- Introduzione
- Virale è collettivo?
- Non ci resta che memare
- Lavorare non mi interessa
- Ripensare il sistema
Puoi trovare questo nucleo nel numero 74 a pagina 7 del giornale.
È l’ottobre del 2023 quando Brielle Asero, ventunenne neolaureata in marketing, pubblica su TikTok un video in lacrime. Il contenuto è banale quanto esplosivo: dopo il primo giorno di lavoro in un ufficio di Manhattan, sfoga la sua frustrazione per la routine 9-to-5. Treno alle 7:30, rientro alle 18:15, giusto il tempo per riscaldare qualcosa in microonde prima di crollare sul divano. Zero energie per cucinare, fare sport, socializzare. La didascalia recita: “mi sento come se avessi 12 anni e ho paura di non avere tempo per vivere”. Niente di rivoluzionario, solo un momento di vulnerabilità che – all’improvviso – fa 3,4 milioni di visualizzazioni.
Internet, con tempismo impeccabile, si spacca in due. Da quel momento, cambia qualcosa nel modo che abbiamo avuto per raccontare le esperienze lavorative.
Su TikTok i commenti sono un abbraccio collettivo: solidarietà e comprensione immediata da parte di chi confida di aver avuto una crisi con il suo primo 9-to-5 e chi critica l’anacronismo del sistema, rivelando che la settimana lavorativa di 40 ore fu pensata quando c’era qualcuno a casa a occuparsi delle faccende domestiche. Il contenuto viene poi condiviso su X, e la narrazione si capovolge: account conservatori e media mainstream la investono senza pietà: Brielle è pigra, viziata, rappresenta l’ennesima prova che la Gen Z non ha voglia di lavorare. Alcuni la definiscono “il manifesto del declino occidentale”: Briselle diventa una macchia di Rorschach generazionale.
Asero stessa, intervistata da “Rolling Stone”, racconta di non capire come un semplice sfogo sia diventato un argomento politico. Eppure il suo video ha toccato un nervo scoperto: milioni di giovani lavoratori si riconoscono in quella stanchezza esistenziale, in quella sensazione di essere ingranaggi troppo piccoli in una macchina troppo grande. Non è solo questione di orari: è la percezione di aver barattato la propria vita per uno stipendio che non basta a permettersela. Cerca di riportare i fatti: ha cercato lavoro per cinque mesi dopo la laurea, si è diplomata un anno prima per risparmiare sulle tasse universitarie, si è trasferita dal South Carolina al New Jersey per quell’impiego. Ha fatto tutto “per bene”. Ma questi dettagli passano in secondo piano quando serve costruire lo spauracchio della gioventù choosy. Internet preferisce le narrative binarie: chi vede nel video una denuncia legittima, chi ci legge solo entitled whining di chi non ha mai conosciuto la vera fatica. Il dibattito brucia veloce, alimentato da meme e post al vetriolo fino a quando, due mesi dopo, arriva il colpo di scena che nessuno (forse) si aspettava. A dicembre, Brielle annuncia di essere stata licenziata. La startup per cui lavorava non aveva abbastanza carico di lavoro né risorse per formarla adeguatamente. L’ironia è feroce: la ragazza che piangeva per paura di non avere vita al di fuori del lavoro scopre che nemmeno dentro al lavoro c’è spazio per lei.
Il licenziamento trasforma il caso da battaglia culturale a parabola sulla precarietà strutturale. Non è più questione di tenacia o fragilità generazionale: è il sistema stesso a sembrare in cortocircuito. La stessa ragazza accusata di “non voler lavorare” scopre che il lavoro, in realtà, non aveva spazio per lei.
