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Non lo metti? Mettilo in vend…Dallo via, ti sentirai meglio

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A primo impatto, la gente potrebbe pensare che il punto del minimalismo sia solo quello di sbarazzarsi dei beni materiali: eliminare. Gettare. Estrarre. Distaccare. Fare un decluttering. Ridurre. Lasciar andare. Ma si sbagliano.”

È così che i due autori e podcaster Joshua Fields Millburn e Ryan Nicodemus introducono il movimento spiegato nel documentario “Minimalismo: Il meno è ora” (2016).

L’essenza del minimalismo non si basa tanto sull’eliminazione del superfluo, quanto sul fare spazio alle nostre passioni, alla creatività, all’essere liberi. Significa rivedere le proprie priorità e capire cosa ci rende davvero felici.

A circa trent’anni, Millburn e Nicodemus realizzano che avere tutto è non avere niente. C’è un vuoto che non hanno colmato le loro carriere di prestigio in aziende private, le auto di lusso, gli appartamenti e gli armadi pieni di vestiti. È un senso di disagio che cresce nel silenzio di una grande casa vuota pagata con uno stipendio che tanti possono solo sognare. È un po’ il retrogusto amaro di chi ha appena comprato l’ennesimo oggetto sapendo che non è necessario e finirà nel dimenticatoio in tempo record.

A una società moderna e infelice, condizionata dal produrre e comprare, hanno già accennato diversi pensatori. Dalla genesi novecentesca tra Boom economico ed Età della crisi come scriveva lo storico Eric Hobsbawm ne “Il secolo breve” fino a Mark Fisher, che descrive un sistema capitalista dove l’essere umano vive un’infelicità continua e sistemica. Ne troviamo traccia nelle riprese tumultuose di Koyaanisqatsi (1982), tra gli scaffali saturi di prodotti alimentari e i fumi delle fabbriche che producono incessantemente beni per persone che vivono in disequilibrio tra frenesia e caos, acquistano e consumano mentre il loro rapporto primordiale con la natura si incrina.

Accumulazione compulsiva

Nel documentario di Millburn e Nicodemus, gli esperti intervistati citano alcune cause che portano le persone ad accumulare e circondarsi di oggetti.

Una tra queste è l’ad bombing, ovvero il bombardamento di ogni sorta di pubblicità e invito a comprare che subisce l’individuo in tutta la sua vita. Lo descrive Palahniuk quando dice che “la pubblicità ha spinto questa gente ad affannarsi per automobili e vestiti di cui non hanno bisogno. Intere generazioni hanno svolto lavori che detestavano solo per comperare cose di cui non avevano veramente bisogno”. Dalle pubblicità sui social a quelle sui mezzi di trasporto e in strada, volenti o nolenti si è esposti ogni giorno a messaggi che creano in noi il bisogno di possedere un certo oggetto. È come il “Vendimi la penna, avanti!” di Jordan Belfort (Leonardo Di Caprio) in “The Wolf of Wall Street”.

L’advertising, in realtà, non si limita a creare un bisogno. A volte ciò che genera è una vera e propria insicurezza. Il deficit marketing capitalizza sulle insicurezze e i presunti “difetti”. Convince il target di doversi conformare a determinati standard, che si tratti di bellezza, status, relazioni o quant’altro, e che solo con l’acquisto di alcuni prodotti o servizi potrà raggiungerli.

La rincorsa alla validazione sociale è però una scala di cui non si vede mai l’altra estremità.

Un altro motivo di accumulo di oggetti è la povertà. Millburn e Nicodemus crescono in famiglie dove niente si butta, perché potrebbe essere utile. La povertà è anche l’antitesi dell’American Dream, ovvero quell’odore di possibilità percepito dagli immigrati che scappavano dalle persecuzioni e dalla guerra tra l’Ottocento e il Novecento, in cerca di libertà sul suolo statunitense. Per alcuni oggi questo sogno ha finito per trasformarsi, influenzato dal consumismo, nel possedimento di determinati beni.

C’è poi il fattore emotivo e affettivo: la madre di Millburn, ad esempio, conserva in casa ogni compito in classe del figlio ormai adulto e trasferitosi. L’autore mostra alla telecamera scatoloni di vecchi fogli scolastici che riempiono lo spazio sotto al letto della madre. “Perché?”, si chiede Millburn. “I nostri ricordi non sono negli oggetti. Sono dentro di noi”.

