa in modo che il paesaggio sia naturale e mitologico, quindi la meta ideale per un film che ha una duplice dimensione: vera e sognante». 

Nel quarto atto de La Tempesta di William Shakespeare Prospero in realtà pronuncia una battuta più lunga della citazione divenuta nota al grande pubblico. La frase per intero recita «Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita». Che la vita sia breve Clara e Irène lo sanno benissimo ed è proprio per questo che vi ci si avvinghiano con maggiore forza, innamorandosi di tutto: dal farsi il caffè alla pioggia che coglie Irène     di sorpresa; dal disgusto provato nel pulire i calamari a mani nude alla prima notte di sesso. La loro avventura è brevissima ma intensa al contempo e, proprio come un sogno, ha confini indefiniti. In quella brevità però, viene riassunta tutta l’eccitazione e tutto il timore dell’adolescenza, di chi ha paura del domani, ma che, dopotutto, non vede l’ora di viverlo perché crede che il tempo sia infinito. Per questo il film si chiude con la stessa musica che gli ha dato vita, cioè la canzone dei The Cure, che recita «Remember how it used to be / when the sun would fill up the sky. / Remember how we used to feel, / those days would never end». 



 Il film è prodotto da Kino produzioni con Rai Cinema in co-produzione con June Films realizzato con il contributo selettivo allo sviluppo e alla produzione del MIC – DGCA, con il sostegno della Sicilia Film Comission, Aide au Cinema du Monde. Una co-produzione Italia-Francia con il supporto del MIC – CNC contributo per lo sviluppo e per la produzione di opere franco – italiane; partecipando anche al Festival di Berlino nella sezione Generation 14 Plus. Il lungometraggio uscirà al cinema il 30 giugno, grazie alla distribuzione di Fandango.

di Sara Paolella (Sara Paolella)

Abbonati

Essere indipendenti è l’unico modo per rimanere trasparenti.
Difendi l’informazione libera, abbonati a Scomodo.

8€ al mese

Sostieni Scomodo

Scegli un importo

Articoli Correlati