C’è una pentola d’acqua che bolle da qualche parte dietro lo schermo che ci separa. La vedo di sfuggita quando Fenoaltea si alza a metà di una risposta, «cado la pasta un attimo, la butto giù», e io gli dico «vai, vai, intanto apro la finestra». Siamo divisi da un computer, da qualche centinaio di chilometri e da una connessione che ogni tanto ci congela i volti, eppure la scena sembra quella di due amici che si sono persi di vista e si ritrovano un pomeriggio qualsiasi: uno cucina e pranza più tardi di quanto dovrebbe, l’altro cazzeggia appoggiata al davanzale, e in mezzo passa tutto il resto.
È nelle linee che tracciano la distanza che ci divide che sta la forma più precisa della nostra epoca affettiva; desiderare disperatamente la vicinanza e proteggersi con uno schermo, tendere le braccia e poi ritrarle.
Fenoaltea nasce in provincia di Palermo e la sua infanzia contiene già, in miniatura, tutto l’EP di cui siamo qui a parlare. Gli chiedo se posso fargli tutte quelle domande stupide che probabilmente gli faranno durante la promo me le rivendico in quanto mi conferma che questa – anche se alla pubblicazione sarà già stata superata da altre (rivendico anche la mia lentezza) – è cronologicamente la prima intervista sul lavoro nuovo.
Mi prendo il lusso della domanda che gli faranno tutti: ma tu, un amico immaginario, ce l’avevi? «Ovviamente ne avevo uno», risponde senza esitare. Erano gli anni tra i quattro e i sei, i genitori lavoravano tanto – ironia crudele: intrattenevano i figli degli altri – e lui restava spesso solo. L’amico immaginario era la sua figura di riferimento, il primo interlocutore di una vita passata a parlare con presenze che non si possono toccare. Poi, racconta, «è scomparso quando è nato mio fratello». Non è scontato, gli faccio notare: avrebbe potuto continuare a preferire l’amico immaginario al fratello. Ride. È una persona che ride molto, Fenoaltea, con una leggerezza quasi sospetta per uno che ha appena pubblicato quello che decidiamo di chiamare l’EP del ritiro spirituale: parla della propria solitudine come si parla di un compagno di stanza simpatico, senza drammi, apparecchiando la tavola.
Perché Amici immaginari è un EP fatto insieme agli altri, ma rigorosamente da lontano. Per la prima volta Fenoaltea, che si è sempre prodotto tutto da solo, ha aperto le porte a musicisti e cantanti, e lo ha fatto nel modo più suo possibile: senza farli entrare. «Io ho passato i mesi della scrittura a farmi mandare cartelle di sample, vocali, chitarre, qualsiasi cosa, canzoni mai finite», spiega. Il patto con i collaboratori era limpido: «Non rompete il cazzo, mi ripresento tra due settimane». Dentro il progetto ci sono amici reali che funzionano come amici immaginari, voci arrivate in forma di file, presenze evocate nella tana e congedate a lavoro finito.

«Io di base sono una persona molto solitaria», ammette. Una che negli studi affollati non si è mai sentita al suo posto: centoventi persone, centoventi opinioni sul processo creativo, e lui che non riesce nemmeno a sentirle. La sua comfort zone è il tavolo del salone di casa, quello su cui, giura, è stato scritto per intero l’EP e da cui l’EP non è mai uscito. «Non tutta la musica deve per forza nascere nei contesti musicali», dice, e lo dice con la tranquillità di chi ha forse fatto pace proprio per il suo non rientrare in un modus operandi predefinito.
Eppure qualcosa, a un certo punto, si è incrinato. Finito il tour dell’anno scorso – un tour da club, veloce, una cosa che sapeva fare tranquillamente da solo – si è seduto davanti al computer e ha avuto un blocco totale. Il primo pensiero è stato una resa dei conti: «Cazzo, io non so suonare». Non sa come funziona un pianoforte, una chitarra, non sa cantare, e per la prima volta questo elenco di mancanze non è suonato come un vanto un po’ punk ma come un limite da attraversare.
«Mi annoio tanto, mi annoio facilmente», confessa, e ripetere la formula dell’anno prima lo avrebbe condotto dritto dritto alla noia, cioè al silenzio. Così ha fatto la cosa per lui più innaturale del mondo: ha chiesto aiuto. Ma anche l’apertura, in Fenoaltea, paga il prezzo di un’inaspettata timidezza: «Prendi, richiuditi in tana e poi esci di nuovo col progetto». È il movimento che attraversa tutto l’EP, e forse tutta una generazione cresciuta a metà tra la stanzetta e la rete: questo grande tentativo di stare assieme, di voler fare le cose con gli altri, sabotato e insieme reso possibile dalla distanza. Ci si connette perché c’è un filtro; il filtro è la condizione dell’abbraccio.
Le storie delle collaborazioni, del resto, sembrano scritte apposta per confermarlo. Costole nasce da una demo scartata, una canzone che non avrebbe mai visto la luce se un pomeriggio in studio a Roma non gliel’avessero fatta sentire; lui si è fatto mandare tutto il materiale ed è sparito, secondo il protocollo. Il brano con Mazzariello custodisce invece un vocal vecchio di quasi tre anni, registrato durante una sessione di cazzeggio e poi rimasto a fermentare: per tre anni Fenoaltea ha continuato a mandargli versioni diverse della canzone, una all’anno, finché Mazzariello non ci sperava più. Quando gli è arrivato il master definitivo, il messaggio d’accompagnamento era una liberazione: «Hai finalmente usato questa canzone». Anche l’amicizia, qui, funziona per file condivisi e lunghe assenze, e non per questo è meno amicizia.

