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Ossesso

“La Notte nelle scuole” un progetto di Scomodo e Ariete, che indaga la notte come elemento di esplorazione dove si costruisce una parte centrale dell’individuo, attraverso racconti di giovani scrittori e scrittrici under 30 che hanno partecipato al contest “I miei segreti te li dirò di notte”, aperto fino al 10 maggio su scomodo.org/la-notte

Tu non guardavi. Mentre cantavo avevi lo sguardo basso, solitario. Come se fossi solo
fra tutte queste altre voci di cui ti interessava poco e niente. O forse provavi a
nasconderti, da me, a cui avevi spassionatamente mandato un messaggio di auguri
poco loquace. Dopo anni, volevi essere partecipe anche del mio ventunesimo
compleanno. Mi hai chiesto un caffè e io ti ho proposto una birra. Alla fine ti ho visto in
mezzo alla folla del solito bar vicino al Castello. Tu mi hai salutato con un cenno perché
io sembravo troppo occupata a prendermi le attenzioni degli altri. Cos’è successo
quella notte? Anzi, una sera che diventò una notte e poi una giornata e poi una
settimana. Ma io la vedevo solo al buio, perché alla luce del sole mica si mostrava. Però
anche tu, sei una volpe, con quel tuo sguardo distante che gode di tenebre per trovare
salvezza. Suonavi Prendila Così di Lucio Battisti perché i ragazzi al tavolo accanto
l’avevano richiesta. Io stentavo a seguirti perché parole così oneste non volevo dirtele.
Te le avrei dedicate. D’altro canto, era proprio la tua chitarra a farmi da melodia.
Carla mi girava intorno, mi stuzzicava e tu facevi finta di niente. Probabilmente non lo
sai ma è proprio lì che le diedi il primo bacio. Non sapevo cosa significasse, quel bacio
insensato che pensavo fosse tutt’altro che tradimento. Non eri mai stato geloso delle
femmine. Per questo quando la notte scomparivo mano nella mano con lei, tu non ti
preoccupavi e calmo rimanevi seduto sulla sedia più vicino al bancone, a sorseggiare
negroni come se fossero di stagione. Io un giorno te lo dissi, proprio alle sei di mattina
quando gli occhi sembrano essere più leggeri, ti parlai di Carla e dei suoi capelli e di
come mi aveva sfiorato il seno. E così sentivo sempre di più la tua presenza invadente,
impetuosa, imperterrita, scomoda come un sasso deluso dal suo destino intrappolato
fra un piede e uno stivale troppo stretto. Eri silenzioso. Anche se lo sei sempre stato.
Però ci siamo detti tanto sai? Con quelle canzoni confuse che gli altri ci imploravano di
suonare per rendere la loro serata un attimo più romantica. Nostalgica, come quell’altro
pezzo di Pino Daniele che abbiamo fatto di cui io non ricordavo le parole e tu mi
accompagnavi ma eri stonato e io ti coprivo con qualche sonoro mmmh. Io non cantavo
da tanto perché spesso mi imbarazzo. Infatti all’inizio avevo una voce fioca e avevo
paura di farmi sentire. Poi sei arrivato tu e avrei voluto gridare perché ero delusa dal non
essere stata in grado di dirti tutto. Parlare a te non è mai piaciuto. A me invece dà tanta
soddisfazione. Per questo ci siamo solo capiti in silenzio, senza che io ne fossi felice. La
comprensione è stata per noi una nuvola di illusioni, con cui sei riuscito a credermi
sempre uguale. Così tu mi hai dimenticata. E poi di nuovo ricordata a tua convenienza.
Ma sempre in silenzio. Ti ringrazio, hai finalmente imparato a suonare. Così, per una
serie di motivi, quella notte è stata proprio la tua chitarra a farmi da accompagnamento,
e almeno qualcosa te l’ho detta. E tu, per cambiare, mi hai ascoltato. Com’è stato? Io
non posso saperlo, non te lo chiederò. Tu però pensaci e ricordati quella prima volta
quando ci siamo conosciuti ed è stata l’unica in cui abbiamo parlato senza che tu mi
interrompessi.
In quel periodo la musica ti accontentavi di ascoltarla sul telefonino. E ti ricordi che io
pensavo fosse una follia. Questa idea che quando si è innamorati si dorme di giorno e si
vive la notte. Però a noi è successo, tu mi chiamavi, mi dicevi di passeggiare, e
passeggiavamo, ma solo l’eterna notte poteva darci un po’ di forza per dire qualcosa di
vero. Il silenzio è poi diventato un velo, con cui ho coperto la realtà di ciò che invece
sentivo. Carla rimaneva avvolta nel mistero. Non lei, ma quel che facevo. Con lei
dormivo e sentivo il corpo pesante, desolata di non sapere cosa farne. D’un tratto il
respiro si faceva affannoso e non potevo controllare questo insistente desiderio di
scoprire cosa in fondo non mi ero mai permessa.
Ti guardavo suonare, e pensavo alle mani di Carla che credevo sbagliate perché diverse
dalle tue. Non è più lo stesso. Però mi cerchi come un ossesso, per poi dimenticarmi di
nuovo, come quella notte vicini allo specchio, quando mi dicesti che con me non potevi
rimanere sveglio. E così da lei sono andata, tu dirai per conforto ma io trovai qualcosa di
rotondo. Era il palmo della mia mano sulla sua pelle morbida, che di te non aveva
niente, anzi, era più bella. Io al buio non la vedevo, forse non era mai stato vero. Non
l’avevo mai toccata, mai baciata, mai sussurrata fra me e me, quando poco lucida
diventavo più sincera.
Ma ti manco? Ah, ma non m’interessa! Era solo quella stupida sera, che è diventata
notte e poi giornata, magari una settimana. Perché nell’inutile tentativo di nascondere
al buio i miei colori, mi sono state dette parole d’amore da un corpo a me uguale ma
sorprendentemente diverso. Mi sei venuto in mente senza volerti, eri la forma di
qualcosa che mi ero semplicemente concessa. Quando stavamo insieme io cantavo da
sola. Adesso che insieme non ci stiamo più, suoni come se ci fossi nato con questa
chitarra stramba dalle corde ruvide e dure come il tuo umore. Io pensavo: ma dai ti
canto questa canzone che è l’unica cosa che di noi rimane. Dopo mi alzo, me ne vado, ti
lascio qui insieme a un ricordo spazientito di chi sarei potuta essere. E infatti sono
andata via, dopo altre cento sigarette, fumate nel brusio della compagnia attorno.

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