Da questa serie di motivi nasce l’esigenza del minimalismo. Si distanzia da un decluttering radicale che impone una casa vuota a tutti i costi, per andare a fare semplicemente ordine nella vita tanto quanto nella mente delle persone. È un invito a dare importanza a comunità ed esperienze. A far sì che la felicità non provenga più da qualcosa ma da qualcuno.

“Il vero cambiamento è intrinseco. I fattori esterni sono incidentali. Se abbiamo un problema, è inutile cercare di risolverlo. Dobbiamo (prima) capire il problema, se stiamo cercando di eliminarlo”, spiegano Millburn e Nicodemus.

Meno è meglio?

Lo stile di vita minimalista implode negli schermi dei nostri telefoni: Instagram e TikTok pullulano di reel dalla breve durata in cui qualche ragazza acqua e sapone illustra, spesso senza nemmeno parlare, uno stile di vita più sano, sostenibile, essenziale. Youtube è ricco di consigli di guru della finanza che spiegano come massimizzare i profitti adottando uno stile di vita minimale.

Nuove professioni e neologismi si introducono nel vocabolario dando consistenza a una parola che fino a pochi decenni esisteva solo in comunità ristrette, tra le avanguardie artistiche e nei ranghi della moda.

 

Nonostante la parola minimalismo sia di recente coniazione, il dibattito su cosa sia davvero necessario per vivere da sempre ci perseguita. Celebre nella storia della filosofia è l’incontro tra Diogene di Sipone, filosofo cinico, e Alessandro Magno. Egli, giunto al cospetto del filosofo, non fu da lui ossequiato, anzi, Diogene gli chiedete con fare sbrigativo di “scostarsi dal suo sole”. Diogene – potenziale amico di Marie Kondo – viveva in una botte e si manteneva ben distante dalle tentazioni della vita mondana, disprezzando tutto ciò che per lui era superfluo, non riconosceva nemmeno l’autorità del suo sovrano, Alessandro, l’unico dio era il Sole.

In nuce, la questione minimalista verte da sempre su questo punto: che cosa è superfluo? Finché il dilemma affliggeva filosofi e specialisti, il dramma era circoscritto a pochi pensatori che avevano il compito di prevedere gli sviluppi futuri, e non di sistemare il presente.

Si avverte un vero cambiamento  durante la seconda guerra mondiale quando “gli oggetti” e il loro possesso comincia a essere più diffuso, i salari cominciano a crescere e le persone (in Occidente) possono spendere denaro per beni non essenziali.

Nel 1977, prima che la parola minimalismo prendesse il sopravvento, i sociologi Elgin e Mitchell teorizzavano nel ritorno di alcuni individui alla “vita semplice” – quella meno tecnologica, più distaccata dal denaro – gli albori di un nuovo movimento, chiamato da loro “voluntary simplicity”, che avrebbe portato gli americani a un cambiamento radicale nei consumi e nello stile di vita. Ciò non è accaduto. La giornalista Jia Tolentino ipotizza che il minimalismo sia diventato attrattivo dopo la crisi del 2009, quando le persone trovatesi senza capitali da spendere in oggetti futili hanno riconsiderato l’attrattività del “Less is more”.

Complice è stata anche la spinta estetica dei lavoratori della Silicon Valley, il cui capostipite, Steve Jobs, ha ispirato con la sua divisa-manifesto schiere di uomini desiderosi di raggiungere il sogno americano. Il ciclo di questi minimalisti, quelli della sponda economia e finanza, sembra simile: il desiderio di arrivare a lavorare in una grande multinazionale, la realizzazione di quest’ultimo, arricchimento, constatazione della disparità tra salario e qualità della vita, infine dimissioni e aderimento alla setta minimalista. Il luogo prediletto per la deposizione delle loro testimonianze è YouTube.

Dall’altra sponda dell’oceano, in Giappone, invece è arrivata la spinta per la capitalizzazione del minimalismo, in particolare tramite due soggetti: Fumio Sasaki che si potrebbe definire il padre di questo nuovo minimalismo e Marie Kondo, che in realtà si discosta da questa definizione.

Sasaki è diventato celebre per un libro “Fai spazio nella tua vita” e il suo atipico stile di vita: possiede circa centocinquanta oggetti, scrive un blog aggiornato ancora oggi – esclusivamente in lingua giapponese, e mostra ai suoi seguaci come vivere in poco spazio e con poche cose.