Poi c’è Palermo, che in questo racconto è insieme la casa e un’etichetta da cui divincolarsi. Uniti/Separati, la prima traccia scritta per l’EP, in cui ha recuperato delle voci da un servizio di Rai Storia del 1978, girato da Damiano Damiani proprio dentro il mercato di Ballarò, per parlare di unione e separazione, tra Sicilia e Italia ma anche tra le persone; il tutto ricucito dentro l’elettronica, e la traccia è nata come l’ennesimo tributo alla palermitanità del progetto. Ma strada facendo è diventata un’altra cosa: il sigillo di una separazione, «non tanto tra me e Palermo, ma tra quel racconto e Palermo», il collante tra il progetto giocoso dell’anno scorso – lui a vent’anni che si diverte, la musica veloce, facile, freestyle – e questo, più personale, più lento, più esposto.
«La mia roba non è solo Palermo», sorride, rivendicando il diritto di essere ricondotto a qualcosa di più della propria geografia. Ma la geografia, come sempre, si prende le sue rivincite nelle autodefinizioni: «Sono un terrone che sta provando a comunicare le sue robe tramite la musica elettronica», e in quanto terrona che sta provando a raccontare le storie degli altri, sento la limpidezza della sua affermazione vicina e amica.

Ci perdiamo in aneddoti personali e gli ricordo che ci siamo già incontrati lo scorso autunno a Parigi, in occasione de Les nuits de la bomba – il festival organizzato da Bomba Dischi – durante il quale l’ho sentito suonare per due sere. Riapro quella scatola di ricordi e gli chiedo che effetto fa stare su palchi simili, club così, quando sei uno a cui piace la solitudine.
Il vero, primo, punto da prendere in considerazione per capire questo passaggio è che Fenoaltea fa musica da club senza essere mai stato in un club.
«Io non sono mai stato dentro una discoteca», ammette candidamente: l’elettronica l’ha scoperta da ragazzino su internet, nel 2016, in cuffia, ed è per questo che il suo suono è rimasto delicato, che la definizione che si è dato – «elettronica romantica» – gli calza oggi più che mai.
Confessa che scrive d’amore senza forse essere mai stato veramente abbastanza innamorato da dedicare canzoni a qualcuno, così come da bambino parlava con un amico che non esisteva: l’immaginazione arriva sempre prima dell’esperienza, e a volte la sostituisce meglio. Le prime discoteche le ha viste dall’ottica del dj, e da lì ha capito di non appartenere nemmeno a quel mondo: non rispetta le regole del clubbing, non costruisce le atmosfere giuste, se ne dichiara «completamente ignorante» senza il minimo rimorso. Quello che non sopporta è il distacco, il dj impassibile che ignora il pubblico che è lì per lui. Lui invece chiama, incita, pretende applausi, «un modo per svegliarti», per dire alla gente che «lo stiamo vivendo insieme» ed è vero: a ballare Fenoaltea ci si diverte molto perché in quel vuoto tra te e la console, c’è quella grande voglia di connessione che gli si legge negli occhi e nella gestualità; nel nostro stare tutti assieme sudati cercando di andare a ritmo. Il mio ricordo della sua esibizione parigina cozza con la persona che è dall’altro capo del mio schermo: penso all’esplosione e all’energia che ho visto al Trabendo e cerco di associare il viso imperlato di sudore davanti a me quella sera a quello di Mauro, che sta mangiando la pasta alle cinque di pomeriggio perché il treno ha fatto tardi. La persona solitaria che ha passato l’intervista a rivendicare la propria tana si contraddice nel modo più tenero possibile: il palco, mi spiega, è «l’unico momento della mia vita in cui ho bisogno dell’attenzione di tutti». La paura è quella del giullare che intrattiene una corte distratta; l’antidoto è trasformare il dj set nell’unico momento di unione totale, dal primo all’ultimo. Chi passa la vita a proteggersi dagli abbracci ne organizza uno collettivo, a distanza di sicurezza, mediato da una consolle come oggi da uno schermo. Posso testimoniare che il metodo funziona: la prima sera a Parigi, ho ballato così tanto da slogarmi una caviglia; quella successiva l’ho ascoltato aprire per Liberato zoppicando, felice.
Alla fine la pasta è pronta da un po’ e si sta raffreddando accanto al computer: smetto di fargli domande e lo lascio pranzare, chiudendo la chiamata con più di mezz’ora di registrato.
Lo schermo torna nero e per un attimo ci vedo dentro il riflesso di tutti i nostri amici immaginari: quelli dell’infanzia, quelli nelle cartelle e nelle bozze delle cose che vorremmo fare, quelli che ci aspettano dall’altra parte di una videochiamata, a qualsiasi orario.
Se ci fossimo incontrati, l’avrei abbracciato alla fine della nostra conversazione. Invece, resta sempre uno schermo a dividerci. Forse, per fortuna.
