Il futuro è laggiù: una conversazione con Paolo Sorrentino

In vista dell'uscita dell'ultimo film di Paolo Sorrentino, "Partenope", abbiamo parlato con il regista del senso del suo film, del cinema in generale e del perché rappresentare una generazione diversa dalla sua. Qui, il video dell'intervista

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Ci sono degli autori che si seguono. Magari per curiosità, per interesse o per un certo grado di affezione, oggi più che mai si può facilmente seguire un artista nel suo percorso, nelle sue pubblicazioni, nelle date di un tour. Altri autori invece non si seguono, si aspettano. Il loro percorso si sviluppa nel tempo di una vita, la loro, che poi è anche il tempo della tua. I cambiamenti che intraprendono non si possono cogliere se non allontanandosi dal dettaglio e cercando di osservare il quadro che si sta delineando sulla tela. Tra un tratto di acrilico e l’altro ci sono momenti di quiete e dunque, di attese.

L’attesa per l’ultimo film di Paolo Sorrentino, Parthenope, in tutte le sale dal 24 Ottobre, era durata tre anni, da quando nel 2021 era stato presentato a Venezia “È stata la mano di Dio”. Due opere che segnano un cambio di rotta della filmografia del regista napoletano. E come ogni navigazione, la rotta non si cambia d’improvviso, non è una sterzata, ma è una dolce variazione della traiettoria che porta la nave altrove. Gli ultimi due film di Sorrentino vedono come protagonisti dei giovani, distanti nel tempo e nelle vicende ma accomunati da una ricerca, per la prima volta, verso il futuro.

Certi autori non si seguono, si attendono, e mentre attendo Paolo Sorrentino al bancone del cinema Troisi per bere una birra e scambiare quattro chiacchiere, ripenso alle sue numerose interviste che ho passato in rassegna nei giorni precedenti. In questo confronto in cui rivesto l’infelice ruolo di giovane aspirante regista o – peggio ancora – di giovane e basta, mi interrogo su quali siano le domande giuste da fare a un autore, se siano meglio quelle che ci fanno sembrare intelligenti anche se poi risultano essere del tutto irrilevanti, o se tanto vale convenga andare a briglia sciolta, come del resto avviene in una chiacchiera al bar.

Secondo te, qual è una buona domanda da fare?

Non ho una domanda precisa da fare. Diciamo che più sono strane, stravaganti, ironiche, anche più precise e meno generiche, meglio sono.

Parthenope, è un film che racconta una storia che si sviluppa in un arco di tempo molto ampio, quasi settant’ anni, il tempo di una generazione. Ti sei mai sentito parte di una generazione?

A dire il vero no. Io sono un figlio degli anni ’80, gli anni ’80 sono famosi per essere un periodo storico dove era partita la disillusione per qualsiasi ideale, per qualsiasi senso di appartenenza. Tutta la mia generazione non sente di appartenere un po’ a niente. Però è una forma di vantaggio se ci pensi: non far parte di nessuna parrocchia ti consente un approccio molto più libero e anarchico alle cose. Non a caso anche con i miei colleghi della mia età facciamo film molto diversi tra noi, proprio perché non siamo legati da un’ideologia, da un guru o da un maestro, da qualcosa cioè che incombeva su di noi come probabilmente è più riscontrabile invece in registi degli anni ’70 o ’60, dove c’erano dei dettami più precisi, c’erano delle griglie più rigide.

Dunque a 30 anni, quando fai il tuo primo film, non sentivi il bisogno di dover “rompere” con un cinema dei padri?

Non tanto. Già i vari Moretti, Luchetti, Virzì e via dicendo avevano dovuto rompere con i padri – quelli nobili dell’età di Fellini, Antonioni e così via. Io appartengo a una generazione ancora successiva alla quale tutto sommato nessuno chiedeva niente, non c’era nessun tipo di aspettativa. Siamo stati anche un po’ fortunati in questo, era un periodo in cui si potevano fare film con una certa libertà. Abbiamo fatto un po’ quello che ci pareva.

Mentre parliamo di generazioni ripenso ad una frase del film: “Lo vedi il futuro laggiù? È più grande di me e te”.  Così Partenope, interpretata dall’affascinante Celeste Dalla Porta, si rivolge a uno dei tanti uomini che orbitano intorno alla sua aura così enigmatica. “È più grande di me e te.” Nel film ricorrono alcune frasi, ripetute da personaggi lontani nello spazio e nel tempo, che assumono di volta in volta sfumature diverse. Delle vere e proprie formule, quasi si trattasse di un testo arcaico, come le espressioni formulari dell’Iliade, dove ogni personaggio è innanzitutto simbolo, icona, prima ancora che individuo. Sorrentino delinea un personaggio che è alla ricerca continua di libertà, non toccata dai giudizi altrui. Eppure ripenso a tanti altri personaggi della sua filmografia, Titta Di Girolamo, Jep, Tony Pisapia… uomini che non si proiettano nel futuro, ma rivolgono il loro sguardo al passato, si ritrovano spesso a vivere di ricordi. Prima de “È stata la mano di Dio”, per i protagonisti di Sorrentino i resti del passato sono più ingombranti delle prospettive del futuro. Ripenso a quale sia invece il mio rapporto con il futuro, che è lo stesso di chi oggi ha venticinque anni e non sa quando, non sa come, ma a un certo punto da promessa sembra essersi trasformato in minaccia. “Lo vedi il futuro laggiù? È più grande di me e te”. Partenope, dal nome e dallo sguardo antico, parla con un tono che è spensierato come quello di una diciottenne d’estate e allo stesso tempo solenne come quello di un oracolo. Si fa simbolo e individuo, contemporaneamente. Non mi è possibile, dunque, comprendere se quel futuro, laggiù e così grande, sia per lei una minaccia o una promessa.

