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Nella rete dei social alcuni corpi non emergono mai

Il modo in cui i corpi vengono rappresentati sui social è pieno di problemi

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I social network continuano ad avere un ruolo sempre più influente all’interno della nostra società, plasmando non solo le nostre interazioni online ma anche i nostri canoni di bellezza, cosa intendiamo per identità e auto-rappresentazione. Tra i temi più complessi in questo contesto vi è la rappresentazione del corpo femminile, che oscilla tra la celebrazione patinata della diversità e l’adesione a stereotipi di bellezza tradizionali. 

Il ruolo degli algoritmi

Ogni giorno sui social media siamo esposti alla visione di centinaia di corpi. Ma quali sono i criteri con cui viene selezionato quello che vediamo? Un ruolo fondamentale lo giocano gli algoritmi che, nel caso dei social media, determinano quali contenuti mostrare agli utenti, basandosi su fattori come interessi, interazioni passate e tendenze di popolarità. Tali strumenti mirano anche a proteggere gli utenti segnalando, ad esempio, contenuti violenti o pornografici. Questo permette alle piattaforme di bloccare preventivamente alcuni materiali. 

Questi strumenti, attraverso tecniche di machine learning, “imparano” a verificare, tra le altre cose, il livello di suggestività sessuale delle immagini. In un articolo del The Guardian Margaret Mitchell, ex co-direttrice del gruppo di ricerca sull’etica dell’IA di Google, sottolinea che la censura dei corpi femminili sui social media è spesso attribuita al fatto che le foto utilizzate per addestrare gli algoritmi siano frequentemente etichettate da uomini eterosessuali. Questo, ad esempio, potrebbe portare gli algoritmi ad associare positivamente uomini e fitness, mentre un’immagine di una donna che fa esercizio fisico potrebbe essere considerata provocatoria.

Di conseguenza, molti esperti ritengono che i social network più popolari riducano la visibilità di immagini e video apparentemente innocui basandosi su queste classificazioni. Questi materiali perdono molto spesso visibilità sui social, sottoposti a una pratica comunemente nota come shadowbanning. Quello che succede, al contrario del ban che coinvolge attivamente il blocco di un post o di un account, attraverso una notifica all’utente interessato, è che il contenuto perde di visibilità senza un’apparente ragione. Nonostante questi contenuti subiscono una vera e propria invisibilizzazione, i delegati di social noti, come Instagram, dichiarano che la piattaforma non utilizzi tale pratica. Il dibattito sul tema è da considerarsi aperto.

La giornalista e data humanizer Donata Columbro spiega a Scomodo che «gli algoritmi dei social network sono progettati per aumentare l’interazione degli utenti sulla piattaforma, promuovendo contenuti che generano forti emozioni, sia positive che negative, come aggressività o odio. L’algoritmo si basa dunque su regole predeterminate e sull’etichettatura dei dati, che possono influenzare la visibilità dei contenuti». Uno dei grandi problemi è che gli algoritmi di intelligenza artificiale presentano spesso dei pregiudizi di genere che non si discostano di molto da quelli dei loro programmatori: le immagini delle donne, infatti, vengono spesso considerate automaticamente più provocatorie rispetto a quelle degli uomini. 

Ma la differenza di genere non è l’unico criterio con cui alcuni corpi vengono invisibilizzati: sia sui social media che sui media in generale, nonostante le numerose campagne che promuovono la rappresentazione delle diversità dei corpi, a essere sovraesposti sono sempre gli stessi corpi. Nel caso delle donne, a essere promossa è sempre e solo una figura stereotipicamente femminile e iper idealizzata. Columbro spiega come «la ricerca della parola “donna” su Google spesso restituisce immagini di donne giovani e truccate. (..) La pressione per presentarsi in modo impeccabile sui social media riflette le aspettative sociali su come ci si deve mostrare online e può portare a critiche se un’immagine non rispecchia gli standard estetici. Tuttavia, il corpo non conforme può essere accettato se associato all’attivismo, ma non per autocompiacimento. Questo problema non riguarda solo gli algoritmi, ma riflette anche le aspettative sociali che influenzano le persone a evitare di mostrare certi tipi di corpo. Anche nelle rappresentazioni della gravidanza, si osserva una mancanza di diversità e inclusività. Non sempre c’è qualcuno pronto a difendere la rappresentazione dei corpi non conformi».

Le cause dei bias degli algoritmi sono molteplici: l’attrattività visiva delle immagini, il feedback comportamentale degli utenti che influisce sull’apprendimento dell’algoritmo, la cultura degli influencer concentrata sull’aspetto estetico e la pubblicità che spesso coinvolge personalità dei social media che rappresentano standard di bellezza ideale. Bisogna sempre ricordarsi che gli algoritmi operano in base alle regole del contesto sociale, applicando semplicemente le norme dei gruppi sociali al mondo online, non facendo altro che riprodurre, in numeri e statistiche, il funzionamento del mondo reale.

