Ab la dolchor del temps novel
foillon li bosc, e li auzel
chanton chascus en son lati
Con la dolcezza del tempo nuovo
i boschi foglio, e gli uccelli
cantano ciascuno nel suo linguaggio
I versi riportati sopra sono un estratto di un componimento di Guglielmo IX d’Aquitania – duca e trovatore, nel quale si parla di uccelli che, con la primavera, tornano a cantare ciascuno nel proprio personale linguaggio. Quell’idea antica di inventarsi un lati – un codice privato per darsi un linguaggio e abitare il mondo – è la stessa sensazione che si prova guardando una performance dei Canzonieri. Due anime poliedriche, diversissime ma in qualche modo complementari, che a un certo punto hanno deciso di fondere i loro linguaggi in un rito solo.
Rito è la prima cosa che ho pensato quando li ho sentiti live: è così che li ho conosciuti la prima volta, durante un live. S. continuava a ripetermi che dovevo andare a sentirli, che erano fighi, che mi sarebbero piaciuti di sicuro e quando finalmente ci sono andata ho capito che la parola giusta non era «fighi» ma qualcos’altro, più vicino alla vertigine che si prova davanti a un affresco troppo grande per essere guardato tutto insieme. Solo dopo ho scoperto la storia del debutto: la prima performance dei Canzonieri è avvenuta davanti al Trionfo della Morte di Palazzo Abatellis, a Palermo; un affresco quattrocentesco in cui la Morte è un arciere a cavallo che scaglia frecce a caso — colpisce i giovani e i potenti, risparmia i vecchi e i miseri che la implorano senza mai ottenerla. Un’ingiustizia (o giustizia) dipinta con una ferocia che sfiora la beffa.
Volevo sapere quanto di quel primo incontro fosse rimasto nel progetto, e la risposta, arrivata in un pomeriggio romano tra un calice e l’altro.
«Quell’affresco è una danza completa», mi dice Cosimo ed è lì, alla mostra durante la quale si esibivano, che il concetto di canzoniere ha preso forma – ripescando la figura del canzoniere arabo-siculo e l’idea di una poesia d’amore scritta con sincerità totale, rivolta a qualsiasi essere senza il bisogno di dichiarargli un genere. Il canzoniere, nella tradizione antica, prevedeva un calcolatissimo incastro tra poesia e musica – oggi separate da un secolo di industria discografica, allora tutt’uno – che si tenevano ancora per mano.
Davanti al Trionfo della Morte non è cambiato molto quanto piuttosto si è fissato tutto insieme: l’amore, la morte, il tempo storico, i temi che ciascuno già affrontava per conto proprio sono confluiti in un’unica cornice, che ha preso un nome non isolato. «Di canzonieri e di chi ha ripreso questa figura ce ne sono milioni», tengono a precisare, tornando alle origini della tradizione fino a Sayat-Nova, il canzoniere armeno, punto di riferimento per una ricerca che si nutre di culture lontane – «distanti» dice Cosimo, correggendosi quasi subito, perché il punto non è la distanza geografica o cronologica, ma un’idea di tempo che alcune culture precristiane concepivano non come passato o futuro, bensì come lontananza. Non conta dare un immaginario riconoscibilmente antico o futuribile: conta costruire un contesto che suoni lontano, «e farlo con suoni antichi o con suoni futuri, alla fine, cambia poco». Da qui l’attrito felice tra strumentazione modulare e uno strumentario a corde, un flauto, una voce che lavora per contrappunto – un suono che a chi li ascolta dal vivo arriva sporco, ancestrale, vero, nonostante la tecnologia che lo produce sia tutt’altro che rudimentale. Il progetto ha attraversato di recente una svolta naturale più che progettata: da un lavoro ambient e sperimentale si sono spostati verso una scrittura più classica e i pezzi solo voce e chitarra che stanno uscendo ora sono nati da un’epifania fisica mentre registravano in campagna, in solitudine.

È lo stesso attrito tra il grezzo e il colto ad attraversare l’altra metà della loro storia, quella che li porta ora al cineconcerto per Häxan, il film del 1922 di Benjamin Christensen che sonorizzeranno per la rassegna de il Cinema in Piazza. Il legame con l’immaginario della stregoneria non è nuovo: entrambi arrivano da Salò, il progetto precedente in cui si sono incontrati – Cosimo è entrato un anno dopo che il gruppo aveva iniziato a suonare, e l’intesa è stata immediata, «una sensibilità comune» – e Salò lavorava già su quei temi, sull’idea di un’ingiustizia storica travestita da purezza, «distruggere quello che era giusto in un momento sbagliato».
Quello che fanno è attingere, riscoprire, smontare e rimontare nella maniera che più gli è «vicina e naturale» un immaginario antico e pagano, che però non diventa una mera feticizzazione del folklore ma si trasforma in un impianto culturale saldissimo, alla base dell’identità del progetto. Alla domanda su cosa significhi per loro riportare alla luce un immaginario così spesso liquidato con un pregiudizio, si sono quasi sottratti, per pudore: «lo facciamo in modo molto naturale, con la musica, perché grazie a Dio non esistono le parole per scriverlo altrimenti», spiega Emiliano.
Häxan, da questo punto di vista, è un terreno che era già loro prima ancora di essere musicato: la proposta è arrivata da Cinema America, non da loro, ma la coincidenza ha fatto il resto. Il compito che si sono dati non è illustrativo: «la bravura sta nel non distruggere», restare vicini all’immagine da non tradirla e liberi da lasciarci dentro qualcosa di proprio, pescando anche dal repertorio esistente, riarrangiato apposta ma mai cucito addosso al fotogramma. È un film «tosto», hanno insistito, che alterna momenti convulsi – il sabba, le creature, i corpi che si contorcono – a rallenty totali in cui non succede quasi nulla. Quello che sperano resti non è tanto una catarsi quanto un’esperienza doppia: un pubblico che guarda un film e, nello stesso momento, ascolta un concerto vero.


