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Les enfants de la rue – Reportage da Kinshasa, Congo

Quando la strada diventa rifugio

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Je suis enfant de la liberté

Mon père est l’amour, ma mère est la liberté

 

(Poème de Kaja Beby,

futur écrivain et poète)

Beby ha nove anni quando scappa di casa e si ritrova in strada. Suo padre se ne è andato poco dopo la sua nascita, e quando sua madre è partita per un viaggio in Angola, il suo Paese d’origine, l’ha affidato a una zia. Un pastore di una chiesa del risveglio – una delle tante, in Africa, a dirsi cristiane ma a ingannare i loro fedeli giocando sulla loro paura – ha detto che lui era un sorcier, uno “stregone”,  e che era colpa sua se in famiglia non c’era lavoro e soldi neanche per mangiare. Mentre mi parla, Beby mi mostra le cicatrici che ha sul volto: quando sua mamma è tornata dall’Angola l’ha picchiato, poi lui è scappato. Dice di non essere arrabbiato, e che vuole rendere la sua storia una testimonianza, raccontarla e scriverne.

Anche Isaac è stato accusato di sorcellerie. È successo nel 2014, quando suo padre, che era malato da tempo, il giorno di Natale è morto. Il pastore di una chiesa del risveglio ha detto a sua nonna che erano lui e i suoi fratelli ad averlo mangiato, termine che nel linguaggio della sorcellerie indica l’uccisione. Portato a vivere con il pastore per due mesi, quando è tornato a casa è stato picchiato e poi – dice fermo, guardandomi negli occhi mentre i suoi tradiscono tristezza – messo in un pozzo riempito di sabbia fino a lasciargli scoperta solo la testa. Tirato fuori per pietà dai vicini, Isaac ha iniziato a vivere in un parcheggio, guadagnando qualche spicciolo lavando le automobili, finché una chiesa ha accettato di dargli un posto per dormire e del cibo in cambio del suo lavoro nell’orto. Accusato di furto si è trovato di nuovo per strada, fino a quando una donna gli ha indicato il centro Matete, gestito dalla congregazione dei Guanelliani, dove c’era la possibilità di trovare un pasto caldo, farsi una doccia e dormire, ma anche quella di tornare in strada, in caso lo desiderasse. È stato con il Covid che si è spostato al centro di Lemba, un comune nel distretto di Mont-Amba a Kinshasa, dove l’ho incontrato.

Josué, all’inizio, non era considerato sorcier: è fuggito di casa con il resto della famiglia perché suo papà, di mestiere guaritore, preparava feticci contro la sorcellerie, e una volta sua madre spaventata ha preferito che lui e la sorella non mangiassero ciò che il padre aveva preparato. Sono fuggiti, inseguiti da lui e recuperati e picchiati a più riprese. Quando ha raccontato tutto a una zia, questa ha pensato che lui avesse ereditato la sorcellerie dal padre – le pratiche di contrasto alla sorcellerie vengono spesso considerate sorcellerie a loro volta – e fosse lui stesso sorcier. Ha vissuto per strada 5 anni.

Le loro non sono storie isolate: le associazioni che hanno tentato di contarli, come Le Réseau des éducateurs des enfants et jeunes de la rue (REEJER) nel 2016, stimano  che solo a Kinshasa, in Repubblica Democratica del Congo, vivano per strada circa 20.000 bambini, ma conoscerne il numero esatto è pressoché impossibile. Desiré, educatore al centro di Lemba, mi spiega che questi bambini, che hanno dai quattro ai diciotto anni, sopravvivono mendicando, «vivono della compassione e della carità degli adulti», trovando piccole occupazioni o, qualche volta, rubacchiando qua e là. I motivi per cui vengono cacciati di casa dalla propria famiglia sono diversi: c’è la povertà, la fuga dalle guerre che devastano il Paese (quella col Ruanda all’est è solo un esempio, se si considera l’infinità di scontri tribali che devastano il Congo), l’ideologia religiosa delle chiese del risveglio, sorte in enorme quantità dopo l’indipendenza, che mischiano elementi culturali della religiosità africana con il cristianesimo. Storpiano il messaggio evangelico per indicare i bambini come colpevoli delle sventure della famiglia e speculano sulla paura della gente facendosi pagare per le cosiddette pratiche di liberazione, che spesso non sono altro che violenza fisica, digiuno e isolamento.

