Una dimensione strutturale
Dove la precarietà non è l’eccezione ma la norma, immaginare una soluzione sembra quasi sovversivo. In un panorama frammentario, ma unito da un senso di instabilità comune e permanente, la retorica incessante della competitività e della “gavetta” potrebbe tradursi in un ritorno all’associazione e alla comunità.
Attraverso una strategia di campionamento territoriale abbiamo intervistato persone che fanno parte di sindacati e assemblee precarie, che provengono dalla lotta per la casa, che sono attive in associazioni di seconda generazione e portano avanti gruppi di ricerca sul territorio, tra gli altri, per comprendere meglio quali siano le specificità della zona del Centro Italia. Le loro voci compongono il mosaico sfaccettato e complesso di un’area connotata da differenze territoriali profonde. I soggetti intervistati si dividono tra abitanti di Roma, capitale e grande metropoli, la toscana Empoli, individuata come media città, e l’area interna abruzzese di Gagliano Aterno.
Dalle loro testimonianze emerge come il concetto di precarietà venga percepito come un problema strutturale, che intacca diversi ambiti – lavorativo, abitativo, identitario, relazionale – e soprattutto come una condizione permanente. Ciò che un tempo veniva considerato come fase transitoria della vita lavorativa è diventato, per molti, uno stato cronico che pervade ogni aspetto dell’esistenza.
La retorica che alimenta il sistema
«La precarietà non è solo mancanza di soldi, ma di senso». Raffaele Spadano ha 31 anni, guida Montagne in Movimento – un gruppo di ricerca sociale applicata che studia le aree interne e chi le abita – e figura come uno dei 228 residenti di Gagliano Aterno, piccolo comune sulla catena montuosa del Sirente, in Abruzzo. Spadano porta avanti un dottorato di ricerca, ma in Italia, dove «i dottorandi sono ancora considerati studenti». La sua esperienza riflette una realtà diffusa nel mondo accademico italiano, dove l’alta formazione spesso non si traduce in stabilità professionale.
Uno «status ibrido» lo definisce Carolina La Padula, anche lei dottoranda ma a Roma – dove fa anche parte dell’Assemblea Precaria Tor Vergata -, dove il costo dell’affitto (in media €500-600 per una stanza, €1000 per un monolocale) si abbatte sui €1190 che guadagna grazie alla borsa di ricerca. Una borsa di studio che sembra legittimare una definizione di dottorato come qualcosa a cavallo tra lavoro e formazione, qualcosa fatto quasi per passione – e dunque senza ferie, né malattia, né garanzie future.
Nell’ambito della ricerca, la condizione di precarietà è occupazionale, al di là del territorio: in Italia la spesa pubblica e privata dedicata a Ricerca & Sviluppo nel 2024 era stimata allo 1,3% del Pil (la media dei paesi UE era allo 2,1%), conseguente nelle decine di migliaia di giovani ricercatori e ricercatrici che si spostano all’estero – tra il 2013 e il 2022, l’Italia ha perso quasi 100.000 laureati tra i 24 e i 35 anni.
La retorica della “flessibilità” e della “voglia di fare” come valore aggiunto per i lavoratori si scontra con una realtà ben diversa. Ciò che viene presentato come opportunità di crescita ed esperienza, emerge in modo ben diverso dalla testimonianza di Gianmarco De Septis, lavoratore presso il Ministero dell’Interno con un contratto a tempo determinato prorogato mediamente ogni sei mesi. «Quello che dal punto di vista della quotidianità influisce più di ogni altra cosa, credo sia l’incertezza». Secondo la sua esperienza, circa l’80% dei giovani romani è in situazione di precarietà, con una prevalenza di contratti a tempo determinato e stagionali, e una resistenza delle aziende a stabilizzare i propri lavoratori: «appena si chiede di più si viene visti con un occhio diverso: posso sostituirti quando voglio finché resti precario».
Secondo Riccardo Tamborrino, parte di COBAS – organismo sindacale autonomo – e attivo nell’area della provincia toscana, «la precarietà è una condizione in cui ti devi abituare fin da piccolo a vivere senza certezze». Dalla sua esperienza, i maggiori ostacoli al raggiungimento di un lavoro stabile sono la richiesta prolungata di orari e la flessibilità forzata, che risultano nella rassegnazione a stage o paghe basse per anni. «Devi vivere per il lavoro, mangiare e dormire solo per essere efficiente».
