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Peli rivoltosi: da stigma sociale a strumento di riappropriazione dei corpi femminili

Nel corso del tempo la depilazione è passata da vizio estetico a stigma sociale. Oggi, è un vero e proprio “gesto politico”.

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Il corpo della donna è sempre stato palcoscenico di grandi virtù e immonde oscenità, più o meno inneggiate nelle varie epoche storiche. Lo stigma associato alla peluria femminile è un meccanismo di controllo esercitato dalla cultura in cui viviamo che si riflette in maniera eclatante nel marketing dei prodotti per la depilazione. Gli spot pubblicitari di questi prodotti sono sempre risultati avulsi dalla realtà, veicolando l’immagine di una donna-manichino, plastica e inesistente, che si rade sopra la sua stessa pelle liscia. L’effetto straniante generato rafforzava l’inammissibilità dell’esistenza di una donna pelosa, rendendo il pelo innaturale.

Adesso, anche grazie al femminismo di quarta ondata, ci si sta lentamente riappropriando dei propri corpi e della loro natura. 

La funzione del pelo

Nel 2023 la peluria sulle gambe di una ragazza, sulle ascelle, all’inguine, sulle braccia, appare quasi innaturale. Eppure se i peli sono variamente distribuiti sulla pelle dell’uomo – così come degli altri Mammiferi –  esiste una ragione.
Nonostante la specie umana abbia perso nella quasi totalità il manto peloso degli altri Mammiferi e in molti casi i peli umani siano diventati solamente un’appendice ornamentale, alcune funzioni protettive dei peli hanno ancora molta importanza per il corpo umano. I compiti principali del pelo sono: difendere il  corpo da agenti esterni e mantenere stabile la temperatura della pelle.  La peluria umana continua quindi ad avere una sua funzione. Cosa spinge allora l’occidentale medio a considerare più anormale il pelo piuttosto che la pelle liscia? La questione ha radici ben profonde che risalgono a migliaia di anni fa.

La storia della depilazione 

Nonostante ci siano alcune teorie sulla depilazione fin dall’età della pietra, la prima testimonianza di depilazione femminile arriva dai tempi degli antichi egizi, nel 3000 a.C. Il corpo femminile, nell’antico Egitto, per esprimere bellezza e purezza doveva essere completamente liscio. Le donne egizie erano solite radersi attraverso un composto di resina che funzionava all’incirca come una ceretta di oggi, oppure con dei rasoi in rame. Da lì nacque la cultura della donna depilata che trasciniamo ancora oggi.                                                                                                      

Nell’antica Roma e nell’antica Grecia del VI e V secolo a.C. venivano utilizzate delle pinzette ad hoc, pietre pomici e altri prodotti. Fu inoltre proprio nell’antica Roma che i primi uomini iniziarono a depilarsi: erano per lo più atleti che si sbarazzavano del  il fastidio dei peli superflui.        

A metà del 1500 la regina di Francia, Caterina de’ Medici, per la prima volta mise delle restrizioni nella depilazione: le donne incinte non potevano radersi i peli in nessuna parte del corpo. La scelta della regina rappresenta storicamente il primo intoppo di un fenomeno che aveva conquistato l’occidente da molti anni, ma non ci volle molto per ripristinare la diffusione della depilazione.                                  Con gli anni nacquero nuove tecnologie. Nel 1762 Jean-Jacques Perret, un barbiere francese, inventò il primo rasoio a mano libera e a metà dell’Ottocento iniziò, in America, la commercializzazione di sostanze depilatorie in polvere.                                                                                                          Nonostante fino al 1900 non si potesse negare che la depilazione fosse spopolata, fino all’arrivo del nuovo secolo le donne, semplicemente, non avevano avuto realmente il bisogno di pensare ad avere gambe o ascelle lisce. Gli abiti dell’epoca lasciavano infatti di rado qualcosa di scoperto, e prima del 1910 la depilazione era appannaggio di attrici e ballerine, o praticata per gli interventi chirurgici. Le cose cambiarono in fretta grazie a due fattori: la moda e la pubblicità. 

Negli Stati Uniti, a partire dal 1915, sulla rivista di moda “Harper’s Bazaar” iniziarono a comparire pubblicità che mostravano disegni di donne con ascelle rasate. Nasceva inoltre in quegli anni la moda di abiti senza maniche e le braccia femminili iniziavano a uscire allo scoperto. Negli anni ’20 il fenomeno iniziò ad intensificarsi sempre di più. Nacquero le prime creme depilatorie, le gonne iniziarono ad accorciarsi, nel ‘46 nasceva il primo bikini e le pubblicità sulla depilazione femminile si intensificavano. Nel 1964 il 98% delle donne americane tra i 15 e i 44 anni dichiarava di essersi depilata almeno una parte del corpo. Negli anni settanta però cambiò qualcosa: dopo millenni di depilazione femminile, i movimenti femministi iniziano a ribellarsi contro l’idea che una donna potesse essere presentabile solamente se priva di quei  peli che naturalmente le crescevano. Furono questi gli anni di ascelle e gambe pelose che gridavano rivendicazione e libertà.       

