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“Quando la smetterà l’Occidente di immischiarsi?”

Nel corso del tempo si è affermata la narrazione di un occidente paladino della democrazia. Eppure gli interessi economici occidentali muovono quella che si potrebbe definire “colonizzazione a distanza”, in cui gli esponenti politici del paese target vengono appoggiati oppure ostacolati in base alla loro apertura verso lo sfruttamento delle risorse interne da parte del colonizzatore. Il film “Donne senza uomini" di Shirin Neshat e il libro di Benazir Bhutto “Riconciliazione: l'islam, la democrazia e l'occidente” propongono un’analisi di questo meccanismo, sottolineando la necessità di ripensare il concetto di “democrazia occidentale”.

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In un giardino fuori da Teheran una donna sta morendo. Intanto, in città, manifestanti corrono in tutte le direzioni, accerchiati dai soldati, difensori dello Shah Reza Pahlavi. La contrapposizione tra la monarchia iraniana legata all’Occidente e la lotta per una democrazia “orientale” viene descritta con immagini potenti e crudeli da Shirin Neshat nel suo lungometraggio Donne senza uomini (2009). Una storia che sembra lontana, relegata agli anni ’50, ma che risuona sempre più forte negli eventi geopolitici degli ultimi anni.

 

“Quando la smetterà l’Occidente di immischiarsi?”

 

È un commento che si sente fare spesso a persone di origine iraniana, soprattutto se sono nate prima della famigerata rivoluzione del 1979. Nelle scuole italiane si legge solo di questo evento, descritto come il momento in cui in Iran è crollata definitivamente ogni tipo di libertà civile, il momento in cui le donne hanno perso molti dei propri diritti. O almeno, questo è quello che si racconta nei nostri libri.

 

Un argomento che si evita di affrontare, invece, è l’influenza dell’Occidente nel far precipitare determinati eventi in altre parti del mondo. 

Il colpo di stato del 1953 raccontato da Neshat sembra fare solo da sfondo agli eventi vissuti dalle protagoniste della storia, eppure è il motore di tutto: la libertà viene meno in un Iran che sta soffrendo economicamente per mano delle politiche britanniche, in cui buona parte del popolo chiede una democrazia che ponga fine a decenni di accordi e rivendicazioni occidentali.

Parlare della storia iraniana oggi non è facile.

Neshat racconta le storie di quattro donne che, anche se non sembra, sono indissolubilmente legate agli avvenimenti politici sullo sfondo. E così, mentre Fakhri, abituata all’ambiente progressista filo-americano, cerca di separarsi dal marito, Munis scende in piazza a protestare proprio per evitare il colpo di stato voluto dagli Stati Uniti, che avrebbe deposto il primo ministro Mossadeq, eletto democraticamente, in favore di Pahlavi e della monarchia. Il dubbio che sorge agli occhi occidentali si dipana fino alla fine del film: chi è il vero nemico della libertà di queste donne?

 

Neocolonialismo e islamofobia

Il copione che si è visto in Iran non è unico nel suo genere. 

Il meccanismo è sempre lo stesso: gli interessi economici occidentali muovono quella che si potrebbe definire “colonizzazione a distanza”, in cui gli esponenti politici del paese target vengono appoggiati oppure ostacolati in base alla loro apertura verso lo sfruttamento delle risorse interne da parte del colonizzatore. Il popolo non ha potere decisionale sulle proprie risorse. Come non ha potere decisionale sull’attività della politica.

 

Non stupisce che colpi di stato come quelli iraniani del ‘53 e del ‘79 fossero irrimediabilmente legati a sentimenti come la nazionalizzazione del proprio petrolio o la voglia di porre fine a una monarchia “troppo ammanicata” con gli Stati Uniti. 

Anche l’islamofobia che da tempo cresce sempre di più tra Stati Uniti ed Europa fa parte del gioco. L’Iran resta l’esempio preferito per spiegare a tutti come sia l’Islam il problema, in un’equazione sbagliata in cui un regime non democratico è tale solo per colpa della religione. Ed è così che anche l’appoggio dell’Europa all’attuale ondata di proteste rimane parziale e fortemente miope: per noi è “la lotta delle donne contro l’Islam”, non la lotta di tutti contro ogni imposizione – religiosa e politica – del regime. Eppure quella che molte persone in Iran sperano di trasformare in rivoluzione è una vera e propria liberazione politica, in cui la religione torni a essere una scelta e la “democrazia” smetta di essere una parola pronunciata dallo stesso governo che si dichiara “vincitore” con il 70% di cittadini astenuti alle ultime elezioni.

Islam, democrazia e Occidente

È proprio la narrazione di molti altri paesi oltre all’Iran che viene fatta in Occidente a dover cambiare. Il problematico rapporto tra occidente e paesi a maggioranza musulmana si riflette proprio nella narrazione che di questi viene fatta. 

