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Possono i neologismi aiutarci a leggere il presente?

“La Notte nelle scuole” un progetto di Scomodo e Ariete, che indaga la notte come elemento di esplorazione dove si costruisce una parte centrale dell’individuo, attraverso racconti di giovani scrittori e scrittrici under 30 che hanno partecipato al contest “I miei segreti te li dirò di notte”, aperto fino al 10 maggio su scomodo.org/la-notte

Guerra ibrida, fantareale, dissare, malamovida, cringe, skillato. Il Devoto-Oli 2023 presenta una raccolta dei neologismi che, nel corso del 2022, si sono affermati nel linguaggio quotidiano assumendo un ruolo cruciale nel testimoniare le recenti trasformazioni che hanno interessato la società. 

 

La comparsa di neologismi

La nascita di nuove parole è un fenomeno naturale nelle lingue, oltre a essere sintomo di vitalità del sistema linguistico. Solo le lingue morte non cambiano; le altre lo fanno in continuazione e per i motivi più vari: per rispondere a nuove esigenze culturali, per nominare cose nuove, per il contatto tra loro. Le lingue non sono fragili reperti da conservare dentro teche museali; attraversano fatti storici ed ere politiche, mutamenti dei costumi e correnti culturali, raccogliendone le tracce.
Il cambiamento è dunque un fatto insito nella natura stessa delle lingue.

Tra le varie tendenze del mutamento linguistico, la comparsa di nuove parole è il fenomeno più evidente, dal momento che interessa lo strato più superficiale della lingua: il lessico. I neologismi affiorano attraverso varie modalità. Le due fonti più “canoniche” sono i meccanismi di formazione di parole (berlusconismo, renziano) e i prestiti da altre lingue, adattati (spammare) e non (welfare). Un altro canale molto produttivo è quello dei calchi da parole straniere (grattacielo da skyscraper, ma anche realizzare per “comprendere”). A questi si aggiungono tutta una serie di fenomeni di risemantizzazione di parole già esistenti, che vengono usate con nuove accezioni o con maggiore frequenza: i neologismi semantici, ovvero termini già in uso che assumono un nuovo significato (navigare in rete), parole che si specializzano in un contesto particolare (pillola per “contraccettivo femminile”) e le espressioni fisse (distanziamento sociale, transizione ecologica e stato di emergenza). 

Le parole inglesi nell’italiano di oggi

Attorno alla comparsa di neologismi in italiano aleggia sempre un’aura di scetticismo, specie se si tratta di prestiti inglesi. Come già detto, la lingua rispecchia la direzione culturale della comunità a cui appartiene, e la presenza di anglismi nelle lingue europee è solo una delle tante manifestazioni di un lungo processo di influenza della cultura anglo-americana dal Novecento ad oggi, ravvisabile in altri contesti, dalla moda al cibo, dall’arte alla pubblicità. È vero che l’italiano sembra più soggetto a questo fenomeno di quanto non lo siano lingue a noi vicine come il francese e lo spagnolo. Per esempio, mentre da noi si parlava di lockdown, in Francia si viveva il confinement. Ma nel linguaggio politico italiano spesso si crede che una parola inglese attenui il peso di un provvedimento poco gradevole, per cui il lockdown sembra più accettabile del “confinamento”, e la spending review più innocua del “taglio della spesa pubblica”.

La particolarità dei prestiti nell’italiano di oggi è che non provengono dall’alto, dai ceti altolocati, come i francesismi dell’Ottocento. Gli anglismi odierni vengono in parte dalla lingua dei giornali, in contatto continuo con il mondo della stampa anglofona, e in parte ancora più dal basso: dalla lingua popolare, dai social, dalle conversazioni quotidiane. Ne consegue un impatto molto più capillare nella lingua d’uso, oltre che un’accettazione più rapida da parte dei parlanti. Non tutti, c’è sempre chi alza la voce in difesa delle radici latine della nostra lingua minacciate dalle milizie di parole anglosassoni. Un caso recente è la proposta di FdI di bandire le parole inglesi dalle comunicazioni ufficiali (chissà cosa ne pensa il ministro del Made in Italy).