La cultura social ha codificato questo momento in tempo reale, trasformando Brielle prima in meme, poi caso mediatico e, infine, terreno di scontro ideologico. Il caso Asero, tuttavia, va oltre il singolo momento virale: cristallizza il paradosso del lavoro di nuova generazione, una ragazza che chiede dignità viene accusata di debolezza, mentre il mercato la espelle. Uno sfogo autentico diventa manifesto politico involontario, il privato esplode nel pubblico e mentre Internet continua a litigare su chi ha ragione, se la ragazza fragile o i boomer inflessibili, Brielle, e con lei milioni di coetanei, resta lì. Curriculum aggiornato, nessuna certezza, due ore di pendolarismo in meno ma nessuna risposta in più. Nell’era della polarizzazione digitale, anche l’onestà diventa un atto rivoluzionario o, almeno, virale, e stormi di giovani incollati su un pullman continuano a chiedersi se questa è davvero la “vita vera” che ci avevano promesso, o se il problema non sia proprio il fatto che ce l’abbiano promessa.

Virale è davvero collettivo?
In un’epoca di crisi della rappresentanza e dei corpi intermedi, le grandi narrazioni attorno a temi come il lavoro sono ancora importanti, ma si costruiscono in modo diverso. La Gen Z, nel portare avanti la sua critica della cultura dell’individualismo estremo, è ancora immersa in quest’ultima: queste narrazioni perciò vengono a formarsi in modo spontaneo, dal basso, dalla somma delle tante esperienze individuali che vengono condivise, nel momento in cui ci rendiamo conto che tali esperienze si assomigliano e dunque non sono individuali ma piuttosto estremamente collettive. È la politica dell’era post-ideologica: non più partiti o sindacati a organizzare il dissenso, ma hashtag e pagine satiriche a cristallizzare l’insoddisfazione collettiva. Spazi individuali e non collettivi in cui però le istanze personali risuonano in casse di risonanza che sembrano enormi. Il superamento dell’organizzazione con la piattaforma. Ma per poter parlare, c’è bisogno di un vettore di informazione fatto in un certo modo; qualcosa che sia immediatamente d’impatto, ma anche facile da creare e replicare, commentare e ricondividere in maniera capillare: è qui che i meme vengono in nostro soccorso.
Il meme è prima di tutto il riflesso di un presente in cui le certezze svaniscono, nulla sembra più avere molto senso e tutto sembra una grande presa in giro; è inevitabile che un’attualità paradossale venga rappresentata efficacemente da una forma espressiva altrettanto paradossale e caotica. Un meme su quanto fa schifo il mio posto di lavoro è una forma di elaborazione del lutto che si trasforma in una forma di ribellione al sistema: il lutto è relativo alla morte dell’idea che sia possibile realizzarsi semplicemente attraverso l’impegno e il duro lavoro. “Memare” sulla propria condizione di lavoratore sfruttato ci fa assomigliare a quei musicisti che continuavano a suonare mentre il Titanic affondava: una forma di esorcismo contemporaneo.
Il passaggio fondamentale si verifica quando i meme di questo genere iniziano a circolare e riprodursi esponenzialmente, così che confrontiamo le vite degli altri con la nostra e ci rendiamo conto che «non esistono esperienze originali», che odiare il proprio lavoro è un «evento canonico» e che il fallimento non è personale ma sistemico. L’elaborazione del lutto passa da essere individuale ad essere percepito come collettivo, generazionale. Come sostengono Alia Leonardi e Alina Lupu nel loro Minimum Wage Memetic Manifesto: «I meme che scambi col tuo collega e che citate mentre lavorate si trasformano in qualcosa di simile a uno slogan durante una protesta, in un gesto di solidarietà che si moltiplica attraverso confini e piattaforme. È in quel momento che “io” diventa un più forte “noi”, che creiamo un senso di appartenenza, di comunità e di identità condivisa».