Anche il costume, per i Canzonieri, non è un accessorio ma un secondo strumento, forse il primo. Il trucco sul viso – un blu pallido, quasi un pale blue, che ribattezziamo ridendo «blu Canzoniere» – nasce in reazione ai cappucci pesanti e grotteschi di Salò, per farsi più «gentile» come mi suggerisce Emiliano e «più vicino al trucco che nei canzonieri antichi accompagnava il corteggiamento: l’uomo che si disegna gli occhi o l’orecchino per farsi notare, la seduzione come primo atto poetico». Il costume, dicono, non trasforma in bestia, semmai fa l’opposto: umanizza una figura aliena, «un umano e un animale che si sono incontrati», un filtro tolto rispetto a chi sono fuori dal palco, non aggiunto. Ed è un costume con una funzione politica dichiarata, quella del giullare medievale – l’unica figura che a corte poteva dire quello che voleva senza pagarne le conseguenze, la stessa libertà comica e sacra della tradizione romanza dei fabliaux: le novelle dal tono licenzioso in cui si poteva prendere in giro la classe alta. Viene in mente l’antico Fabliau du prestre teint, dove l’inganno visivo e il travestimento diventano gli unici strumenti per ridere del potere e svelarne l’ipocrisia: i Canzonieri operano nello stesso modo, usando il blu sul viso come una tintura sacra e profana che li rende intoccabili, liberi di lanciare anatemi elettronici. Il costume, allora, non resta solo estetica o ricerca ma anche presa di posizione politica.
Dentro questa costruzione visiva, i due ruoli non si sovrappongono mai del tutto. Emiliano, che continua a lavorare come scultore e artista visivo, porta nei Canzonieri un’attenzione al costume che nasce dalla stessa testa con cui lavora in studio: «Sul mio corpo il costume prende una forma, sul suo un’altra», mi ha detto, perché le necessità pratiche sono diverse – lui si carica di campanelli e movimento, Cosimo ha bisogno di un costume più leggero per suonare la chitarra. Cosimo arriva da un mondo apparentemente lontanissimo, quello di Deltaplanet, dei party illegali con il collettivo TKP, eppure si sente comunque la stessa persona che cerca la stessa cosa con mezzi diversi. È lui ad avere accumulato, negli anni, un archivio di registrazioni di musica classica e antica: lavora come tecnico di registrazione per il Festival di Nuova Consonanza e ha studiato il contrappunto vocale del Cinquecento – a un certo punto mi cita Giovanni Pierluigi da Palestrina tra i riferimenti in particolare – un archivio che ha reso tecnico un istinto compositivo già orizzontale, poco verticale, che possedeva ben prima di averlo studiato.
Guardandoli seduti di fronte a me, l’attrito che muove la loro musica si riflette nitidamente nei loro corpi, nella postura stessa con cui abitano lo spazio. Emiliano ha la fisicità plastica dello scultore, uno sguardo mobile e le mani che disegnano continuamente geometrie nell’aria, quasi cercasse di dare forma solida alle parole; Cosimo emana invece una compostezza più densa, quasi monacale, concentrata in un’attenzione silenziosa che rompe quando si sente più a suo agio per intervenire. Eppure, non appena il discorso scivola sulla materia viva delle loro partiture, quella distanza formale si azzera in un’eccitazione comune, quasi fanciullesca: si interrompono a vicenda, gli occhi si accendono della stessa urgenza febbrile di voler dire la loro. C’è una purezza disarmante nel modo in cui difendono la libertà della loro ricerca che non riesco a trattenermi, li interrompo e chiedo, quasi per stanarli: «Ma voi, di tutto questo, quando avete capito che ne avreste fatto un mestiere?».
Cosimo se lo ricorda con precisione fisica: un rave, un pezzo techno ascoltato per caso, il pensiero «questa cosa la posso fare meglio di così» che lo ha spinto a partire da un genere specifico per poi aprirsi a tutte le altre influenze. Per Emiliano la musica non ha mai avuto un inizio riconoscibile, perché non se n’è mai allontanato: quando scolpisce o dipinge c’è sempre una colonna sonora sotto, e la curiosità – dalla musica ucraina meno conosciuta a Lady Gaga, senza gerarchie – resta per entrambi l’unico imperativo condiviso, lo stesso che animava i grandi compositori italiani capaci di scrivere canzonette per Sanremo e, l’anno dopo, colonne sonore sperimentali per il cinema d’autore. La cosa sulla quale concordano entrambi, tornando al loro progetto, è che «per fare musica non bisogna mai smettere di sperimentare» afferma Emiliano, «e soprattutto di essere curiosi», lo completa Cosimo.
Ci salutiamo mentre il pomeriggio romano perde consistenza e si fa sera. Resta addosso la sensazione che Emiliano e Cosimo non stiano giocando con l’antico per fare i colti, ma che stiano cercando qualcosa di molto più elementare e sincero: un posto in cui l’anacronismo non sia una fuga, ma l’unico modo rimasto per abitare il presente. In fondo, quella scommessa sul “linguaggio” inaugurata dai trovatori sotto gli alberi in fiore non è mai finita. Ha solo cambiato forma, ha conosciuto la scossa di un sintetizzatore, si è dipinta la faccia di blu ed è tornata a chiederci da dove veniamo, e perché continuiamo a cantare.