Talmente fedele al credo dell’essenzialità che il suo feed di Instagram è vuoto, la sua bio ci rassicura: “tranquilli, non intaserò la vostra timeline”.

Marie Kondo, che sulla nostra confusione lessicale ha creato un impero, è stata consacrata al successo quando il suo libro “Il magico potere del riordino”, uscito nel 2010 in Giappone, è diventato un bestseller da 12 milioni di copie. Kondo, differentemente da Sasaki, non si definisce minimalista; infatti il suo metodo non prevede vivere con meno, bensì vivere soltanto con quello che ci rende felici.

Kondo suggerisce di radunare le cose che abbiamo per categoria, quindi prima i libri, poi i vestiti, poi gli attrezzi da cucina e così via… guardarle e domandarci se ci portino gioia. Se la risposta è positiva teniamole, altrimenti doniamole.

Ma la falla nel sistema proposto da Kondo sta proprio qui: oggi siamo veramente capaci di decidere quali oggetti ci portano gioia? Può la gioia diventare un criterio per decretare il superfluo? Evidentemente il tema era sentito perché Kondo ha aperto un vaso di Pandora e generato un effetto a cascata, da quel momento molti – Instagram complice – si sono improvvisati “closet organizer”, “esperti del riordino”, “guru dell’ottimizzazione” e hanno cominciato a impartire insegnamenti –spesso a pagamento – su come organizzare la propria spesa, la propria casa, il proprio armadio, e molti , ormai lobotomizzati da anni di pubblicità e jingle che esortano ad acquistare un tostapane all’ultimo modello, li abbiamo seguiti ossessivamente, convinti che loro potessero offrirci la chiave d’accesso per la felicità.

La resa di Kondo

Dopo dieci anni dall’uscita del suo best seller però, Marie Kondo cambia idea e abbandona l’ordine e la pulizia estrema. Lo rivela per la promozione del suo ultimo libro “How to Organize Your Space and Achieve Your Ideal Life” (come organizzare i tuoi spazi e raggiungere i tuoi ideali di vita) uscito a novembre 2022. In una intervista per il Washington Post Kondo rivela che la sua vita ha subito un importante cambiamento dopo la nascita del suo terzo figlio, il riordino impulsivo non è più una sua priorità: “La mia casa è disordinata, ma il modo in cui trascorro il mio tempo è giusto per questa fase della mia vita”. Benché le sue due serie di successo su Netflix l’abbiano portata ad aiutare il riordino di case caotiche americane, la scrittrice ora incoraggia i suoi lettori a identificare piccole attività per portare pace e gioia  a un livello più profondo. Nel suo ultimo libro infatti affronta il concetto giapponese del kurashi come stile di vita: «Riordinare significa occuparsi di tutte le cose della tua vita. Tu che cosa vuoi veramente mettere in ordine?».

Marie Kondo ha notato l’estremismo dei concetti portati avanti dai minimalisti a causa di crisi psicologiche, attenersi così rigidamente ai suoi principi la faceva sentire esausta e sopraffatta dall’ansia. Già qualche anno fa aveva parlato dell’effetto negativo sulla sua salute mentale al seguito di certe tendenze perfezionistiche: «Mi è capitato di avere pressioni tali da non riuscire a controllare le mie emozioni e piangere a fine giornata», «ero una perfezionista, ma è diventato difficile mantenere certi standard dopo aver avuto dei figli. Spero che la mia apertura sull’argomento aiuti gli altri ad allentare la presa».

I lettori si sono fatti sentire sui social media rendendola un trend e accogliendo rincuorati la sua rinuncia al metodo rigoroso KonMari. Per quanto possa essere una consuetudine a cui aspirare, i dubbi e interrogativi sul metodo applicabile a lungo termine erano numerosi. L’ammissione di Marie Kondo ci ricorda l’esistenza di altre priorità rispetto al perfezionismo dell’ordine e la convivenza con il caos non è di fatto qualcosa di cui ci si debba sentire in colpa.

Nonostante tutto ciò il minimalismo come stile di vita risponde a un bisogno essenziale dei nostri tempi: liberarsi del superfluo. Dal boom economico in poi si è perpetrata una mentalità consumistica e di accumulo sfrenato, il cui risultato sono spesso case e vite colme di oggetti e presenze inutili. Il caso editoriale di Marie Kondo ci dimostra come esista il desiderio di liberarsi di tutti i meccanismi tossici e quotidiani di cui siamo ancora schiavi.

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