Il tema fondante di questo filone di meme è che il lavoro non viene più considerato qualcosa di naturale, ma piuttosto qualcosa di simile a una gabbia che intrappola la nostra vera natura; come ha detto un saggio manifestatosi sotto forma di reel: «Having an unemployed friend to text during work is essential. They’re like the window of your prison cell». Così moltissimi meme mostrano meraviglie della natura, per poi dire «gli umani hanno questo, ma hanno deciso di inventare Linkedin», o in moltissimi altri gli autori dicono di sentirsi nati per essere streghe che danzano intorno a esoterici falò o pacifici Hobbit che raccolgono bacche nel bosco, ma essere costretti a riempire celle su Excel. Il risultato è che il male di vivere ci assale sia da assunti che da disoccupati: un classico format è accostare due foto identiche di una persona sull’orlo del pianto, associando le didascalie «congratulazioni, sei assunto!/ci dispiace, il colloquio non è andato a buon fine». Il sottotesto di ogni reel in cui un ventenne neoassunto ci mostra la sua giornata tipo è sempre quello: dobbiamo lavorare per tenerci in vita, ma questa vita in cui esiste il lavoro non ci entusiasma poi molto. Prende vita la differenza tra il pessimo “virgin hard worker”, che evita di mentire sul suo curriculum, si impegna per ottenere la promozione e ascolta podcast per migliorare la sua produttività, e il ben più nobile “chad time thief”, che sfrutta i momenti in cui non è in pausa per andare in bagno, guardare video su Youtube e realizzare il minimo sufficiente a non essere licenziato. Alla fine scappiamo dal lavoro, ma ce lo sentiamo sempre col fiato sul collo: era abbastanza popolare il trend piuttosto crudele per cui, mentre guardavi un reel apparentemente innocuo, quello si interrompeva all’improvviso mostrando l’immagine di un modulo per fare richiesta di lavoro. Il risultato è che alla fine siamo stanchi, forse troppo stanchi anche per fare i meme, ma sentiamo comunque il bisogno di esprimerci: così ormai i reel in cui ci lamentiamo del lavoro sono spesso solo semplici scritte su sfondo neutro, essenziali ma efficaci, poco artistici ma pieni di sentimento, come le scritte sui muri che vedi mentre vai a prendere la metro per tornare a casa dall’ufficio.

Il meme si ciba di tutto ciò che è relatable – esperienze comuni, ma anche personaggi dell’attualità ed elementi della cultura pop – per metabolizzarlo e trasformarlo. Posso prendere l’immagine di un politico e trasformare il suo aspetto, come nel caso di @spinacialleverdure, che pubblica meme distorti e “acidificati” secondo un’estetica dura e riconoscibile, oppure trasformare il modo in cui parla e ciò che dice, come nel caso delle interviste paradossali di @filosofia_coatta. La trasformazione e la deformazione provocano un ribaltamento che va al di là del semplice intento comico: servono a sottolineare con maggior forza il senso di straniamento comune che ci provoca vivere in una realtà assurda e su cui sentiamo di non poter avere impatto, ma soprattutto sono un moto di rivalsa con cui proviamo a riappropriarci di tale realtà e rivendichiamo il diritto di piegarla al nostro messaggio.
Altre pagine funzionano con principi simili; come per esempio il profilo della disegnatrice Isotta Santinelli (@isotta_snt), pieno di strisce in cui le Winx lottano contro i mali del capitalismo. Su @gormiti.comunisti possiamo ascoltare i Gormiti tessere le lodi del marxismo; personaggi che rappresentano l’humus culturale comune dei bambini cresciuti nell’Italia del duemila, che in diverse forme ci hanno fatto interiorizzare il valore della lotta, e che quindi si prestano a essere ripoliticizzati e riattualizzati. Una strategia comunicativa che funziona perché questi personaggi ci hanno già insegnato a lottare: contro i cattivi, contro l’ingiustizia, contro chi vuole spegnere la magia. Ora rimuoviamo la maschera e nominiamo il nemico: non più il villain cartoon, ma il padrone che non paga gli straordinari.
Un caso curioso è quello della Pimpa: icona dell’infanzia italiana, cagnolina a pois rossa, compagna di avventure semplici e spensierate. Per decenni è stata simbolo di innocenza, di una libertà infantile fatta di esplorazioni senza conseguenze. Ma nel 2025, @compagnapimpa la riporta sulla scena con un twist: ora parla di salario minimo, di sfruttamento, di alienazione lavorativa.
