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Piazze piene e quello che ne resta

A tre mesi dal femminicidio di Giulia Cecchettin e dalle manifestazioni che hanno unito tutta l’Italia, vediamo l’impatto delle marce per la violenza sulle donne e quello che ne resta

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I dati di Novembre 

Lo scorso novembre, centinaia di migliaia di persone hanno attraversato le strade d’Italia per partecipare alle manifestazioni nazionali organizzate, come ogni anno, in occasione della giornata internazionale contro la violenza di genere. Al grido di «transfemministɜ ingovernabili contro la violenza patriarcale» due cortei nazionali si sono svolti a Roma e Messina, per permettere a più persone possibili di partecipare e rivendicare la lotta contro la violenza patriarcale, capitalista e coloniale.

«C’è da giurare che nessun concerto ospitato in Piazza San Giovanni a Roma sia mai stato così rumoroso», scrive ANSA sulla manifestazione romana, che ha visto 500mila persone dirigersi verso la capitale. «I mazzi di chiavi agitati in aria, gli slogan gridati per sovrastare il vento forte, i tamburi. Il rumore che è vita, rabbia, voce per chi non ce l’ha più, contro il silenzio che è rassegnazione e morte».

In tantɜ hanno affollato le strade di moltissime città d’Italia anche qualche giorno prima, per urlare la rabbia e l’indignazione verso l’ennesimo femminicidio per mano maschile: quello di Giulia Cecchettin, avvenuto l’11 Novembre scorso. Il 107esimo dall’inizio del 2023 – dato superato nell’ultimo mese dell’anno. 

Secondo Agenzia Italia, «i dati Istat sono impietosi: in Italia nel 2022 si sono registrati 106 femminicidi presunti, l’84,1% dei 126 omicidi con una vittima donna, per come emerge dall’ultimo report che parla di “dato in linea con quanto rilevato negli ultimi tre anni” sulla base delle informazioni disponibili su relazione tra vittima e autore, movente e ambito dell’omicidio».

In 30.000 a Milano, in 20.000 a Bologna, in 8.000 a Torino, in 10.000 a Padova e altre decine di migliaia di persone sono scese nelle piazze dal Nord al Sud del Paese, dove si è osservata – in special modo – una varietà generazionale non indifferente, soprattutto grazie alla risonanza mediatica che il femminicidio di Giulia Cecchettin ha avuto attraverso le parole di sua sorella, Elena Cecchettin, che ha rotto le barriere comunicative e la filter bubble dei media.

Il femminicidio di Giulia Cecchettin è stato discusso anche per la violenza mediatica che diverse testate giornalistiche hanno agito nel racconto dell’accaduto, con un dispiegamento incontrollato di particolari e informazioni personali, che altro non costituiscono se non  un racconto morboso e umiliante, identificabile come vittimizzazione secondaria.

«Ricostruire una vicenda sospetta come se si trattasse di una telenovela non ha nulla a che fare con la libertà di informazione né con il dovere di cronaca. Non ha nessuna utilità, se non quella strumentale di attirare click e visualizzazioni ai giornali e quindi di generare profitti, in uno squallido circo mediatico che quotidianamente minimizza, normalizza e giustifica le violenze, gli stupri e i femminicidi» – scrive sui propri canali social il collettivo transfemminista Non Una Di Meno Padova.



Foto di Alice Pizzigalli

Cosa resta del frastuono mediatico dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin?

Abbiamo raccolto alcune testimonianze di chi è sceso in piazza alle manifestazioni dello scorso Novembre e di chi – pur riconoscendo l’importanza politica e sociale della lotta transfemminista – ha deciso di non partecipare. Sono emersi tanti punti di vista condivisi, che ruotano intorno a temi comuni. In particolare, è emerso il sentimento di urgenza nella partecipazione, come ci ha raccontato Cecilia, studentessa universitaria: «Per quanto non potessi permettermi i biglietti del treno non ho potuto non comprarli, mi ha mossa un sentimento più forte di me. Era facile, ad ogni stazione, riconoscere chi stava salendo sul treno per arrivare alla stessa meta, chi stava portando avanti la mia stessa missione». Cecilia ci parla di un altro tema molto presente nelle testimonianze che abbiamo raccolto: la cura. 

