Ho iniziato a far parte di Scomodo nel maggio 2020. Quello che ricordo benissimo è che mentre io iniziavo a scrivere i miei primi articoli per la rivista, vedevo tantissime storie sui social relative ai lavori di un posto – a me al tempo ancora non familiare – a Roma. Ogni ora mi ritrovavo il feed invaso da foto, video: sembravano esserci sempre almeno una trentina di ragazzi indaffarati, ogni giorno, impegnati a svolgere le mansioni più varie. È un’esperienza precisa nella mia mente, uno dei tanti modi che Scomodo aveva trovato per far sì che un’esperienza locale potesse avere un coinvolgimento quasi nazionale. Ricordo il video di un gruppetto di ragazze che imbiancano con dei pennelli una parete, quello di un ragazzo che smonta un condizionatore mentre è in bilico su una scala, un muro che viene buttato giù. Da quando frequento il posto tutti i giorni, a volte non resisto, indico dei punti, delle stanze, domandandomi cosa ci fosse prima, cosa fosse accaduto nell’intervallo tra un video e l’altro, tra gli scatti di quelle foto.
«All’inizio c’erano solo le cose vecchie dell’abitativo. Sembrava più un deposito che un posto da aprire al pubblico». A parlarmi è Giacomo Florenzano, che ha diretto i lavori per il posto. Lui è uno di quei visi che ricordo benissimo dai video. Adesso è una di quelle persone che vedo quasi tutti i giorni: scende giù in redazione quando ha tempo, si siede e fumiamo una sigaretta, scherziamo, commentiamo il casino di fuori. Oggi, in effetti, lo spazio è un punto di riferimento nel panorama culturale romano: workshop, DJ set, la redazione giornalistica, l’aula studio, la rampa, il giardino – un microcosmo di persone orbita in un luogo capace di offrire tutto ciò che può servire nel quotidiano. Prima però il -2 è stato un garage, una discarica, un piccolo cantiere, casa delle assemblee; poi di nuovo cantiere e infine uno spazio restituito alla città. È il primo luogo in cui Scomodo ha fatto ciò che poi avrebbe tentato ovunque: dare un posto in cui le nuove generazioni potessero sentirsi a casa. Come mi ha detto Gianmarco Fetoni, oggi direttore degli spazi di Scomodo, «non abbiamo mai cercato luoghi da arredare, volevamo un processo». Un’idea, quindi, di architettura che si facesse relazione.
Tutto comincia a SpinTime. Si tratta dell’occupazione di Action che dal 2013 a Roma ospita 500 persone senza casa di 27 nazionalità differenti. Una casa prima di essere un modello di integrazione sociale studiato in Europa per la radicale apertura nei confronti della città. Spin Time è inserito nel Piano Casa del sindaco Roberto Gualtieri, ma rischia ancora lo sgombero e con il Decreto sicurezza i suoi abitanti fino a sette anni di carcere. È Paolo Perrini, Paolone, a essere l’anello di congiunzione tra Scomodo e Spin. «Mi sono interessato a voi tramite le Notti Scomode. L’idea era ridare vita ai posti morti, la sentivamo vicina. Oggi la Redazione è passata da un garage a un posto di socialità in cui le persone di tutta Roma si riuniscono». Paolone parla lento, ha una voce quasi da profeta quando scandisce le parole, tono d’altri tempi. Confessa che «il problema, quello vero che lo fa crucciare, è che non c’è più comunità – si parla solo con chi ci capisce, non si cerca un confronto costruttivo»; ma c’è un po’ di speranza nei suoi occhi. «Voi siete riusciti a trovare un linguaggio, un nuovo modo di portare le persone insieme».