La Pimpa è un personaggio apparentemente “neutro” ma allo stesso tempo è un archetipo di libertà e ribellione, dunque si presta a essere riempita delle nostre lotte di oggi. Non più ribellione al signor Armando, ma ribellione al genocidio in Palestina e alla repressione delle proteste. In quest’epoca di crisi della rappresentanza, la Pimpa è la nostra segretaria di partito.
Non ci resta che memare
Su Reddit, a un utente che chiedeva “cosa ne pensate del quiet quitting?”, qualcuno ha risposto che si tratta di un “termine fuffa per descrivere qualcosa di completamente normale”, cioè lavorare da contratto. È una definizione che smonta anni di narrazione tossica: no, non sei un dipendente modello se rispondi alle mail alle 23, non sei “parte di una famiglia”; se rinunci alle ferie, non stai “investendo nel tuo futuro”: stai solo regalando il tuo tempo a chi non te lo ricompenserà mai. Quando il termine è diventato popolare, nel periodo post-pandemico, si stimava che circa la metà degli impiegati statunitensi fosse mentalmente distaccata dal proprio lavoro. Per quiet quitting (abbandono silenzioso) si intende il fenomeno che rovescia la hustle culture tipica della società nordamericana, quella cultura iper-produttivista che dà per scontato straordinari, promozioni non retribuite e reperibilità costante. Paradossalmente, nasce in Cina come tangping (躺平), termine cinese che indica lo stare sdraiati, cioè ritirarsi dalla “rat race” del mercato odierno, cioè da quelle aspettative iper-performative, come lavorare dalle 9 alle 21 per 6 giorni a settimana, il modello 996.
Il trend si è diffuso a macchia d’olio sui vari social media a partire dopo il Covid, come atteggiamento collaterale al fenomeno della great resignation e al burnout, un rischio che diverse fonti riportano come riguardante un lavoratore italiano su cinque. Invece di dimettersi, i lavoratori scelgono di protestare, facendo solo il minimo indispensabile sul posto di lavoro, dandosi a vicenda dei consigli e delle strategie per mollare il proprio lavoro senza essere beccati.
Il fenomeno non è solo un indice di un nuovo atteggiamento nei confronti del lavoro, ma della sofferenza causata precisamente dal lavoro. Si tratta di un cambiamento rilevante rispetto agli anni pre-pandemia: le persone più giovani dipendenti dichiarano di sentirsi meno valorizzati e, di conseguenza, meno coinvolti sul posto di lavoro.
I numeri parlano chiaro e tracciano la mappa di un esodo silenzioso. Negli ultimi dieci anni, oltre 350mila under 35 hanno lasciato l’Italia; tra chi resta, il 40% ha un contratto precario, spesso mal retribuito e senza prospettive di crescita. Non ci resta che memare, sperando di non doverci più tenere occupati con lavori inutili e logoranti. Un sentimento diffuso che qualcuno riassume in un reel: “They say AI will take your job… Me: when? Please take ALL my jobs, I’m exhausted”.
È stato proprio un meme a ispirare l’antropologo David Graeber a teorizzare i “bullshit jobs”, posizioni tipiche del settore terziario che non producono nessun valore, ma che hanno l’effetto di alienare chi li svolge e giustificare una gerarchia obsoleta del lavoro. Dopo il successo del libro, si è diffuso il meme per cui “se non riesci a spiegare il tuo lavoro con tre parole, probabilmente è fuffa”, mandando in crisi un’intera generazione a cui era stato detto che il massimo a cui potevano ambire era un full-time in ufficio. La retorica dei “bullshit jobs”, come succede spesso ai meme, ha fatto tutto il giro, finendo per pesare sugli ultimi gradini della scala aziendale, invece che sui middle manager e i burocrati su cui si poggia l’intero sistema, aumentando così la percezione di una perdita di senso del lavoro.

