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Restart, le persone ed il pianeta prima del profitto

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Lo scorso giugno una delegazione di Greenpeace Italia si è recata su invito dello stesso Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, a Villa Pamphili a Roma per assistere agli Stati Generali dell’Economia, un’occasione per parlare di recupero e ripresa dell’economia italiana dopo la pandemia. Scomodo ha avuto l’opportunità di intervistare Chiara Campione, Global project Leader di Greenpeace, che ha contribuito a progettare la proposta #Restart, presentata dall’associazione durante quei giorni.

Le azioni di associazioni come Greenpeace, con la quale Scomodo ha instaurato una prolifica collaborazione che ha portato alla pubblicazione a fine novembre 2020 del secondo volume di Inquinanti, rappresentano importanti passi avanti per rendere la popolazione più consapevole delle criticità insite nella nostra società. Con l’azione a villa Pamphili, Greenpeace si è impegnata ad instaurare un dialogo diretto con le istituzioni, per spronarle ad affrontare i problemi con azioni coordinate e comuni.

La proposta dell’associazione si chiama #Restart e individua quattro priorità su cui i governi, in articolare quello italiano, dovrebbero impegnarsi per ripartire, concentrandosi in particolare su welfare, sanità, energie rinnovabili e qualità della vita nelle città.

 

#Restart è il nome del progetto di Greenpeace che tenta di definire la strada da seguire per “ripartire da zero” dopo la pandemia, ce ne puoi parlare?

Per dirlo con le parole di David Quammen, autore di Spillover «più distruggiamo gli ecosistemi, più smuoviamo i virus dai loro ospiti naturali e ci offriamo come un ospite alternativo».

La soluzione? Può essere solo un completo ripensamento della nostra relazione con la natura: proteggere la biodiversità, fermare la crisi climatica, frenare la distruzione delle foreste e ridurre il consumo di risorse. Vi ricorda qualcosa? Sono proprio le questioni da sempre al centro delle campagne di Greenpeace e del nostro lavoro.

La fase post Covid-19 ci ha messo davanti a un bivio: vogliamo ripristinare il vecchio sistema economico fondato su attività inquinanti e distruttive che hanno avvelenato e ammalato noi e il Pianeta, o porre le basi per consegnare alle future generazioni un mondo verde e pacifico? Così è nato il nostro progetto #Restart: Le persone ed il Pianeta prima del Profitto – perché consideriamo imperativo trovare una risposta a questa domanda – lavorando collettivamente e  spingendo il nostro governo ad una ripartenza che investa su salute, lavoro, scuola e ambiente. Vogliamo gettare le basi per un futuro  in cui non dovremo più essere costretti a scegliere tra lavoro e salute, tra crescita economica e tutela dell’ambiente. Noi crediamo sia possibile e abbiamo bisogno di voi.

Il nostro mondo non era certo perfetto né sostenibile prima che una pandemia lo sconvolgesse: estrazioni petrolifere e dipendenza dalle fonti fossili, allevamenti intensivi, deforestazione, commercio e produzione di armi e l’inquinamento nelle nostre città e nel nostro mare. La ripartenza dopo il Covid-19 è un’occasione storica ed il nostro Paese potrà beneficiare di risorse straordinarie come il Recovery Fund per ripartire. Noi pensiamo che non sia accettabile che queste risorse vengano utilizzate per attività inquinanti e distruttive.  Per questo abbiamo voluto mandare messaggio forte e chiaro a chi ci governa una campagna che spiegasse che la battaglia da combattere è un’altra. Finora l’assegnazione dei fondi pubblici ha sempre premiato i grandi inquinatori e l’industria bellica, a vantaggio del welfare e delle imprese che producono in modo sano ed ecologico ma dopo l’esperienza di questa pandemia è chiaro che la nostra salute e quella del Pianeta venga prima del profitto di pochi e che dobbiamo ridefinire la nostra idea sicurezza.

 

Agli Stati Generali di questa estate avete presentato il piano #Restart al Presidente del Consiglio Qual è la posizione del governo in merito alle vostre proposte?

Posso sicuramente dire che l’attuale direzione del Governo non ci lascia affatto soddisfatt*.

Nella versione presentata presentata a Settembre delle Linee Guida per la definizione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza presentate dal governo le parole “sostenibilità” e “sostenibile” appaiono tredici volte, così come colpisce la ricorrenza dei termini “rivoluzione verde”, “equità” e “transizione ecologica”.  Tutte parole a noi care a cui però – entrando nel merito del testo – corrisponde una deludente vaghezza.  I fatti ci dicono, per esempio, che la finanza italiana, compresa quella controllata dallo Stato, continua a investire pesantemente nelle fonti fossili: prima tra tutte il vecchio e inquinante gas fossile, mentre per la crescita del PIL si continua a puntare sul sistema degli allevamenti intensivi e la produzione e commercio di armi.

Una vera transizione verde, invece, non può sforare i “limiti planetari” e questo significa che alcuni settori dell’economia devono crescere e altri comprimersi e spostare il proprio core business (o scomparire).

Già in sede europea avevamo rilevato la debolezza dei criteri di assegnazione dei Recovery Funds, senza una lista di esclusione per impedire che gli aiuti economici andassero a industrie inquinanti. Questa debolezza viene moltiplicata nelle linee guida italiane dalla scarsa determinazione dei “criteri di ammissibilità” e delle “condizioni necessarie” dei progetti in via di valutazione – più di seicento quelli da vagliare sulla scrivania del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri.