Come è mutato negli anni il tuo rapporto con il futuro? Quali erano le incertezze o le aspettative di Paolo Sorrentino quando ha esordito a trent’anni? E quali invece sono le incertezze e le prospettive sul futuro di un regista che ora non è più esordiente ma è grande?

In realtà penso di non essere d’aiuto perché ho percepito, avendo dei figli giovani, che il rapporto con il futuro che ha la vostra generazione è molto diverso da quello che avevamo noi. Io in realtà avevo semplicemente una sola idea del futuro: era il luogo dove io dovevo riuscire a esercitare un senso di rivalsa nei confronti della mia percezione di essere inadatto e di essere un perdente, uno sconfitto, chiamala come vuoi. Quindi mi occupavo solo e esclusivamente di quello.

Ora che non ho più questo senso di rivalsa perché tutto sommato mi è andata bene, il mio rapporto con il futuro è molto più sano, perché non ho questa ossessione di dovermi affermare. Poi nella vita si attraversano varie fasi. Adesso ho un rapporto di grande curiosità nei confronti del futuro, mentre se me lo chiedevi due anni fa ti dicevo che ero preoccupatissimo perché pensavo che la vita si stesse accorciando troppo. Invece a un certo punto cominci a fregartene anche del fatto che la vita si stia accorciando.

La giovinezza è un tema che attraversa trasversalmente buona parte della filmografia di Sorrentino. In particolare la bellezza e la vitalità quasi “inconsapevole” della gioventù. Ma è interessante notare come spesso tale binomio bellezza/giovinezza sia solo qualcosa da “osservare”: Penso a Jep Gambardella, a Titta di Girolamo, a Geremia De’ Geremei, a Youth e anche a The Young Pope. La giovinezza si fa oggetto osservato da qualcuno (solitament uomini adulti) che la guarda talvolta con invidia, talvolta con desiderio, o con nostalgia. Poi però, con gli ultimi due film, È stata la mano di Dio, e ora con Parthenope, la giovinezza non sta più in vetrina, ma si fa protagonista. Due protagonisti nel pieno della loro gioventù, che però è frastagliata di dolori, accomunata da incertezze. È come se Sorrentino avesse aspettato una carriera intera per raccontare la giovinezza in prima persona.

Perché soltanto ora i tuoi protagonisti si fanno giovani?

Perché quando ero giovane non avevo nessuna percezione di me come giovane ed ero incuriosito solo dai vecchi perché mi sentivo vecchio. Adesso che sento di essere vecchio, mi interessano molto meno i vecchi perché li conosco bene e i giovani, invece, non li conosco e li voglio conoscere. In fin dei conti, il film è sempre un tentativo di conoscenza amorosa nei confronti di un personaggio. Da ragazzo volevo conoscere quelli più grandi, ora voglio conoscere quelli più giovani. Per questo ho invertito l’anagrafe dei miei protagonisti.

 

I riferimenti di Sorrentino – soprattutto quelli cinematografici – sono molto chiari. Mi chiedo però quali siano gli aspetti del contemporaneo o del sociale che nutrono oggi l’immaginario di un autore. Qualche mese fa sul suo profilo Instagram veniva ricondiviso il reel di un influencer italoamericano (@fabrizio.brienza) che se ne va in giro per le vie di New York con outfit pazzeschi a dispensare massime e aforismi degni dei migliori corsi di mindset imprenditoriali. Un personaggio già in nuce sorrentiniano.

 

Sì, cominciano con calma ad affascinarmi molto gli influencer. Mi piacerebbe fare un film su un influencer, sì. La politica contemporanea non mi appassiona più, ha perso completamente di carisma. In qualche maniera vedo che dietro gli influencer, dietro quella loro patina che tutti riconoscono di superficialità, c’è invece qualcosa. Non ho capito ancora cosa, però con calma indago.

Allora aspettiamo.

 

Articolo di Lorenzo Vitrone con la collaborazione di Cosimo Maj e Giulia Giovannini. Un ringraziamento al Cinema Troisi per aver ospitato l’intervista.

di Lorenzo Vitrone (Lorenzo Vitrone)

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