Il corpo della donna come corpo sessualizzato

I bias con cui gli algoritmi privilegiano la rappresentazione dei corpi non sono solo di genere. A essere privilegiati sono canoni estetici, e non solo, coerenti con i corpi privilegiati all’interno della società reale: i corpi bianchi, alti, magri e abili. 

Ma gli algoritmi non sono gli unici responsabili della visibilità che alcuni contenuti riescono a ottenere sui social. L’esposizione di un corpo non è mai neutrale, e in una vetrina dove l’estetica è tutto, i corpi maggiormente apprezzati acquisiscono sempre più visibilità. Per questa ragione, molto spesso, i corpi delle donne ottengono visibilità quando riscuotono successo, e per farlo devono spesso esporsi in quanto corpi sessualizzati. 

Come ci racconta l’autrice e attivista Dalila Bagnuli,  «se il corpo maschile è un intero, quello femminile è un insieme di pezzetti, e quando un pezzetto non va bene bisogna cambiarlo». Per questa interiorizzazione del male gaze che vede il corpo della donna come la semplice somma delle sue parti, in particolare parti erotiche come le labbra, seno o sedere, a ottenere spesso più visibilità sui social sono contenuti cropping (letteralmente: frammentazione) che vedono l’immagine di un corpo femminile essere ridotto all’esposizione di alcune sue parti. 

La sessualizzazione e l’oggettificazione, infatti, passa molto spesso attraverso l’esperienza di essere minimizzati a corpo fisico o a parti di questo corpo, come sostengono le ricercatrici e professoresse di psicologia delle emozioni Barbara Fredrickson e Tomi-Ann Roberts: quei corpi valutati «based on one’s instrumentality to others», ovvero che esistono soltanto in quanto strumentali ad altro. Da questo punto di vista, i social non introducono una novità, ma amplificano ulteriormente la diffusione di immagini e messaggi culturali già presenti nelle pubblicità e in altri mezzi di comunicazione più tradizionali. Il fatto che siano piattaforme image-based fa sì che venga privilegiata la dimensione estetica come misura di valore rispetto ad altre qualità, ricorrendo alla spettacolarizzazione e vetrinizzazione del corpo. 

Questo tipo di rappresentazione non è esente dal produrre importanti implicazioni: secondo Fredrickson e Roberts, la teoria dell’oggettificazione – per cui attraverso l’esposizione a certi tipi di pratiche, messaggi culturali e immagini, alcuni corpi perdono il loro valore di soggetto – induce le donne a interiorizzare uno sguardo esterno (maschile) sul proprio corpo. Come scriveva John Berger in Ways of Seeing «la donna deve guardarsi di continuo. Ella è quasi costantemente accompagnata dall’immagine che ha di se stessa. […] Gli uomini agiscono e le donne appaiono. Gli uomini guardano le donne. Le donne osservano se stesse essere guardate. Ciò determina non soltanto il grosso dei rapporti tra uomini e donne, ma anche il rapporto delle donne con se stesse. L’osservatore della donna è maschile; l’osservata femminile. Così lei si trasforma in oggetto. Più specificamente in oggetto di visione»

La socializzazione femminile passa per la percezione del sé come un oggetto passivo piuttosto che come un corpo dotato di agency. Sembra quindi probabile che l’auto-oggettificazione si venga a imporre come metodo per ottenere approvazione sociale. «Noi ci oggettifichiamo tutti i giorni. Tutte le donne si oggettificano» commenta Bagnuli, e prosegue «L’auto-oggettificazione è uno dei più subdoli strumenti di controllo sul corpo femminile» perché si avvale della complicità femminile in un processo  che penalizza le donne stesse.

Diversi studi svolti tra il 2020 e il 2022 hanno dimostrato con prove consistenti che l’auto-oggettificazione è spesso associata alla frequenza di pubblicazione e modifica dei propri selfie. In un report pubblicato nel 2021 dalla professoressa Rosalind Gill, il 90% delle donne interpellate dichiara di essere ricorsa all’uso di filtri o di aver modificato le proprie foto prima di pubblicarle per uniformare la tonalità della pelle, per modificare la forma della mascella o del naso, per ridurre la propria forma, per schiarire o scurire la pelle o per sbiancare i denti.