«La saggezza convenzionale vorrebbe farci credere che la democrazia non sia riuscita a svilupparsi nel mondo musulmano a causa dell’Islam». Con queste parole Benazir Bhutto dà inizio ad uno dei capitoli più densi e politici del proprio libro: “Riconciliazione: Islam, Democrazia e Occidente”. 

La posizione assunta in questo capitolo nasce dalla volontà di scardinare e generare una nuova narrazione dei paesi musulmani, che tenga conto della loro peculiare complessità storica. Particolare attenzione viene posta sulle conseguenze delle brutali politiche coloniali occidentali, che hanno reso impossibile la costituzione di stati solidi e democratici. 

 

Se erroneamente, infatti, ci è dato pensare che Islam e democrazia si escludano a vicenda, riconducendo questa causa ad un fattore ideologico insito nella cultura musulmana, l’autrice pone l’accento su come «spesso questa narrazione viene usata per distogliere l’attenzione dalla triste storia delle politiche occidentali nel mondo musulmano».

È ad oggi evidente come, se le democrazie solide attualmente nel mondo islamico si possono contare sulle dita di una mano, questo dato non dipende dal Corano che condanna questa forma di stato, quanto, invece, da due cause principali, che in qualche modo si intersecano in un eterno scontro: il primo riguarda la lotta interna tra fazioni dell’Islam in merito all’interpretazione del testo sacro. Il secondo, invece, attiene proprio al lungo periodo coloniale che ha privato i paesi in via di sviluppo di risorse naturali e umane. 

Semplificare decenni e secoli di politiche coloniali in poche righe è impossibile se si vuole rendere la complessità di un fenomeno storico, sociale e politico. Tuttavia, il libro, nel narrare e descrivere la storia di diversi paesi musulmani nel mondo, permette al lettore di individuare una serie di elementi chiave che accomunano questi anni di dominio occidentale, offrendogli così una nuova chiave di lettura del presente. 

In primo luogo evidenzia quali sono le finalità del processo di colonizzazione. Non si è mai deciso di colonizzare un luogo per portare sapere, conoscenza e diritti. Le politiche coloniali sono sempre state finalizzate al raggiungimento di obiettivi politici ben precisi, in grado di soddisfare i propri interessi in territori altrui, come il caso dell’Iran per gli inglesi. Al contrario di quanto recita la nota lirica di Kipling, The white man’s burden, in cui si parla di una presunta missione educatrice, gli interessi sono sempre stati economici (il petrolio) o di posizionamento politico strategico, (pensiamo all’Egitto e il canale di Suez). Problematica in questi anni è stata l’evidente indifferenza occidentale per i territori occupati che ha generato pesanti situazioni di instabilità politica, economica e sociale. L’esperienza coloniale di molti paesi musulmani ha contribuito alle difficoltà nel praticare la democrazia. Pensiamo alla Libia, sottoposta al dominio italiano a partire dal 1911. Terra di sanguinosi scontri tra indipendentisti e milizie italiane, alla fine della Seconda guerra mondiale con la perdita dell’Italia, le nazioni unite hanno dichiarato e sostenuto l’indipendenza della Libia. La libertà di uno stato dall’influenza coloniale, tuttavia, non lo libera del tutto, essendosi plasmato e creato il pensiero politico sotto un regime oppressivo. Infatti, conquistata l’indipendenza, la mancanza di una naturale crescita e maturazione di ideali democratici nonché la lenta formazione di istituzioni pubbliche statali ha determinato l’ascesa di una sanguinosa dittatura detentrice di tutti i poteri statali. Come la Libia, tutto il nord Africa è stato per decenni sottoposto al dominio inglese, francese e spagnolo che nel dividere i territori con squadra e compasso, hanno portato alla nascita di stati profondamente instabili politicamente, di cui, oggi, l’occidente è spettatore dei  drammatici effetti. 

Ma la stessa scrittrice nel libro si sofferma su un ulteriore punto, fondamentale per la comprensione del complesso scontro tra culture. Se da un lato le barbarie coloniali, al momento della ritirata, hanno spesso lasciato territori nelle mani di tiranni o si è assistito alla radicalizzazione di posizionamenti politici, la narrazione che viene portata avanti di queste politiche estere rimane sempre edulcorata dall’idea comunemente accettata che gli interventi fossero finalizzati ad un fantomatico benesse, al ristabilimento di un equilibrio politico e sociale nazionale e internazionale. 