Questa modalità operativa, che trasforma la gavetta in un percorso senza fine, sembra aver plasmato un sistema intrinsecamente instabile, dove la precarietà non è un’anomalia da correggere ma la norma strutturale. I contratti a termine, i tirocini infiniti, le collaborazioni occasionali e il lavoro in nero non rappresentano eccezioni, ma costituiscono il tessuto fondamentale del mercato del lavoro, soprattutto per i giovani.
Ma c’è chi individua, nelle nuove generazioni, un tentativo di sottrarsi a questo ricatto. Giovanni Piperno, regista di base a Roma e membro dell’associazione 100autori, come lavoratore dello spettacolo mastica da anni il concetto di precarietà, e lo osserva nelle generazioni successive alla sua. Individua nei colleghi e nei suoi familiari una diversa concezione del rapporto vita-lavoro: «Non penso che i ragazzi di oggi hanno meno voglia di lavorare di quelli di ieri, assolutamente no. Hanno meno voglia però di sacrificare la propria vita per la carriera lavorativa». Piperno cala questi giovani nel quadro critico della città di Roma, frammentaria e mal collegata, dove però brillano piccole luci di realtà aggregative.
Un sistema a geometria variabile: differenze e somiglianze territoriali
Roma costituisce un nodo di complessità e stratificazioni, dove difficoltà comuni a tutto il resto del Centro Italia si possono osservare all’interno di un sistema sfaccettato e frammentario. È Kati Lelo a offrirne una panoramica dettagliata: Lelo è docente universitaria di economia aziendale, analista territoriale e co-fondatrice di Mappa Roma, progetto di analisi urbanistica, demografica, sociale, economica e politica della Capitale. Attraverso dati restituiti in forma cartografica, Mappa Roma propone analisi dei quartieri romani per evidenziare le differenze socio-economiche che connotano la città di Roma. Così Lelo compone una panoramica della condizione dei giovani romani tra i 15 e i 34 anni: «Roma è una città dei servizi, per cui offre tanti lavori in servizi sia ad alto valore aggiunto sia servizi a basso valore aggiunto legati al turismo, alla ricezione… a Roma, essendo comunque una città capitale, c’è anche una parte di offerta di lavoro qualificata, ad alto valore aggiunto, che può offrire ai laureati delle opportunità». Ma nel complesso «non esiste più il tempo indeterminato come una volta… la percezione è quella di situazioni lavorative a termine». I giovani vivono una condizione di precarietà che dal lavoro si allarga a tutti gli altri ambiti, assumendo una connotazione esistenziale: «I tempi allungati per ottenere un’indipendenza economica… vivere con i genitori fino a un’età adulta… tutto arriva in ritardo. […] Siamo un po’ sfigati tutti, siamo un po’ depressi tutti… i giovani hanno rinunciato a capire».
A Empoli la situazione presenta dinamiche simili ma con proporzioni completamente diverse. Coulibaly Bengale dell’Associazione Giovani Africani evidenzia come, nonostante il costo della vita sia più contenuto rispetto alla capitale (una stanza in affitto costa circa €300), persista una sproporzione tra il reddito medio dei giovani lavoratori e le spese necessarie per l’autonomia: «Quindi soprattutto quelli che non vivono da soli non riescono… non ce la fanno a sostenere da soli. Da soli con gli stipendi che danno, quindi sono obbligati a rimanere a vivere con le persone che permettono di creare la famiglia». Bengale identifica inoltre una discriminazione sistematica verso i giovani nel mercato del lavoro, basata sulla mancanza di esperienza, non supportata da adeguati percorsi formativi accessibili ed efficaci a cui si somma, per coloro per cui l’italiano non è la prima lingua, un’ulteriore ostacolo linguistico. «Il blocco della lingua, la mancata informazione… nel senso che non non si ha accesso, come dire, alle informazioni riguardo a lavori disponibili». Bengale è in Italia dal 2017, ha seguito un corso di formazione finanziato dalla regione, e nonostante abbia dovuto aspettare circa un anno per venire assunto, «Ora io, non tutti, stiamo indirizzando ora i ragazzi a seguire corsi di formazione […] però essendo qui, avendo problemi… non sono tutti che ci hanno un po’ questa pazienza da aspettare uno o due anni prima di iniziare a lavorare».
Anche Caterina Maltinti definisce la precarietà nell’area empolese con le parole «disorientamento giovanile». Maltinti è coordinatrice del progetto DUM-Diamoci una mossa!, che ha l’obiettivo di fornire ai giovani NEET un sostegno concreto nel passaggio tra la scuola e il mondo del lavoro. «C’è proprio questo senso di smarrimento. Perché quando chiediamo appunto di parlarci di cos’è per loro la precarietà, molti rispondono appunto questo, questa impressione di sovraccarica di possibilità di scelta e quindi questo senso di disorientamento ritorna molto. […] E quindi ecco, questa profusione di possibilità a volte tende a portare i ragazzi all’immobilità».