Le donne che hanno partecipato allo studio hanno anche riportato di vedere regolarmente pubblicità e di ricevere notifiche riguardanti procedure cosmetiche e di chirurgia. Gill ha raccontato di un generale sentimento di inadeguatezza tra le persone giovani, sopraffatte da immagini «troppo perfette». Gli utenti sono sottoposti a una nuova forma di confronto sociale con un modello escludente che porta avanti ideali estetici irraggiungibili, che hanno importanti ripercussioni psicologiche: insoddisfazione corporea, manifestarsi di disturbi alimentari, pratiche di body monitoring (monitoraggio costante del proprio aspetto fisico attuato anche inconsciamente) e depressione. 

In risposta a questa crescente problematica rispetto all’auto-rappresentazione e percezione di sè e alla continua esposizione sui social di corpi idealizzati, è proprio sui social che si sono diffusi nuovi paradigmi valutativi e si sono fatti avanti pensieri di controcultura rispetto alla rappresentazione del corpo femminile egemone. Tuttavia molto spesso si tratta di strategie comunicative che, appropriandosi del linguaggio femminista, lo strumentalizzano per scopi commerciali. Per descrivere questo fenomeno è stata coniata l’espressione commodity feminism. Lo stesso è accaduto anche al movimento del body positivity. 

Predicare bene

Negli anni ‘90 le campagne pubblicitarie cavalcavano il paradigma del corpo perfetto e stigmatizzavano i soggetti non conformi offrendo loro la soluzione per redimere la propria “colpa”. Quelle stesse aziende oggi si fanno promotrici della retorica del self-love, ma sempre con lo stesso scopo: incrementare le proprie vendite. 

Esempio di questa pratica è il brand Dove che, come riportato in un articolo del The GuardianHow beauty giant Dove went from empowering to patronising”, nel 2004 lanciò la campagna “Real Women”, raffigurante sei donne “normali” in biancheria intima. Questa campagna fu un esempio lampante di hashtag-heavy femvertising: una strategia di marketing e comunicazione utilizzata dai brand per ispirare le donne con qualsiasi tipologia di corpo, mediante slogan accattivanti, promuovendo al contempo i loro prodotti e generando così un maggiore coinvolgimento nel marchio.

Per quanto discutibile sia utilizzare messaggi di empowerment e di emancipazione femminile a fini commerciali, la strategia funzionò: nel giro di un mese, le vendite della crema rassodante Dove raddoppiarono. Il dovere morale di amarsi “così come sei” è sempre accompagnato anche dall’invito ad acquistare un certo prodotto, presentato come un gesto di cura nei propri confronti e di auto-determinazione. Quello che porta è un effetto inevitabilmente paradossale. Tu vali ma il tuo valore crescerà se utilizzerai una serie di prodotti per valorizzarti. 

La “versione mainstream” della body positivity ha il pregio di avere (parzialmente) allargato la gamma di corpi “rappresentabili” e pluralizzato la declinazione della bellezza. Così facendo tuttavia continua a perpetrare uno sguardo insistente sulla dimensione esclusivamente estetica della persona, andando così a snaturare il messaggio originario del movimento. La body positivity nasceva proprio per combattere l’associazione lineare tra rappresentazione e valore intrinseco alla persona, per ridimensionare il peso dell’estetica in favore di altre caratteristiche. Sempre Bagnuli afferma come «la body positivity non parla al singolo, ma alla società, e le chiede di rispettare le persone a prescindere dal loro aspetto. Lo scopo non è allargare il canone, ma eliminarlo. Non voglio sentirmi dire “sei bella”. Un canone è una gabbia. Non voglio entrarci dentro. Voglio distruggerla. Anche perché  tu puoi amarti quanto vuoi ma se poi la fuori c’è una società che ti stigmatizza sistematicamente te ne fai ben poco del tuo self-love».  

La body neutrality nasce per riportare il discorso su un piano politico ma, secondo il parere di Bagnuli, il movimento vive di una contraddizione: «i corpi non sono neutri». Il ruolo del corpo si può ridimensionare ma non escludere del tutto. Tuttavia, se il corpo può essere la causa di uno stigma, proprio nel corpo si può ritrovare la svolta di autodeterminazione. «Il mio corpo è parte del mio soggetto (non oggetto neutro) e voglio usarlo per urlare chi sono».

La riappropriazione del corpo femminile attraverso la rappresentazione che ne viene fatta sui social può giocare un ruolo fondamentale nel lungo processo di liberazione da uno sguardo esclusivamente maschile. «Il confine tra auto-oggettivazione e auto-determinazione sta tutto nella consapevolezza delle nostre azioni», conclude Bagnuli. 
di Lucia Koreia Ciusa (Lucia Koreia Ciusa),Caterina Malanetto (Caterina Malanetto),Margherita Scavo (Margherita Scavo)

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