Se lo ricorda bene il momento in cui osservava i ragazzi che, nel 2020, hanno lavorato alla costruzione di questo spazio. Mentre Tommaso Salaroli – cofondatore del progetto, assieme a Giacomo, cercava di coordinare i lavori, centinaia di mani di sconosciuti si univano in un obiettivo comune. L’idea che c’è dietro è figlia di una call lanciata per coinvolgere studenti delle tre facoltà di architettura romane: Tor Vergata, Sapienza e Roma Tre. Si è trattato per la prima volta, soprattutto per degli studenti di architettura, della chance di poter vedere «una ricaduta reale, un lavoro concreto. Tu studi architettura e ci vorrà un sacco di tempo prima che tu possa vedere qualcosa di tuo, tipo per davvero tuo, quindi una proposta del genere ha smosso chi studiava. Era la chance per calarsi nel reale,» mi spiega Giacomo, al tempo anche lui studente.
A essere scelti saranno quattordici progetti, ognuno integrato con l’altro per raggiungere una forma finale che potesse rendere al meglio i tre spazi che erano stati pensati — anche se il più ambizioso, la “sala skate”, non vedrà mai la luce. Non importa. La Redazione prende forma giorno dopo giorno.
Io e Tommaso parliamo seduti sul divano verde che si trova in soppalco. Quest’ultimo lo abbiamo aggiunto l’estate scorsa: anche questo è un segno di come procedono le cose dentro Scomodo; idee che vengono, pezzi che prendono forma a poco a poco grazie al lavoro collettivo. In sei hanno alzato da giù a su la vetrata che oggi separa i due ambienti e attraverso la quale Tommi mi indica il muro che è di fronte alla scrivania dove di solito lavoro. Ogni giorno un po’ mi distraggo a guardarlo: è una grande parete (un tempo bianca) che nel corso dello scorso anno è stata completamente ricoperta da foto. Tra queste spiccano quelle dei lavori della Redazione e io non posso fare altro che perdermi, ricordarmi di quando tutte quelle foto le vedevo ed erano una parte di quelle storie su Instagram proprio sul profilo di Tommaso, mentre mi domandavo chissà com’è stare lì, cosa sta succedendo.
Mi racconta che prima delle foto, prima del muro verniciato di bianco, c’era una grande tabella divisa in sessanta giorni e in sei unità. Prima dello schema aveva fatto diverse riunioni – crede in maniera romantica sia lo stesso giorno in cui chiacchieriamo noi oggi, ma cinque anni fa – con «gente grande, quelli che di sicuro più di noi sapevano i tempi, quanto ci voleva, cosa fare». È stato un gioco di incastri, cercare di capire come tenere impegnati e rendere funzionali i gruppi di lavoro, capire quanto tempo ci vuole per fare quella cosa. Giacomo ride, dice «ma noi che ne sapevamo che il cemento ci metteva tre giorni ad asciugare, nella nostra testa massimo tre ore e quindi la tabella di marcia scalava di continuo».
In quel programma c’è il contributo di ognuno, il forare i muri, portare sacchi di cemento sul motorino. Giacomo ride e ricorda divertito che erano quelli i mezzi di trasporto privilegiati, assieme a un furgone enjoy. Nel caos del cantiere ci sono professionisti e ventenni alle prime armi, architetti e ragazzini del primo anno di liceo.
Tra questi, Tommaso Monni – detto Tommasino – che oggi di anni ne ha venti e che continua a frequentare lo spazio.
«È ancora assurdo pensare che l’abbiamo fatto noi ed è nostro».
Si agita sulla sedia quando parla perché non sta mai fermo e parla e dice un fiume di parole e prendere fiato non è un’attività che Tommasino conosce ma quello che conosce (o che ha imparato a fare) è abbattere i muri, usare i pennelli, passare il coppale, fare diversi disastri con rullini, vernici, cavi elettrici. In quell’infinità di mansioni da fare, bisognava tenere le fila di tutto.