«Eravamo decine di migliaia di sconosciutɜ, eppure eravamo tuttɜ lì l’unɜ per l’altrɜ, in grado di offrire conforto, sicurezza e comprensione. I miei occhi si perdevano tra tutte queste immagini meravigliose, questi gesti di cura naturali che ci hanno unitɜ ancora di più. Mi ha colpita vedere il momento preciso in cui le persone si commuovevano, la gentilezza che c’è stata in questo corteo è qualcosa che non mi era mai capitato di provare, questo respiro collettivo». 

 

Ciò che ha reso le manifestazioni di quest’anno diverse dalle scorse è l’evidente diversificazione dɜ partecipantɜ, e questo non può che essere legato al nuovo discorso sulla questione di genere, emerso dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin. Grazie a Elena Cecchettin, infatti, anche i media tradizionali hanno utilizzato un lessico nuovo, sebbene siano ancora lontani da una piena consapevolezza del modo di narrare le stesse questioni di genere. Non è un caso, infatti, che ci siano stati molti fraintendimenti in fase divulgativa, o letture fuorvianti della realtà, che hanno complicato ulteriormente la comunicazione. Quanto successo dinanzi alla sede di Pro Vita e Famiglia è un esempio di come i media abbiano prontamente capovolto la narrazione dei fatti, ricorrendo alla retorica della colpa spesso adottata dai giornali italiani nei confronti delle lotte femministe. Cecilia continua: «Alla manifestazione di Roma, casualmente sono capitata davanti alla sede di Pro Vita proprio nel momento in cui l’assalto stava avendo inizio, così ho avuto modo di vedere il climax degli scontri con la polizia. Per me è stata una prima volta, non avevo mai visto nulla del genere. Ho fatto caso a come reagivano le persone intorno a me in quella situazione, perché davanti agli scontri mi veniva naturale retrocedere, ma c’erano altrɜ che si lanciavano contro la polizia, sebbene fossimo tuttɜ consapevolɜ del fatto che stessero manganellando delle persone». 

 

Questo ampliamento del discorso di genere, addensato in poche settimane, ha avuto come conseguenza tangibile, durante le manifestazioni, una eterogeneità sorprendente, a cui hanno contribuito moltɜ ragazzɜ, anzianɜ e famiglie. Parlando con un ragazzo di nome Samuele, abbiamo realizzato che tante delle persone che sono scese in piazza in quei giorni non erano necessariamente attive a livello politico o sociale, ma una notizia così forte le aveva quasi obbligate a farsi sentire. «Sono andato con dei miei amici e delle mie amiche. Molti di noi erano lì perché mossi dalla vicenda di Giulia Cecchettin, anche chi di noi non era troppo politicizzato o attivo sul tema. C’è stata questa specie di necessità, non avevamo dubbi sul fatto che dovessimo partecipare, e quelli che di noi non hanno mai manifestato interesse per la politica non si sono posti il problema, in quanto non si tratta solo di una questione politica». Tra le testimonianze che abbiamo raccolto sia online che con il passaparola, spicca quella di Simona – madre di Matteo e Viola –  che ci dice di quel sorprendente scroscio umano: «Quella di Roma è stata la mia prima manifestazione nella capitale, quindi di sicuro mi ha fatto impressione la quantità di persone: diciamo che l’espressione “eravamo una marea” descrive molto bene il modo in cui ci siamo unitɜ per muoverci insieme. Ho visto tantɜ bambinɜ accompagnatɜ dai genitori e mi ha riscaldato il cuore, mi ha dato un senso di speranza». In quel mare indistinguibile di persone c’era anche Margherita, di ventidue anni, che ci racconta di aver visto una scena particolare: «Mi ha colpita un signore anziano, teneva in mano un cartello che recitava “le donne non si toccano neanche con un fiore”. È stato tenero perchè, sebbene alla nostra generazione uno slogan del genere faccia sorridere in quanto pensiero quasi troppo semplice, quell’uomo è sceso in piazza con la sua mentalità da settantenne, ma aveva chiaro in testa il concetto per cui eravamo tuttɜ lì». 