Per altri, la soluzione sta proprio nello smettere, del tutto, di lavorare. Insomma, fare come Bartleby lo scrivano, che secondo il filosofo Slavoj Žižek applica una “politica della sottrazione”. “Niente esaspera una persona seria e professionale quanto una resistenza passiva”, scrive Melville quando Bartleby si rifiuta di svolgere altri compiti che non siano copiare, fino a smettere completamente di lavorare. L’unica spiegazione che offre è “I would prefer not to” , ora diventata un meme per quella micro-niche di internet dedicata alla critica filosofica e lo slogan su tutte le magliette di Žižek. Questa negazione indeterminata è il rifiuto per antonomasia; Bartleby non dice “non voglio”, dice che “vuole non farlo”, cioè si rifiuta di agire in modo assoluto, anche solo di fingere di voler partecipare in qualche modo al sistema. Smascherando la pretesa implicita del dover fare qualcosa, Bartleby mette a rischio la gerarchia di potere nell’intero ufficio e Žižek ci consiglia di fare lo stesso. In questa piccola differenza, si gioca il futuro del mondo del lavoro.
Lavorare non mi interessa
Su TikTok, l’hashtag #lazygirljob ha superato le 14 milioni di visualizzazioni. Tantissime persone, la maggior parte Under 30, condividono la loro esperienza di lavoro: «Me at my lazy girl job that lets me do whatever the heck I want as long as I answer emails and keep everything clean», oppure «I love my lazy girl job. I don’t have to talk to people, only come to the office twice a week». Un trend al femminile, probabilmente perché il concetto che gli uomini vogliano essere pagati per fare meno non sfiora nemmeno lontanamente le nostre menti, o almeno non diventa virale.
Per la Gen Z, che ha visto quella promessa infrangersi contro salari stagnanti e contratti precari, il lavoro è tornato a essere quello che è sempre stato: un mezzo di sostentamento, non un’epopea di realizzazione personale.
La scelta è quella di portare a casa un salario che permetta di vivere in serenità, evitando l’eccesso di stress lavorativo che può portare al burnout e rifiutando completamente l’hustle culture, quella filosofia del lavoro che per anni ha portato a volere sempre di più, a sobbarcarsi di impegni lavorativi e stare in ufficio più di quanto richiesto per inseguire l’idea della performance e del risultato. La girlboss culture degli anni 2010 ci ha venduto il mito della donna che “può avere tutto”: carriera brillante, famiglia perfetta, corpo scolpito e hobby appaganti. Tutto alla modica cifra di un esaurimento nervoso entro i quaranta e la tendenza ad autocolpevolizzarsi per non essere riuscita a reggere il peso delle aspettative. Il lazy girl job sembra essere sui social la risposta generazionale a quella truffa: no, non voglio tutto. Voglio solo il mio tempo per vivere. Il punto, quindi, si è spostato dalla costruzione della carriera più brillante possibile alla ricerca di una vita lavorativa semplice, che possa convivere con interessi personali e la ricerca di soddisfazioni che arrivano da stimoli esterni rispetto all’ufficio. «All I want to do is make the most amount of money working the least amount of hours so I can spend the majority of my time with my family living life on my own terms instead of spending 40 years working for a boss who’s paying what they think is ‘fair’», dice una utente su TikTok. Il trend riflette la modalità con cui la Gen Z rivaluta il lavoro, dando priorità a fattori quali la flessibilità, l’equilibrio tra lavoro e vita privata e una paga adeguata rispetto alle ore svolte. Le tradizionali carriere in cui l’obiettivo è scalare le varie posizioni dell’azienda, trattenersi oltre il proprio orario lavorativo e mettersi in mostra sempre e comunque sembrano andare verso il declino.
Secondo un sondaggio di Workspace Technology condotto nel Regno Unito, la metà dei lavoratori appartenenti alla Gen Z rifiuterebbero un lavoro se non fosse possibile lavorare in modalità ibrida, alternando smart working e presenza. C’è una differenza anche nella visione del lavoro rispetto alle generazioni più anziane: il 49% dei Gen Z afferma che il lavoro è centrale nella costruzione della propria identità, mentre per i Millennials la percentuale sale al 62%. Questa differenza del 13% è una voragine generazionale: per i Millennials, cresciuti con la promessa che “se lavori duro ce la farai”, il lavoro è ancora un pilastro identitario. Per la Gen Z, che ha visto quella promessa infrangersi contro salari stagnanti e contratti precari, il lavoro è tornato a essere quello che è sempre stato: un mezzo di sostentamento, non un’epopea di realizzazione personale.