Si pensi all’intervento ONU nel ‘48  in Palestina che ha diviso una terra, vessata da anni di colonialismo, in due aree: da una parte gli arabi e dall’altra gli israeliani. La suddivisione forzata ha portato ad accesi scontri tra popoli, formalmente conclusi con la vincita dei primi sui secondi e la divisione formale dei territori in tre aree: Israele, Cisgiordania e Gaza. La mancanza del riconoscimento sulla cartina delle aree palestinesi evidenzia quali siano i punti di criticità. Non si tratta di due stati arabi indipendenti, in quanto il controllo e l’ingerenza israeliana è sempre stato uno dei tanti punti problematici di questa terribile politica coloniale. Le insurrezioni e le formazioni politiche talvolta violente messe in atto dai palestinesi non sono mai state analizzate dalla comunità internazionale alla luce dell’occupazione illecita del territorio, ma rapidamente confinate sotto la categoria di “organizzazioni terroristiche”. Quest’ultimo punto porta alla luce un ulteriore elemento di analisi importante per la comprensione del fenomeno coloniale: il monopolio dell’informazione in mano agli stati occupanti. 

Quando Buttho parla di Egitto, lo accosta all’Iran.
Si tratta del paese arabo più grande e culturalmente importante del mondo che fin dall’800 è stato sottoposto al potere inglese che ha esercitato forti oppressioni contro le nascenti spinte democratiche. Seppure non si è mai formalmente parlato dell’Egitto come colonia britannica, ma, invece, si sia sempre optato per il termine “protettorato”, l’Inghilterra ha di fatto strumentalizzato a suo favore i re egiziani per reprimere le crescenti richieste e fervori politici a favore della democrazia. Il territorio è così importante per il canale di Suez, il cui controllo garantisce l’acquisizione del potere economico, politico e militare a livello internazionale, nonché area strategica per il collegamento con l’India, “Gioiello Britannico”. 

Per comprendere la situazione è interessante sottolineare come, seppure in territorio egiziano, la proprietà del canale non è mai passata sotto l’Egitto. Inizialmente controllata da una compagnia francese, di cui l’Egitto deteneva una minoranza di azioni, fu costretto a vendere le quote all’Inghilterra a causa dei debiti contratti negli anni. 

Stato povero e dominato da potenze europee ha trovato faticosa la nascita di uno stato indipendente. Quando questo è accaduto nel 1922, la nascita di una monarchia costituzionale venne concessa dall’Inghilterra sotto quattro condizioni: il potere del canale di Suez deve rimanere nelle sue mani, l’autorità inglese deve difendere l’Egitto, avere il diritto di proteggere gli stranieri e il potere di decidere se lo stato del Sudan deve essere indipendente o sotto l’influenza egiziana. Insomma, continuava a rimanere di fatto un protettorato britannico. La formale indipendenza, comunque, non ha scongiurato l’Egitto dall’ebhssere in balia di governi-fantoccio, continue cadute di governo e limitazione del diritto di stampa nonché incarcerazione dei dissidenti politici. L’oppressione veniva fatta soprattutto nei confronti del partito Wafd, riformista che continuava nei primi anni ad avere forte supporto della popolazione e che, facendosi portavoce di ideali di libertà e indipendenza dal potere inglese, non è mai riuscito a detenere il potere per più di qualche mese, venendo sciolto il parlamento dal re stesso sotto il controllo del Regno Unito.

Ad oggi, dunque, non ci sorprende sapere che la democrazia egiziana lotti ancora contro un regime autoritario, repressivo, che manipola apertamente le elezioni, elimina leader dei partiti e delle organizzazioni politiche, ostacola il lavoro delle ONG (soprattutto quelle che si occupano di diritti umani e di libertà politiche) e limita la  libertà di stampa. 

È un altro esempio di come la democrazia è per l’occidente, un valore da applicare selettivamente, non universalmente, ai paesi in cui c’è un interesse economico da preservare. Di esempi il libro ne fornisce innumerevoli ancora, soffermandosi non solo sulla brutalità delle occupazioni, ma anche sulla resistenza dei popoli che oggi come allora si trovano a dover lottare per la conquista e il riconoscimento dei propri diritti democratici.

Il rumore di fondo di questo libro, tuttavia, non ha le fattezze di un’accusa verso gli stati occidentali, quanto invece di studio e snodatura di un problema che troppe volte non viene affrontato e quando questo avviene, viene fatto male. La riconciliazione tra Islam e occidente è un tema ricorrente nel libro, a sostegno della posizione che un dialogo e un incontro ci deve essere, anche e soprattutto grazie alla consapevolezza di quali sono state le dinamiche che hanno portato a questo scontro. La riconciliazione può e deve essere fatta, riconoscendo però le brutalità commesse e mettendo nelle condizioni gli stati di poter riprendere il potere economico sulle proprie risorse, politico del proprio territorio, nonché restituendo la libertà  che spetta ai popoli.

di Katia Shirin Karamooz (Katia Shirin Karamooz),Idarah Umana (Idarah Umana)

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