 

In tantɜ ci hanno parlato della massa, della moltitudine, e delle sensazioni che questa trasmetteva. Cecilia ha sottolineato più volte che si sentiva «una particella in un pulviscolo enorme. Mi ricordo la differenza tra l’esperienza di Genova e quella di Roma: nella prima mi sono sentita una frazione un po’ più grande di quella moltitudine». Anche Michela, educatrice di 32 anni, ci ha raccontato la sua esperienza: «È stato un grande abbraccio. È stato mostrare un volto che non si mostra mai. Ho avvertito forza. Una forza derivante dall’umanità di tutte quelle persone, che non è affatto una cosa scontata. Io quel giorno l’ho avvertita». L’ha stessa forze ce l’aveva già menzionata Margherita, che specifica: «A tratti mi sembrava di essere ad un evento religioso, soprattutto quando hanno letto l’elenco lunghissimo delle vittime ho sentito un legame sospeso, accompagnato da un mormorio continuo ma rispettoso e curioso. Il fatto che fossimo tuttɜ ammassatɜ e che fossimo così tantɜ ha reso l’esperienza molto fisica, un grande abbraccio in cui ci siamo strettɜ. È stato davvero forte sentire la rabbia di alcune persone, soprattutto giovani, e il rumore che faceva questa rabbia era inconfondibile, un sentimento difficile da comprendere, soprattutto per lɜ più anzianɜ, che tendevano ad essere più mortificatɜ, addoloratɜ». 

 

C’è anche chi si è fattɜ trascinare in piazza senza porsi troppe domande, per poi affrontare la questione molto personalmente. Tancredi, studente romano fuorisede di ventuno anni,  ci ha confessato: «Sono andato alla manifestazione di Milano perché la ragazza che mi piace mi ha chiesto di andare con lei, e naturalmente ho accettato. Mi sembrava un’occasione per cui valesse la pena scendere in strada, specialmente alla luce del femminicidio di Giulia Cecchettin. Quella di Milano è stata la mia prima manifestazione vera e propria, non ho mai avuto l’urgenza di scendere in strada per qualcosa, forse per pigrizia, o insofferenza. Sebbene io conosca l’importanza dell’azione e dell’essere attivɜ, ho sempre lasciato che lo facessero lɜ altrɜ, non ho mai concretizzato la cosa». Abbiamo chiesto a Tancredi se si fosse sentito al sicuro nella folla e che emozioni avesse sperimentato durante la manifestazione. «Sì, mi sono sentito al sicuro, forse un po’ sopraffatto dalla marea di persone presenti. Non sono agorafobico, ma c’era davvero tanta gente, non capivo dove finisse la folla.  Quando hanno letto l’elenco delle vittime di femminicidi sono stato molto colpito. Ho sperimentato quell’esame di coscienza di cui ho sentito parlare sui social, mi sono sentito partecipe di quella consapevolezza collettiva. Mi sono sentito per la prima volta a stretto contatto con questo tipo di realtà, che ha comportato un insieme di emozioni che non avevo conosciuto prima, tra cui un senso di colpa per non essere sceso prima in piazza». Anche Samuele, studente di ventitré anni, ha parlato di un sentimento nuovo, a lui sconosciuto fino a quel momento: «Ho provato un’empatia nuova, che non avevo sperimentato le altre volte che sono sceso in piazza, stavamo presenziando ad un lutto collettivo, che però ci colpiva tuttɜ individualmente. Ci siamo tenutɜ per mano, abbiamo pianto, ci siamo abbracciatɜ. Il vento ci asciugava le lacrime». 

 

Un tema ulteriore che è emerso in più interviste è quello del rapporto con i luoghi delle manifestazioni. Margherita ci racconta che «quel giorno a Milano faceva molto freddo e c’era tanto vento, ma il sole ci scaldava. Stare così vicinɜ mi ha fatto dimenticare del freddo sul viso e mi ha riscaldata dall’interno. Quando il corteo poi si è sciolto, ho avvertito un cambiamento di temperatura, una specie di ritorno alla realtà più fredda». Cecilia spiega che «tornare nei luoghi della manifestazione nei giorni successivi è stato forte. Sembrava che la piazza e le strade fossero macchiate di un alone, di un’eco indelebile. Vedere lo stesso spazio che prima era pieno di persone ora nel suo stato di quiete naturale mi ha fatto impressione, come se avessi visto qualcosa che gli altri intorno a me non percepivano».