Questo cambiamento nella concezione del lavoro, che non dignifica l’individuo ma è solo un modo per sopravvivere e che non ha più un ruolo centrale nella definizione del valore della persona, si riflette anche nei prodotti di intrattenimento della cultura pop. Se pensiamo ai film e serie TV con cui sono cresciuti i Millennial, ci troviamo di fronte a storie di successo personale di donne vestite di tutto punto, con grandi ambizioni, che desideravano avere tutto ciò che potevano dalla propria carriera lavorativa. Parliamo di Sex and the City, Ugly Betty, Il diavolo veste Prada, Legally Blonde: un immaginario chiaro di donna in carriera. Adesso guardiamo The Bear, Succession, Industry: storie di persone che lavorano tantissimo e stanno malissimo. L’ambizione non è più romantica, è patologica. Il successo non è più liberatorio, è alienante. Persino nelle commedie romantiche contemporanee, la protagonista non sogna più l’angolo office: sogna di mollare tutto e aprire un B&B in campagna. L’intrattenimento ha spostato la propria attenzione: il punto centrale della narrazione non è più il lavoro o il successo, ma le dinamiche interpersonali. Hanno successo i racconti di insuccesso, perché li sentiamo più vicini.
Ripensare il sistema
Ciò a cui assistiamo non è la fine dell’ambizione, ma la sua radicale ridefinizione. Il “Grande Disincanto” della Gen Z non è un capriccio estetico nato tra i pixel di TikTok, ma una risposta razionale a un mercato che ha smesso di onorare i propri contratti, non solo economici ma morali. Se i fenomeni di costume hanno fornito i nomi al malessere, è nell’iconografia dei meme che la “nuova coscienza di classe” ha trovato la sua espressione culturale. Il passaggio fondamentale operato da questa narrazione digitale non è la semplice lamentela, ma la decostruzione sistematica dell’ambiente lavorativo inteso come spazio etico. I meme che mettono in ridicolo il linguaggio del corporate-speak — termini come “resilienza”, “sinergia” o l’ossimoro della “famiglia aziendale” — agiscono come strumenti di smascheramento: rivelano la distanza incolmabile tra gli obiettivi dell’organizzazione e il benessere del singolo. In questo contesto, l’ufficio viene rappresentato non più come il teatro della realizzazione personale, ma come un luogo dell’assurdo.
Se i fenomeni di costume hanno fornito i nomi al malessere, è nell’iconografia dei meme che la “nuova coscienza di classe” ha trovato la sua espressione culturale.
Format popolari come i “POV” (Point of View) che simulano la dissociazione mentale durante i meeting, o gli “Starter Packs” dell’impiegato alienato, non sono semplici svaghi, bensì rappresentazioni dello stato della nostra salute mentale. Validano collettivamente un’esperienza che, fino a un decennio fa, era vissuta come un fallimento individuale: l’incapacità di trovare un senso nel lavoro ripetitivo o nel micro-management asfissiante. La satira sulla sproporzione tra lo sforzo richiesto e i riconoscimenti offerti diventa un atto di resistenza passiva. Questa solidarietà orizzontale, mediata dallo schermo, sostituisce le vecchie strutture di aggregazione, creando un senso di appartenenza basato non più sulla professione, ma sulla comune condizione di “risorsa” sacrificabile. Questo tipo di narrazione memetica ha trasformato l’alienazione in consapevolezza politica, suggerendo che l’unico modo per sopravvivere a un ambiente tossico sia smettere di considerarlo il centro nevralgico della propria esistenza.
Articolo di

Sara Paolella
Caporedattrice

Beatrice Puglisi
Redattrice

Giovanna di PIetor
Redattrice

Pasquale Bruno
Redattore

Leonardo Ciucci
Redattore