«Eravamo stanchi ancora prima di cominciare. Siamo andati avanti per inerzia e fiducia», dice Giacomo e all’interno di quel lungo e faticoso lavoro – perché la fatica è stata tanta e non c’è un giorno in cui qualcuno non indichi qualcosa in redazione ricordando il tempo che c’è voluto a crearlo – si inseriscono i momenti di comunità. I lunghi pranzi, le chiacchiere. Quando diventava troppo Tommaso chiamava la pausa, urlava andiamo al mare e si saltava tutti su, sui motorini, sulle macchine, le enjoy e si andava a fare i tuffi ai bilancioni. C’è dell’amore che non si manifesta a parole. Gli chiedo quale fosse per lui il momento più bello, cerco una corrispondenza tra la sua risposta e quelle degli altri che ho collezionato prima. Tommaso mi guarda, occhi azzurro limpido, mi dice che dovendo scegliere è «l’infinità delle possibilità che c’erano ogni giorno. Arrivavo la mattina presto, trovavo gli attrezzi ordinati e tutti a posto», mi spiega e gesticola con le mani, i suoi gesti disegnano quello che c’era un tempo, «vedevo questa cosa statica ma comunque in grande trasformazione. La mattina era il momento in cui, in silenzio, potevi immaginare i passi avanti e poi la sera li vedevi davvero, chiudevi il cantiere ed eri soddisfatto ma sfinito». Alla domanda sulla fine dei lavori, sul procedere delle giornate, Giacomo ride amaro: «finivamo quando finivamo». Nei suoi occhi, una punta d’orgoglio. Michela – che poi aveva cominciato a dare una mano all’edicola dello spazio e che oggi si occupa della parte finance del progetto – è entrata per la prima volta in Redazione proprio per i lavori: «il mio ricordo preferito è che a un certo punto eravamo stanchissimi, stavamo scartavetrando la rampa, c’era tutto uno strato di vernice che andava tolto» e già ride mentre racconta «però era un lavoro lunghissimo, così abbiamo messo la musica altissima e ci siamo messi a cantare Battisti» ed è facilissimo immaginarsi questo gruppo di otto ragazzi piegati, sudatissimi sotto il sole d’agosto, con le mani sporche di polvere e inesperte a cercare di ripulire il pavimento.
Anche Cecilia – oggi direttrice editoriale – è entrata per la prima volta in Redazione durante i lavori. «Partecipavo a tutte le riunioni, mi mettevo dove serviva una mano. Poi ho visto delle storie di Instagram in cui cercavano aiuto per costruire lo spazio e sono venuta da Milano restando una giornata intera». Gira lo sguardo, ammette scherzando che poi per vergogna se n’è stata in cucina a preparare il pranzo, ricorda di aver pulito chili e chili di cozze ma che a fine giornata ha comunque poi «aiutato a tinteggiare una parete».
È stato un intreccio di mani, un impegno condiviso, un obiettivo comune a creare il posto. Ogni giorno un tassello veniva aggiunto e lo spazio prendeva forma a poco a poco, cambiando e assumendo un nuovo assetto. Tommasino dice che «più lo vedevamo cambiare, più diventava bello, costruivamo cose e più ci veniva voglia di lavorarci ancora».
Oggi, a lavori finiti, la Redazione si presenta come un laboratorio culturale vivace, in sintonia con quello che viene fuori, alla luce del sole come si dice scherzosamente in ufficio. Spesso gli occupanti scendono giù, scambiano quattro chiacchiere con chi lavora giù. È il caso di Fabio, che è a SpinTime da sei anni e che durante i lavori ha aiutato con la costruzione dei muri.
Sorride e scherza con quel fare sornione e romano ripensando all’inettitudine dei ragazzetti, «n’sapevano fa ‘nniente, imbranati, però c’avevano voja de ‘mpara» e questo, come dice Fabio «bastava». Per lui spazi come questi «sono importanti perché non c’è discriminazione e nessuno obietta niente, puoi essere chi ti pare».
Questo posto è casa per tanti e tante che sono qui e si sentono accolte da subito, come è accaduto a Chanel. Una storia complicatissima la sua, ombrosa, ma che sembra aver trovato un po’ di sollievo ora. «Sento che mi posso fermare adesso, credo di poter smettere per un attimo di combattere» dice. Racconta che «in carcere la solidarietà è basata sulla tristezza, sul guaio condiviso; qua no. Tutti vengono da contesti difficili, eppure appena si arriva a SpinTime e a Scomodo chiunque vuole dare una mano, ce la mette tutta per farti sentire che non sei solo, che la tua lotta è la nostra lotta» e sarà, come dicono le scritte in giro, una bella lotta.