Foto di Alice Pizzigalli

Nelle parole di chi, invece, in piazza non è andato, riconosciamo talvolta suggerimenti alternativi, oppure toni scoraggiati e critici. L’obiezione che va per la maggiore sottolinea l’incongruenza tra l’atto stesso del manifestare, ovvero del proiettare all’esterno e la non-riflessione che spesso ne consegue. In altre parole, l’urlo di denuncia non è sempre accompagnato, o ancor meglio, preceduto, dal silenzio del mea culpa. Tra coloro che, pur sostenendo la causa, hanno scelto di non camminare con i cortei del 25 novembre, qualcunɜ pensa che la manifestazione e l’organizzazione collettiva in questo caso siano poco utili ad un cambiamento tangibile. Viene proposto più dialogo con le istituzioni, annesso all’introduzione di programmi culturali e scolastici adatti ad un’educazione consapevole sull’argomento. «Sarebbe come manifestare contro la povertà e poi non donare nemmeno un euro ai poveri», dice Bruno, 63 anni, pensionato. 

 

Emerge qui una convinzione rappresentativa: il rumore delle chiavi e delle borracce darà adito sufficientemente alla solitudine davanti alla quale, nella sfera privata, si è costrettɜ alla riflessione individuale? Per Bruno e per le persone rimaste a casa la risposta è no. Ognunɜ  deve assumersi delle responsabilità quotidiane e, per farlo, occorre introiezione. 

Altresì, emerge – e questo tra le fasce più giovani – l’aspetto della fatica che richiede l’azione del manifestare, dell’organizzare e del gridare all’unisono. Marciare è stancante, non è confortevole, e significa empatizzare profondamente, azione che pare sempre meno naturale. Lo scandalo non basta a far muovere tutte le genti, per quanto incredule e terrorizzate dal caso Cecchettin. 

«Le manifestazioni non fanno per me», ci dice un ventitreenne che pure alla notizia del femminicidio si era sentito sinceramente addolorato. La domanda che viene da porsi è che cosa serva, allora, di ancor più potente, per riaccendere gli ardori comuni. O, ribaltando la prospettiva: cosa lega così strettamente le caviglie di chi non cammina più per una causa così impellente? 

 

Ci sono tanti fattori che possono portare, nel corso di una lotta che dura da secoli, a una disillusione o a un affaticamento, e quindi a una immobilità parziale davanti a certe manifestazioni. Le motivazioni per le quali un singolo sceglie di non aderire a un’iniziativa di tale risonanza sono varie ed è bene dare voce e scavare nel profondo di ognuna. Esistono infatti molte persone coinvolte nelle lotte femministe che convivono con una rabbia e un’insoddisfazione essenziale, le cui cause possono essere identificate ragionevolmente nella scarsità di progressi che si stanno facendo in Italia, anche per l’irrisorio interesse istituzionale. Alessia, studentessa di diciassette anni, si domanda: «Sebbene io mi sia sempre battuta per tutto quello in cui credo, sta diventando davvero difficile continuare a credere in un cambiamento, e ogni volta che guardo il telegiornale ne ho la conferma. So che la rivoluzione a volte è qualcosa di lento, ma a me sembra che in questo caso si tratti solo di essere inascoltatɜ. Chi ci ascolta? Chi tra le persone sedute sulle poltrone comode del Senato, le stesse persone che hanno il potere di cambiare qualcosa, sta mettendo tra le priorità del nostro Paese la questione di genere? È sfiancante». Questa testimonianza esprime molto chiaramente il senso di fatica e delusione che ha portato moltɜ a non partecipare. 

Tra le risposte delle persone ascoltate affiorano sì punti di concordanza, ma anche discrepanze e opposizioni. Interessa perciò indagare che forma assume il germoglio che fa capolino – o che non nasce proprio – dal seme dello scandalo. In definitiva, si è tratta la conclusione che, sia per chi ha partecipato che per chi è rimastə a casa, il momento  più o meno prolungato della riflessione, del dolore e della rabbia, ci sia stato. La differenza si rintraccia piuttosto nelle modalità di espressione di tale sofferenza, che può paralizzare, aizzare, svanire e riportare tutto in uno stato di calma piatta, oppure essere motivo di cambiamento vero, quotidiano, il quale, accorgendosi, è tanto il desiderio di Bruno quanto quello di Cecilia, sebbene quel giorno ventoso non abbiano camminato sullo stesso suolo. 




di Alice Pizzigalli (Alice Pizzagalli),Erica Ruggieri (Erica Ruggieri),Stella Manerba (Stella Manerba)

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