Père Patrick, sacerdote guanelliano di origini nigeriane, aggiunge che la situazione di instabilità delle famiglie di questi bambini non è che lo specchio di un’instabilità sociale di un paese con molti problemi ma, per il momento, poche soluzioni. Talvolta le accuse sono dovute a motivi futili – un ragazzo può essere accusato di sorcellerie perché parla nel sonno, per una sua caratteristica fisica o per dei gesti o delle frasi che pronuncia – ma altre volte le prove non sono nemmeno necessarie: il bambino non ha gli strumenti per proteggersi dall’accusa, e in quanto indifeso si ritrova ad essere considerato responsabile di problemi dovuti a ben altre cause che i sospetti che lo riguardano – uno su tutti, l’assenza di sanità pubblica. Talvolta finisce per credere alle parole di chi l’ha accusato, costruendo su queste la propria identità e parlando e muovendosi di conseguenza.

Altre volte, invece, dopo un’iniziale confusione e spaesamento si rende conto che, per esempio, non è vero che la notte esce per raggiungere gli altri sorciers, come sostiene chi lo addita come tale, e per primo rigetta l’accusa. Desiré definisce questa accusa «un semplice meccanismo per sbarazzarsi dei bambini»: sono loro a bloccare lo sviluppo e la fortuna della famiglia, sono loro a mangiare la vita dei genitori quando questi muoiono, sono sempre loro a minacciare costantemente l’esistenza degli altri membri della famiglia.

Mangiare: di tanti verbi che si potrebbero utilizzare per parlare dell’uccisione da parte dei bambini a danno dei familiari, sembra essere questo il più appropriato, soprattutto se si considera il contesto di Kinshasa dove di oltre 17 milioni di abitanti non sono molti quelli che riescono a nutrirsi più di una volta al giorno. Secondo i dati della World Bank nel 2022 circa il 62% dei congolesi viveva con meno di 2.15 dollari al giorno: circa 60 milioni di persone in tutto il paese. È l’invidia per ciò che gli altri hanno e che a se stessi manca, spesso, il motore che spinge a nutrirsi di loro: è per questo che bisogna esporsi poco, perché qualcuno potrebbe tentare di portare via non solo i propri beni, ma anche la propria vita. Anziani e bambini sono i più soggetti al rischio di essere accusati: è evidente che un’anziana madre che perde un figlio gli ha mangiato la vita per non morire, e che un bambino che perde i genitori si è appropriato del loro tempo su questa terra per poter crescere. Un’ipotesi formulata nel testo Bambini stregone nelle strade di Kinshasa dalla psicoanalista Maria Patrizia Salatiello, dallo psicologo clinico Pietro Alfano e dalla psicologa Palma Audino è altrimenti che il termine mangiare sia utilizzato in riferimento a delle vere e proprie allucinazioni, per cui la fame spingerebbe persino a dichiarare di essersi nutriti di qualcuno.

Se si fa riferimento alla sorcellerie (in lingala kindoki) e non alla stregoneria, come verrebbe spontaneo tradurre in italiano, è proprio per evitare che venga associata a quelli che per noi sono stregoni e streghe. Questa sorcellerie non è un retaggio delle tradizioni di questi luoghi: la stregoneria è presente come elemento che risponde alla modernità, che spiega gli eventi inspiegabili, che intreccia in un «sincretismo a tratti barocco» – come lo definiscono Alexandre e Binet, citati nel testo Il bambino e il suo doppio della psicoterapeuta e antropologa Simona Taliani – la tradizione a elementi di fede cristiana (a cui spesso ci si appoggia proprio per contrastare la paura) a elementi della contemporaneità come ad esempio gli aerei, con cui i sorciers, si dice, volerebbero via la notte. D’altronde, come scrisse l’antropologo Evans-Pritchard in Sorcellerie, oracles et magie chez les Azandé dopo aver fatto ricerca proprio in Repubblica Democratica del Congo, «nuove situazioni richiedono nuova magia».