Tra chi scongiura un’invasione dei forestierismi e chi inciampa in un uso a volte esibizionistico dell’inglese (inspiegabile il successo di coffee break invece della più informale pausa caffè), è utile interrogarsi sull’effettivo apporto di una nuova parola alla nostra lingua. Un caso particolare è quello di cringe, un neologismo tanto caro alla Generazione Z da diventare simbolo di uno scontro generazionale. Rifiutato da tanti che optano per l’italiano “imbarazzo”, cringe indica nello specifico un «senso di disagio suscitato dalla vista di una scena o di un comportamento altrui fortemente imbarazzante» (Devoto-Oli 2023). È evidente che i due termini non sono intercambiabili, e allora perché privarsene? Il Devoto-Oli 2023 lo accoglie tra i neologismi, con buona pace dei boomer indignati, anzi, triggeratissimi

Non è tanto la quantità di neologismi e slittamenti semantici, quanto la loro frequenza, a rispecchiare la realtà politica di un determinato momento storico. Se oggi sono di uso comune parole legate alla crisi climatica, dieci anni fa lo erano termini relativi alla crisi economica (quant’è che non si sente parlare di spread?). Non a caso, nel Devoto-Oli 2023 compaiono molti neologismi legati all’evento che più ha caratterizzato gli ultimi anni: la crisi pandemica da Covid-19.

Ma quali sono i sintomi delle crisi sulla lingua?

In senso generale, la crisi viene descritta da Treccani come uno «stato di forte perturbazione nella vita di un individuo o di un gruppo di individui, con effetti più o meno gravi», definizione che fa riferimento proprio a fenomeni come le pandemie globali. Lo stesso termine “pandemia” iniziava a essere utilizzato nella sua attuale accezione medica per la prima volta verso la fine del XVIII secolo. In un periodo caratterizzato dalla vasta diffusione del vaiolo, gli scienziati europei iniziarono a utilizzare il termine “pandemia” coniandolo sulla base della parola “epidemia” con l’aggiunta del prefisso pan-, per descrivere una malattia non solo altamente contagiosa, ma che riguardava “tutto il popolo”. 

Tornando al tanto temuto 2020, ecco che la parola riappare e, proprio come il virus, si diffonde in maniera capillare nei giornali, in televisione, nelle telefonate e nei messaggi della popolazione italiana alle porte del primo lockdown. E questo concetto, nell’arco dei mesi, porta con sé tutta una serie di neologismi, creati o presi in prestito dall’inglese, necessari per raccontare al meglio la nuova normalità delle persone.

Così si inizia a parlare di DAD (Didattica A Distanza), salto di specie (dalla traduzione di spillover, che indica il passaggio di un agente patogeno da una specie animale a un’altra in inglese) e anche l’italianissimo smart working. Infatti, questa espressione, se da un lato sembra essere stata presa in prestito integralmente dall’inglese, in realtà non trova nessuna corrispondenza nei paesi anglofoni, in cui si usano esclusivamente i termini working from home e remote working. Ma le invenzioni non si sono fermate al lavoro da casa. Con la confusione creata dalle continue notizie e trasmissioni dedicate al virus e alle nuove varianti e possibili soluzioni nasce anche infodemia, parola macedonia nata dall’unione di “informazione” e “pandemia”. Un altro esempio su cui è stata fatta ampia ironia è stato anche il nuovo significato attribuito al verbo tamponare, che per un po’ non ha indicato solo un impatto con un altro veicolo, ma anche l’andare a farsi un tampone in farmacia. 

Un aspetto tipico delle crisi, siano queste sociali o economiche, è che riescono anche a incendiare gli animi in alcuni casi, e a esacerbare sentimenti di odio, divisione e paura. Sentimenti che vanno anche a riflettersi sulla lingua, specialmente sulle piattaforme social. Ecco allora che in tutta Europa le divergenze riguardo la gestione dei contagi hanno dato vita a neologismi come Maskidiot, in tedesco, o covidiota, in italiano, per riferirsi alle persone che indossavano male le mascherine chirurgiche o che si rifiutavano di indossarle. 

Tutti questi neologismi – molti dei quali già caduti in disuso – evidenziano come la lingua sia specchio dei fenomeni che interessano la società in un determinato periodo storico, talvolta anche estremamente breve. 