Nei piccoli centri come Gagliano Aterno, la precarietà assume contorni ancora diversi. Sebbene il costo della vita quotidiana non raggiunga la media romana, e gli affitti siano nettamente più economici, Luca Santilli, sindaco di Gagliano, sostiene che i suoi concittadini abbiano «un costo della vita che è simile a quello di chi vive in un’area urbana, penso al costo dell’energia elettrica, del gas, delle utenze […] però in parallelo abbiamo meno servizi. […] Il mercato del lavoro non offre grandissime opportunità per i giovani non solo nelle aree interne del paese come la nostra, ma, io credo, in generale, sul territorio nazionale. Da noi questi divari, naturalmente, sono e si percepiscono maggiormente». Nell’area di Gagliano la precarietà si manifesta sia nelle tipologie contrattuali prevalenti (contratti a tempo determinato e collaborazioni a progetto) sia in una nuova forma di precarietà che coinvolge i lavoratori autonomi, per i quali «non c’è una stabilità economica che viene generata da quel tipo di lavoro».
La mancanza di rappresentanza
Dalla maggior parte delle testimonianze raccolte emerge una sfiducia verso le istituzioni e un senso di abbandono da parte della politica, che si riflette anche nel crescente astensionismo e nella mancanza di partecipazione sociale. A Roma come nelle aree interne risulta percepito un disinteresse da parte dello Stato verso la condizione di precarietà giovanile, e una sfiducia generalizzata verso la collettività istituzionale.
Secondo De Septis, attivo anche in ambito sindacale, questo si traduce in un’accettazione passiva da parte dei giovani, che finiscono per focalizzarsi sull’individualità piuttosto che sul contesto sociale.
La mancanza di dialogo tra giovani e istituzioni – e «la difficoltà di fare rete», secondo il regista Piperno – crea un noto circolo vizioso: da un lato, le politiche pubbliche non intercettano i reali bisogni di questa fascia della popolazione; dall’altro, il senso di disillusione allontana ulteriormente i giovani dalla partecipazione attiva, privando così il dibattito pubblico di voci future.
Tentativi di risposta a una precarietà esistenziale
Se la precarietà lavorativa rappresenta il nucleo del problema, le sue ramificazioni si estendono ben oltre l’ambito professionale, intaccando profondamente altri aspetti dell’esistenza. La difficoltà di accesso alla casa è un elemento menzionato da tutti gli intervistati, con le dovute differenze rispetto alla dimensione cittadina.
A Roma la mancanza di un reddito congruo rende proibitivi i costi degli affitti, e l’impossibilità di fornire garanzie future esclude la possibilità di accedere a un mutuo. Questo accesso alla casa, di per sé faticoso, genera un cortocircuito con la carenza e l’inefficacia dei trasporti pubblici, isolando le aree periferiche e alimentando le differenze tra i quartieri, generando un sistema di disuguaglianze socio-spaziali. Anche nelle città medie come Empoli, secondo Bengale, si riscontra una sproporzione tra il reddito medio e il costo di affitto che rende difficilmente accessibile l’autonomia abitativa per i giovani lavoratori. La stessa sproporzione impedisce di acquistare immobili (in un mercato dove «la gente preferisce vendere che mettere in affitto», sempre secondo Bengale), e di costruire progetti futuri su base solida.
Rincorrere il lavoro significa, inoltre, sottrarre tempo ad attività di carattere diverso, tra cui quelle di carattere pubblico e sociale. L’assenza di stabilità e la crisi di prospettive future incide anche sulla salute mentale: un senso di incertezza che impedisce la progettazione e la proiezione nel futuro, elemento fondamentale e potenzialmente costitutivo della giovane età.
Chi le istituzioni le rappresenta, come il sindaco di Gagliano Santilli, sottolinea la necessità a livello nazionale di una «riforma complessiva del sistema lavorativo» che riconosca e affronti la precarietà attraverso «forme di sostegno economico o forme di messa in disponibilità di ulteriori servizi», insieme a «politiche di welfare di accesso alla casa e di accesso ai servizi agevolati».
Ma da questa indagine emergono altre risposte, che nell’individualismo crescente sembrano invece auspicarsi un ritorno alla collettività.