A eccezione di timidi accenni all’esclusione dei Sussidi Ambientalmente Dannosi (SAD), sui quali peraltro manca un cronoprogramma per l’azzeramento, ci chiediamo come sia possibile valutare la reale sostenibilità di linee guida che non includano principi e parametri quali:

  • Nessun salvataggio per le industrie del gas, del petrolio e del carbone che non abbiano un piano di abbattimento delle emissioni in linea con gli Accordi di Parigi sul clima.
  • Nessun salvataggio per compagnie aeree, case automobilistiche o altri inquinatori, senza rigide condizioni ambientali e sociali.
  • Misure in linea con l’obiettivo di diminuzione delle emissioni italiane di almeno il 60 per cento entro il 2030 con misure sul mercato dell’energia e della mobilità.
  • Nessun accesso a finanziamenti per attività inquinanti e vincoli a obiettivi ambiziosi di benessere ambientale e sociale per l’erogazione dei fondi a tutela delle filiere in crisi.
  • Misure di contrasto al consumo eccessivo (overconsumption), che favoriscano la riduzione della produzione di rifiuti e pesticidi, il consumo di carne, di latticini e di prodotti monouso.

La recentissima proposta del Governo Conte che propone un comitato di sei manager (definita “tecnostruttura” dal Presidente del Consiglio) che coinvolge direttamente i vertici di Ferrovie, Eni, Enel, Leonardo, Cassa depositi e Snam per gestire i 209 miliardi del piano europeo Next Generation Eu ci sembra andare in direzione opposta e contraria alla nostra visione di ripartenza.

I membri al vaglio del Governo sarebbero, al momento, Claudio Descalzi (Eni), Francesco Starace (Enel), Marco Alverà (Snam), Gianfranco Battisti (Ferrovie dello Stato), Alessandro Profumo (Leonardo – Finmeccanica) e Fabrizio Palermo (Cassa depositi e prestiti).

Ci sembra gravissimo siano i Ceo di alcune delle aziende che hanno grandi responsabilità proprio nell’aver accelerato i cambiamenti climatici ad occuparsi della transizione “green” e della rivoluzione energetica, ad esempio. Ci chiediamo che competenze abbiamo questi manager su alcuni assi strategici  per la ripartenza come salute, istruzione o ancora diseguaglianza e inclusione (siamo solo noi di Greenpeace ad aver notato che sono tutti uomini?)

 

Com’è percepito questo progetto dalla popolazione? A quante firme è arrivata la petizione #Restart?

Abbiamo voluto investire molte delle nostre risorse nel promuovere, non solo online, ma anche su media e offline una visione possibile della ripartenza e sicuramente siamo riusciti ad aprire qualche spazio nel dibattito pubblico. Crediamo la direzione si corretta, nel corso di questi mesi abbiamo anche voluto interpellare le nostre audience con survey e sondaggi e la nostra petizione è stata firmata da più di 80 mila persone. La sfida presente e futura è adesso continuare ad agire e fare pressione sul Governo e aziende come ENI affinché questi importantissimi fondi a disposizione del nostro Paese vengano utilizzati davvero a beneficio delle persone, a garanzia di diritti come salute, istruzione e lavoro e alla tutela dell’ambiente e del nostro Pianeta.

 

La recente elezione di Biden significherà una riapertura degli Stati Uniti agli Accordi del clima di Parigi, dimostrando come la collaborazione tra paesi, su questo particolare tema, sia di fondamentale importanza. Tuttavia, rimangono ancora nazioni che non hanno intenzione di limitare le proprie emissioni, come si potrebbe creare un fronte comune mondiale contro il cambiamento climatico?

Con il (presumibilmente certo) rientro degli USA negli Accordi di Parigi non rimangono molti altri paesi che non intendono tagliare le loro emissioni. O meglio, praticamente tutti hanno aderito all’accordo di Parigi, e dunque hanno abbracciato l’obiettivo di mantenere l’aumento medio della temperatura globale entro 1.5°C. E anche nel periodo “trumpiano”, l’economia degli USA ha comunque continuato a spingere “autonomamente” sulle rinnovabili, mentre carbone e shale oil/gas si sono tenuti in piedi grazie a generosi sussidi. Il problema vero che sottolineerei è però che, ad oggi, gli impegni di tutti i Paesi in termini di taglio delle emissioni sono insufficienti, ossia non ci portano a raggiungere l’obiettivo 1.5 che i Paesi stessi si sono dati su indicazione della comunità scientifica. Questo vale per gli Usa, ma anche per l’Europa e per l’Italia.

In Italia, ad esempio, il PNIEC (il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima, predisposto con il Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio, ndr.) è poco ambizioso sulle rinnovabili e punta tutto sul gas. Anche a causa di ciò lo sviluppo delle rinnovabili è completamente bloccato mentre quello del gas corre a gonfie vele. Occorre quindi sbloccare il comparto rinnovabile, altrimenti non raggiungeremo neppure i miseri obiettivi del PNIEC, senza contare che entro quest’anno l’UE dovrebbe rivede al rialzo i propri obiettivi climatici, e lo stesso dovranno fare a cascata tutti gli Stati Membri.

Il presidente eletto, Joe Biden, ha inoltre annunciato che nominerà l’ex segretario di Stato John Kerry come inviato speciale presidenziale per il clima. Notizia che è stata ricevuta positivamente da alcune organizzazioni come il Sierra Club. Noi pensiamo però che non sia sufficiente e pensiamo che il prossimo passo per Biden sia nominare un sostenitore del clima come Jay Inslee (il governatore democratico dello Stato di Washington, ndr.) come coordinatore della politica climatica. In questo modo gli Stati Uniti potrebbero contare su due campioni del clima, forti di esperienza e la lungimiranza per combattere il cambiamento climatico. Il “Freedom From Fossil Fuels” di Inslee, annunciato durante le primarie democratiche, è un progetto molto ambizioso.

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