Mappare la lingua per mappare la società: i neologismi del Devoto-Oli 2023

Come entrano i neologismi all’interno del vocabolario italiano? Nel nostro Paese, non esiste un ente linguistico normativo e le parole che fanno ingresso nel dizionario nostrano devono necessariamente rispondere a una serie di requisiti: uso del termine diffuso tra un numero sufficientemente ampio di persone, per un periodo sufficientemente lungo, in contesti differenziati. L’arricchimento lessicale viene tuttavia osservato, censito e diffuso da alcuni dei più noti vocabolari di lingua italiana, tra cui il Devoto-Oli. Sono oltre quattrocento i neologismi introdotti nel Devoto-Oli 2023 che assumono il ruolo cruciale di testimoni della contemporaneità, segnalando i fenomeni, gli eventi e le trasformazioni che hanno attraversato l’anno appena trascorso.

Mappare il 2022 è sicuramente un’operazione complessa ma è possibile ricostruire un quadro sintetico dei fenomeni di rilevanza nazionale e internazionale, molti dei quali sono strettamente correlati alla densità della copertura mediatica e alla loro viralità sui social network. Una delle traiettorie che ha investito gli ultimi anni riguarda la moltiplicazione di eventi meteorologici estremi che hanno riportato all’attenzione dell’opinione pubblica la questione del cambiamento climatico. La pervasività di questa condizione emergenziale ha evidenziato la correlazione tra ambiente e attività antropica: il Devoto-Oli 2023 segnala infatti il neologismo ecoimpronta, ovvero la misura del consumo da parte degli esseri umani delle risorse naturali prodotte dalla Terra. Nel corso del 2022, il palcoscenico mediatico ha ospitato le proteste di Ultima Generazione attraverso una narrazione criminalizzante che ha suggerito l’ingresso di termini come ecovandalo ed ecoteppista. Ma l’evento che più lungamente ha saturato la copertura dei media è l’offensiva militare con cui la Russia ha invaso l’Ucraina lo scorso anno, un evento che ha aperto un acceso dibattito, spesso conflittuale e divisivo, sulle modalità di assistenza umanitaria e mediazione politica. Pacifinto emerge tra le tracce linguistiche lasciate dal conflitto accanto a guerra ibrida e guerra per procura evidenziando la generale disaffezione nei confronti di «chi si professa pacifista ma non prende effettivamente iniziative che possano portare a risoluzioni pacifiche dei conflitti».

Nel censimento neologico del 2023, si ripresenta bolla sociale suggerendoci come l’insidia del contatto e la conseguente circoscrizione dei rapporti sociali abbiano permeato il nostro modo di relazionarci, incontrarci e partecipare alla vita culturale della città. La pubblica condanna dell’aggregazione ha alimentato i fenomeni di sorveglianza e controllo della socialità urbana: malamovida è infatti un altro dei lemmi fotografati dal Devoto-Oli 2023 che rafforza la tendenza alla criminalizzazione delle attività sociali notturne. Dalle piazze delle città a quelle del web, i luoghi che ospitano i nostri scambi comunicativi rappresentano il principale bacino di diffusione dei neologismi; l’arricchimento del nostro patrimonio linguistico dipende dunque da quel preziosissimo processo di autodeterminazione, in questo caso lessicale, innescato e nutrito dal basso. FOMO, boomer, dissare, fantareale, skillato sono alcuni dei neologismi ereditati dal 2022 che attingono al lessico delle subculture giovanili, mettendone in luce le tendenze, le abitudini e le sfere culturali di influenza. Fear of missing out, la paura di perdersi un’occasione sociale; boomer, l’ironia con cui viene letto l’approccio della generazione dei Baby Boomers alla digitalizzazione; dissare, una presa in giro mutuata dalla cultura del freestyling rap e hip hop. Ogni termine è l’istantanea di uno scenario che necessita di essere fotografato per fornire una chiave di lettura del presente. La parola diviene dunque una metrica per orientarci all’interno di una nuova geografia di fenomeni sociali e culturali, rispondendo agli interrogativi “Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?”. Ed è proprio la parola a suscitare l’ira di Nanni Moretti in Palombella Rossa con l’iconico rimprovero «le parole sono importanti», così importanti da generare alcuni dei più gravi conflitti internazionali, così importanti da trasformare in realtà tangibile ciò che è sempre stato invisibile, latente, subalterno. 

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