Paolo Perrini, di Action, movimento romano di lotta per il diritto alla casa, menziona la costruzione di spazi di mutualismo e resistenza. Nel 2013 Action ha occupato Spin Time, che ora ospita 150 nuclei familiari. «Noi come Spintime, che siamo nati sull’emergenza abitativa, ma non solo, anche quella sociale e culturale, li abbiamo sostenuti questi ragazzetti […] I giovani, secondo me, oggi devono avere… la consapevolezza. Cercare di mandare a fanculo i vecchi, soprattutto i vecchi che te devono insegna a vivere».
Questo auspicio di un nuovo protagonismo giovanile si ritrova nelle voci di altri intervistati, che menzionano anche amministrazioni e istituzioni, ma guardando con più fiducia all’aspetto associativo di queste, intese come movimenti di forma collettiva. La Padula menziona la necessità delle assemblee per uscire «dall’isolamento alla frammentazione e prendere coscienza dei problemi che chiaramente si ripercuotono nelle proprie esistenze individuali», condizione in cui difficilmente le persone che lavorano nel mondo della ricerca in Italia riescono a fare.
Bengale si auspica risposte concrete: un miglioramento dell’accesso alle informazioni, interventi sul mercato immobiliare che favoriscano l’autonomia dei giovani, e politiche attive che promuovano e contrastino la discriminazione verso i giovani nel mondo del lavoro. Creare più opportunità formative accessibili, con un collegamento diretto al mondo del lavoro, per superare il problema che «dopo la formazione non ci sono degli avviamenti».
Politiche e interventi dall’alto sono auspicati, ma appaiono non troppo creduti. Anche i più scettici, come De Septis – che alla domanda sul possibile miglioramento della situazione risponde «Io credo credo di no, e anzi credo che verrà liberalizzata sempre di più. Pensiamo al DDL lavoro che appunto ha aggravato ancora di più la situazione.» – sembrano vedere come più probabile un cambiamento dal popolo, piuttosto che dalle istituzioni. «Credo che la spinta verrà dal basso, e non dall’alto».
Anche Piperno, sul fronte dello spettacolo, si auspica, in un momento di perdita della dimensione collettiva del lavoro, «bisognerebbe inventarsi nuovi strumenti di lotta… e i ragazzi e ragazze che hanno voglia di inventarli ci stanno».
Quello che emerge è una forte e profonda sensazione di solitudine nella lotta contro la propria condizione di precarietà, percepita come una sfida individuale e da affrontare in isolamento. In questo scenario di sfiducia istituzionale, emerge però l’idea che un possibile antidoto alla precarietà risieda proprio nella ricostruzione di legami comunitari e di pratiche di mutuo supporto. La risposta all’individualismo forzato della precarietà sembra essere, paradossalmente o forse in modo del tutto coerente, un ritorno al collettivo, non come imposizione ideologica ma come strategia di sopravvivenza e resistenza.
Una risposta dal basso a un problema sistemico
La precarietà che emerge dalle testimonianze raccolte non è semplicemente una questione di contratti a termine o di retribuzioni insufficienti. È una condizione esistenziale che permea ogni aspetto della vita dei giovani nel Centro Italia, dall’abitare alle relazioni, dalla salute mentale alla partecipazione sociale.
Se dal punto di vista economico la precarietà si traduce in redditi insufficienti e discontinui, dal punto di vista culturale essa rappresenta l’erosione di un patto sociale che garantiva, alle generazioni precedenti, la possibilità di costruire un percorso di vita progressivo e relativamente pianificabile. Gli Under 30 in Italia guadagnano il 25% in meno della fascia 30-49, il 36% in meno rispetto agli over 50. I Millennials sono la prima generazione a varcare la soglia dei 30 con un reddito più basso della generazione precedente, e la Gen Z sembra sulla buona strada per confermare l’andamento.
La sfida che si pone, quindi, non riguarda solo il ripensamento del sistema economico e lavorativo, ma anche la ricostruzione di un tessuto culturale e sociale che riconosca il valore del contributo delle giovani generazioni. In assenza di risposte istituzionali adeguate, la strada che molti sembrano auspicarsi è quella di ripartire dal basso, dalla costruzione di reti di solidarietà e di spazi di condivisione che possano contrastare l’atomizzazione sociale indotta dalla precarietà.
Forse un cambiamento reale arriverà da una mobilitazione dal basso, dalla riscoperta di quella dimensione collettiva che la precarietà sistematicamente erode. Se non come soluzione definitiva, almeno come primo passo verso la riappropriazione di un futuro che, per troppi giovani, sembra essere instabile in modo permanente.