La caratteristica principale della sorcellerie in Congo è quella di essere invisibile, di fare riferimento a un altro mondo, legato all’oscurità. Una persona sorcière lascerà quindi il proprio corpo durante la notte, quando nessuno la vede, per andare a svolgere i propri compiti di nascosto, talvolta senza esserne lei stessa consapevole. Quello su cui si costruiscono le relazioni, dunque, è una sfiducia e una paura che spinge a essere sempre sospettosi, a cogliere i segnali che possono contribuire all’individuazione di un responsabile per ogni sventura, a guardarsi sempre anche, e soprattutto, dai propri familiari.

 

Per i ragazzi e le ragazze che subiscono l’accusa di sorcellerie la strada diventa un luogo di rifugio più sicuro di casa propria. Davanti a questa situazione lo Stato resta immobile. Come gli ultimi, anche l’attuale governo non si distingue per la sua capacità di andare incontro ai bisogni della gente, tanto meno dei bambini. Al potere, in questo momento, si trova Felix Tshisekedi, vincitore delle elezioni del 2019 come leader dell’opposizione dopo che i risultati sono stati annunciati con tre giorni di ritardo. A mettere una pezza a questa situazione ci sono delle ONG e alcune organizzazioni religiose, come quella dei Guanelliani, che incontrano i bambini per la prima volta soccorrendoli direttamente in strada con una équipe mobile composta da un’infermiera, un educatore e talvolta da un ex enfant de la rue, bambino di strada. Molti di loro sono feriti: mi spiega Desiré che i bambini sanno bene che le persone danno loro più soldi se li vedono più deboli, e non è raro che si provochino ferite anche gravi per guadagnarsi i soldi per mangiare. In strada, inoltre, vige la legge della sopravvivenza: risse e scontri sono all’ordine del giorno.  

 

Alcuni – le bambine soprattutto, già dall’età di 5 anni – si guadagnano da vivere prostituendosi, rischiando tra le altre cose di contrarre infezioni sessualmente trasmissibili. Ai bambini viene proposto di passare dal centro di Matete per trovare rifugio, e se vogliono, in un secondo momento, di essere accolti nel centro maschile di Lemba “O.s.e.p.e.r”. o in quello femminile “Divine Providence”, dove viene data loro la possibilità di studiare o di imparare un mestiere. Spostandosi con l’ambulanza utilizzata dall’équipe mobile e seguendo le indicazioni fornite dai bambini, inoltre, il tentativo è quello di mettersi in contatto con le famiglie, se loro lo accettano, così da sostenere la riunificazione e la ripresa in carico del bambino.

Tutto questo lavoro, chiaramente, ha un costo, e più di una volta le persone che vivono e lavorano al centro di Lemba mi hanno parlato delle difficoltà che si trovano ad affrontare costantemente. A sostenerli, infatti, ci sono dei benefattori, ci sono le adozioni a distanza – per non dare una cattiva immagine di sé all’esterno, lo Stato cerca di impedire le adozioni che prevedono che i bambini siano portati in altri paesi – e ci sono dei privati, principalmente delle aziende, a cui i Guanelliani scrivono per chiedere aiuto.

 

Come riportato nel testo “Bambini stregone nelle strade di Kinshasa”, «Mwana na mwana na tata naye»: a Kinshasa ogni bambino è il proprio padre, e le parole dei ragazzi mentre raccontano la propria testimonianza ben rendono l’adultizzazione precoce che hanno subito e agito, facendomi sentire piccola mentre pongo le domande. Se la strada, come dice una canzone che mi hanno consigliato proprio loro, insegna a sbrigarsela, trasmette l’aggressività e la violenza, è vero anche che non ha tolto loro il desiderio di riprendersi in mano il proprio futuro, rivendicando il proprio spazio nel mondo, che sia in Congo per qualcuno e altrove per qualcun altro. Quando domando cosa vogliano fare della propria vita, infatti, tutti hanno le idee molto chiare, e la loro sicurezza e determinazione spazza via ogni traccia di pietismo.

Chiara Pedrocchi è antropologa e giornalista. Si occupa principalmente di diritti, ambiente e sessualità. Attualmente scrive per Scomodo, Rivista .eco e AceTonico, e ha un podcast dal titolo “Mi devi raccontare”. In questo momento si trova a Kinshasa per fare ricerca e raccontare la realtà del luogo, con l’obiettivo di contribuire, almeno un poco, a decostruire quella che Chimamanda Ngozi Adichie chiama “l’unica storia” sull’Africa.

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