A cinquant’anni di distanza da quei primi moti, stanno nascendo oggi nuovi movimenti femministi che rivendicano quella stessa libertà.. ma che impatto ha oggi una battaglia di questo tipo? 

Da tratto evolutivo a stigma sociale

Una cosa è certa: i peli servono a qualcosa e la depilazione non è un banale vizio estetico, anzi. La scelta attorno al grande tema della depilazione nasconde motivazioni ben più complesse di quanto non sembri: se da un lato entrambe le possibilità maturano in un contesto patriarcale, dall’altro riflettono il grado di consapevolezza che abbiamo della condizione di subalternità femminile.

Nella maggior parte dei casi, la donna viene socialmente giudicata dagli uomini, ai quali si accoda quella cospicua quota rosa che si conforma all’ottica patriarcale – più per sopravvivenza che per reale condivisione dei principi.

 

Perché ci depiliamo?

La depilazione femminile è una pratica ormai così diffusa e interiorizzata da farci dimenticare che le donne abbiano dei peli. Quando presenti, vengono spesso ritenuti un’oscenità e giudicati con disgusto, diventando persino bersaglio di feticizzazione: non solo la società vuole donne artificialmente lisce, ma qualora decidano di non radersi, vengono considerate persino contro natura, come dimostrano le stesse pubblicità di prodotti di epilazione in cui le donne si radono una pelle in-naturalmente già liscia. Al contrario, i peli maschili sono socialmente accettati e considerati simbolo naturale di virilità, come è vero anche il contrario per quanto riguarda gli uomini depilati.

Molto spesso, rivendicare che “mi depilo perchè mi piaccio di più” nasconde i reali motivi che spingono le donne a depilarsi. Tra questi, troviamo sicuramente il sentirsi più belle, accettate e desiderabili. Ma tutto questo agli occhi di chi? 

Secondo un recente studio, circa il 52% delle donne che si depila abitualmente dichiara di farlo perché ne avverte la pressione sociale e ciò accade principalmente d’estate o quando prevedono di avere un rapporto sessuale.

Il fatto che le donne ricerchino nella maggior parte dei casi l’approvazione maschile è un’evidenza storicamente determinata: sono state raccontate, ridefinite e sistematicamente ricollocate nella loro presunta inferiorità dagli uomini, che nei secoli ne hanno costruito diversi archetipi. Si può comprende quindi come la rimozione della minima peluria sussista, in prima istanza, proprio allo scopo di avere l’approvazione degli uomini, che infatti nell’84% dei casi preferisce un corpo femminile liscio e depilato.

Alla luce di questo, come possiamo presumere che la proposta di radersi che viene fatta alle bambine all’alba della pubertà si tratti davvero di una scelta, se non appena mostriamo un timido pelo ascellare veniamo linciate a suon di “scimmia”, come è accaduto a Carola Rackete scesa dalla Sea Watch?

Possiamo davvero scegliere, se dal momento in cui spunta la prima peluria pubica, ci viene offerta sempre e solo un’unica alternativa che, in quanto assenti altre prospettive concepibili, diventa la soluzione obbligata?

Rivendicare per normalizzare: da strumento di controllo a strumento di autodeterminazione

 

Sulla base di quanto detto finora, si comprende come l’imposizione, diretta o indiretta, della depilazione costituisca in realtà l’ennesimo mezzo di controllo patriarcale del corpo delle donne. Come spiega la scrittrice e attivista Bel Olid nel suo libro Contropelo. O del perché spezzare la catena di depilazione, sottomissione e odio verso di sé, prendere consapevolezza del fatto che sia possibile sottrarsi alla catena di rasoi e cerette costituisce il primo – difficile – passo verso la liberazione femminile dal maniacale sistema di controllo sessista di cui è intrisa la nostra società. Decidere di non radersi significa correre il rischio di essere insultata e derisa, e questo è un dato di fatto. Decidere di non radersi costituisce un atto di coraggio e di forte presa di posizione contro un sistema che vuole le donne soggiogate al canone secolarmente imposto dagli uomini e che non le lascia loro neanche la libertà di scegliere sul loro corpo.

Grazie al femminismo intersezionale di quarta ondata, le donne hanno iniziato a comprendere che possono non radersi, consentendo la graduale normalizzazione dell’avere i peli e determinando anche un rivoluzionamento del mondo pubblicitario. Questo approccio inclusivo, positivamente contaminato dal concetto di body neutrality, ha sicuramente contribuito all’emancipazione femminista della società, sgravando parte del fardello estetico che ci portiamo dietro in quanto donne, rimarcando che non importa che aspetto abbiamo oggi, in quanto il corpo è solo un mezzo che ci permette di vivere nel mondo.

È possibile quindi concludere che solo riconoscendo le limitazioni socialmente imposte alla popolazione femminile e il carico psicofisico che tali vincoli comportano, è possibile prendere consapevolezza che possiamo scegliere cosa e come essere, comprendendo che la rivendicazione della nostra libertà e capacità di legiferare su noi stesse e sul nostro corpo parte anche – e soprattutto – dalla riappropriazione dei nostri cari peli naturali.

