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Perché la Corte Penale Internazionale non può nulla contro Netanyahu

Cosa è importante ricordare prima di sperare nella giustizia internazionale

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«Chi non rispetta la legge non dovrebbe lamentarsi dopo». Così il Procuratore capo della Corte Penale Internazionale (CPI) Karim Khan ha chiesto di spiccare, il 20 maggio 2024, cinque mandati di arresto contro alcuni dei protagonisti di ciò che sta succedendo a Gaza dal 7 ottobre 2023. Le accuse per crimini di guerra e crimini contro l’umanità sarebbero indirizzate contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, il ministro della Difesa Yoav Gallant e contro tre figure chiave di Hamas (per la precisione il leader del gruppo terroristico Yahya Sinwar, il capo politico Ismail Haniyeh e il capo delle brigate al Qassam, braccio armato di Hamas nella Striscia di Gaza, Mohammed Deif). 

Come enunciato austeramente dallo stesso Khan in un video pubblicato dalla CPI, sulla base delle indagini condotte vi sono validi motivi per affermare che i leader di Hamas abbiano concorso ad «aver provocato lo sterminio, l’omicidio, la presa di ostaggi, lo stupro e la violenza sessuale durante la detenzione» attraverso gli attacchi del 7 ottobre. Le accuse contro Netanyahu e Gallant includono «lo sterminio, l’aver concorso alla fame come metodo di guerra, compreso il rifiuto di fornire aiuti umanitari, e l’aver preso deliberatamente di mira i civili durante il conflitto». Al momento, a Gaza sono morte quasi 38 mila persone sotto gli attacchi israeliani. 

Si tratta di un provvedimento importante da un punto di vista simbolico ma ci sono diversi aspetti giuridici da considerare, a partire da ciò che deciderà la Camera preliminare sulla ricevibilità dei casi.  

La CPI: funzionamento e limiti

La CPI, con sede all’Aia, nei Paesi Bassi, è l’organo giurisdizionale internazionale preposto a giudicare e condannare gli individui colpevoli dei seguenti crimini internazionali: crimini contro l’umanità, genocidio, crimini di guerra e aggressione. Nata con lo Statuto di Roma nel 1998, non è da confondere con la Corte Internazionale di Giustizia (CIG, sempre all’Aia), tribunale in seno all’ONU volto a giudicare gli illeciti commessi dagli Stati.

Per questo motivo, l’attività della CPI è slegata da quella della CIG che sta invece operando sull’accusa di genocidio lanciata dal Sudafrica contro Israele a dicembre 2023. Nonostante la sua ampia eco mediatica e politica, la giurisdizione della CPI non è riconosciuta dalle maggiori potenze mondiali, fra cui Russia, Cina, USA e lo stesso Israele. Al contrario, la Palestina ha ratificato il trattato istitutivo della Corte nel gennaio 2015, spinta anche dagli effetti della campagna israeliana «Margine di protezione» lanciata nella Striscia di Gaza nel 2014 e che ha provocato la morte di più di 2mila palestinesi. Si tratta  Ma c’è ancora un intoppo, poiché la Palestina non è riconosciuta in quanto Stato da tutta la comunità internazionale: già questo basta per capire la complessità della situazione. 

Ci sono diversi motivi per cui le azioni della CPI non avranno effetti pratici. Come detto, la Corte non ha giurisdizione negli Stati che non fanno parte del suo statuto e, concretamente, significa che non può pronunciarsi sui casi che vedono come possibile criminale un cittadino di quel Paese. Può, tuttavia, giudicare un crimine avvenuto sul territorio di uno Stato parte (in questo caso, la Palestina), e imporre agli altri Stati membri di perseguire o estradare i presunti criminali, ai sensi della giurisdizione universale. 

C’è poi da dire che CPI lavora esclusivamente per complementarietà, e cioè non può reprimere “da sola” i crimini su cui si pronuncia, ma ha bisogno della cooperazione degli organi interni dei governi nazionali per indagare e punire i responsabili. Eppure, parecchi Stati hanno dimostrato di non collaborare, o perché non volessero o perché non ne avessero le capacità (il caso degli “Stati falliti”).

È l’esempio del Presidente russo Vladimir Putin, accusato di crimini di guerra e deportazione di bambini nel marzo 2023, durante il recente conflitto in Ucraina. O di Omar al Bashir, presidente del Sudan responsabile di genocidio e crimini contro l’umanità durante il conflitto in Darfur nel 2003, che dal 2010 fugge semi-liberamente in diversi Stati. E ancora Gheddafi, che scampò al mandato d’arresto nel 2011 perché ucciso dalle milizie ribelli libiche. 

Le reazioni della comunità internazionale

Il caso del mandato contro Netanyahu ha suscitato non poche reazioni contrastanti. La popolazione a Gaza esulta, come anche molti attivisti pro palestinesi che abbiamo visto scendere nelle strade in Occidente. Sudafrica, Bangladesh, Bolivia, Comore e Gibuti sostengono i lavori del Procuratore. Al contrario, il presidente degli USA Biden, storico alleato di Israele, ripudia la decisione di equiparare la democrazia di Israele al terrorismo di Hamas, che ritiene «oltraggiosa». Secondo quanto riportato da diverse agenzie di stampa, lo stesso Netanyahu e il presidente Israeliano Herzog hanno invitato le «nazioni civili del mondo» a boicottare la Corte.

 Anche i parenti degli ostaggi israeliani detenuti a Gaza, aspramente critici verso il leader israeliano per non esser riuscito a riportare a casa i loro cari, interpretano le accuse a Netanyahu come antisemite, indirizzate al popolo israeliano e quindi minanti, a loro detta, la stessa difesa dello Stato di Israele. È quanto affermato da Nadav Shtrauchler, ex stratega militare al servizio di Israele, che vede nel mandato un’opportunità per rafforzare la posizione dell’attuale primo ministro, creando l’effetto rally around the flag che gli farebbe ingraziare anche i suoi ex oppositori.

di GiuliaRiva2 (Giulia Riva)

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