Pensati libera di scegliere

 

Abbastanza presto ci si è resi conto che la “scelta” era una coperta troppo corta, usata da una branca del post-femminismo nel tentativo di legittimare e abbracciare la maggior parte delle posizioni, in particolare quelle più privilegiate. Nato come tentativo di rendere il movimento femminista più attrattivo, il choice feminism si è sviluppato principalmente online e si è servito di slogan accattivanti per aprirsi al maggior numero di utenti-consumatori possibili. Tre sono le critiche che puntano al cuore del “choice feminism” e riguardano i suoi principali aspetti: individualismo, libertà di scelta e posizionamento politico.

 

In quanto individuale, la scelta si oppone alla coscienza collettiva che le precedenti ondate del movimento femminista si proponevano di costruire, attraverso trasformazioni che coinvolgevano la società nel suo insieme. Lontano, temporalmente e spazialmente dalle lotte di piazza, il nuovo movimento si rivolge verso l’interno rassicurando i singoli: il tempo del radicalismo è finito, ogni donna è femminista a modo suo, nella sua individualità e specificità, purché non metta bocca sulle scelte delle altre. Se ogni decisione è virtualmente valida, a prescindere dal contenuto (depilazione inclusa), allora nessuna decisione può essere contestata o il rischio è essere tacciati di anti-femminismo. A contare è la libertà individuale, spesso data per scontata, senza proporre o immaginare nessuna soluzione di “liberazione” collettiva.

 

A essere mobilitate sono invece le singole decisioni, afferenti a vaghe e frammentate versioni di una “coscienza politica” che non può e non viene discussa pubblicamente. Introiettando il cancro neoliberista, il choice feminism guarda alla società come una mera somma di singoli, mossi dai propri interessi e dotati di una propria libertà, a prescindere dal contesto e dagli interessi altrui.

 

Se la società è semplicemente un’accozzaglia di consumatrici, principalmente occidentali e conformi, saranno libere di scegliere se depilarsi? Verranno trattate e si sentiranno in modo diverso in caso non lo facciano? E se fosse composta da soggettività diverse, avranno la stessa facoltà di scegliere?

 

Il choice feminism si limita a rispondere solo al primo di questi interrogativi e risponde di sì. Lo spazio di discussione pubblica viene ridotto al minimo, il discorso politico soffocato: non è compito della collettività costruire una tale consapevolezza. Ne è esempio lampante il “pensati libera” di cui aveva fatto sfoggio Chiara Ferragni sul palco di Sanremo, tentando di opporre una soluzione individuale a un problema strutturale, quello della violenza sulle donne. Lo slogan è significativo per la sua ingenua e feroce indifferenza. Ferragni – come molte – semplicemente non riesce a considerare una situazione altra rispetto a sé, dove esiste un soggetto che  “libero’”  non può o non sa pensarsi. Questo accade perché Ferragni, o chi nel suo stesso stato, non sono abituati a  mettersi nei panni di chi le loro risorse –  economiche, mediatiche, sociali –  non le hanno. Quindi, come “pensarci libere” se non siamo liberate? Come sapere a cosa pensano le altre se non abbiamo più la facoltà di immaginarlo o lo spazio per discuterne? Il  choice feminism ha barattato la propria capacità di sfidare l’immaginario pubblico per diventare il palliativo di qualsiasi dilemma personale-politico, semplicemente separando queste due sfere, annullando ogni possibilità di attrito.

 

L’assenza di un posizionamento politico è ciò che rende il choice feminism profittevole sia per chi vende una narrativa – “pensati libera”! —  senza dover fare niente per realizzarla, sia per chi sarebbe costretto a “ri-pensarsi” davvero se non potesse semplicemente accontentarsi di indossarla. Come pensare quando il motore immaginifico e dialogico viene spento?

 

In Realismo Capitalista l’autore inglese Mark Fisher afferma che «non esiste niente che sia innatamente politico: la politicizzazione richiede un agente politico che trasformi il dato-per-scontato in una messa-in-palio».

 

Secondo l’autore, bisognerebbe partire da una ridefinizione dei desideri che il neoliberismo «ha generato, ma è incapace di soddisfare». Ecco che la decisione di depilarsi dovrebbe essere presa alla luce di una riflessione sui nostri desideri, spesso indotti. E il desiderio di essere individui liberi e di successo andrebbe rivisto alla luce dei legami economici, politici e relazionali che abbiamo con gli altri. Sono libera anche se le altre non lo sono?

 

L’alternativa sarebbe decostruirsi: mettere in discussione le proprie scelte, che non sono intrinsecamente valide, ma assumono rilevanza alla luce di una posizione precisa, che non è solo femminista o anti-femminista, ma è il risultato di una ricerca dentro e fuori se stesse. Servirebbe uno sforzo intellettuale ed empatico per soppesare le proprie contraddizioni e scoprire quelle altrui, aprendosi alla spaventosa possibilità che molte cose non possano essere risolte da uno slogan.

 

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