Nessun uomo (o donna) è un’isola

La dipendenza dalla famiglia come necessità sistemica nei territori insulari italiani.

Questo articolo parla di:

 

In Sardegna e in Sicilia la generazione Under 35 vive una condizione di sospensione permanente: guarda a un futuro sfocato come un miraggio al di là del mare, e un presente statico, fangoso, che la trattiene ormeggiata nell’unico porto sicuro – la famiglia. Le promesse di sviluppo legate al turismo e alla digitalizzazione non hanno scalfito la realtà di una generazione intrappolata in una precarietà multidimensionale: non solo lavorativa, ma anche psicologica, sociale e progettuale. 

 

Nel 2019, l’85,4% dei giovani italiani tra i 16 e i 19 anni viveva ancora con i genitori (contro la media europea del 69%). Nello stesso anno l’Italia aveva raggiunto anche il picco nella quota NEET (giovani di età compresa tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non sono inseriti in percorsi di studio o formazione): 22,2%, il dato più alto dell’Unione Europea. 

In Sicilia, l’incidenza di NEET raggiungeva nel 2020 la cifra del 37,5%: più di un terzo dei residenti tra i 15 e i 19 anni.

Non è casuale che le aree con più giovani NEET siano anche quelle dove si abbandona più tardi il nucleo familiare. Uno studio Openpolis con l’Osservatorio povertà educativa indica l’Italia come uno dei paesi europei dove le persone giovani raggiungono più tardi l’autonomia dalla propria famiglia di origine: a fronte di una media europea di 26,4 anni (23,8 per i giovani tedeschi), la stima per l’Italia supera i 30.

 

E infatti, attraverso otto testimonianze raccolte tra Palermo, Sassari e Iglesias, emerge il ritratto di una generazione sospesa: generalmente più istruita di quella precedente ma meno autonoma, costretta a dipendere dalla famiglia d’origine anche oltre i trent’anni, perché impossibilitata a pianificare un futuro. Voci diverse che raccontano una storia di aspettative tradite e di un’adultità – quella definita da codici sociali e pietre miliari simboliche – che sembra essere diventata un privilegio per pochi.

 

La dipendenza dalla famiglia come condizione strutturale

«Se un giovane non dovesse avere comunque l’appoggio di una famiglia, aiuti economici, da solo non ce la fa sicuramente». Martina Provino è nata nel 2003; a Palermo studia Scienze Motorie, ha un contratto a tempo determinato ed è attivista per Our Voice Palermo, un’organizzazione che si definisce come “artistica e politico-sociale, laica e apartitica” che lavora in rete con altre realtà come collettivi, associazioni e movimenti sociali. Il suo lavoro, sostiene, le permette di «gestire le mie spese. L’università la pago da sola». 

Ma poi arriva la puntualizzazione fondamentale: «vivo con i miei genitori, quindi effettivamente non ho delle spese economiche grandi da affrontare».

Giulia La Barbera, classe 1997, si definisce «in attesa di un’autonomia». Dopo due anni vissuti a Siena, è tornata a Palermo a vivere con la famiglia in attesa di raggiungere un’indipendenza economica. Al momento lavora come operatrice sociale nel quartiere Zen, definendosi come «fondamentalmente una lavoratrice part-time», «perchè per il progetto per cui sono stata assunta quelle sono le ore previste a settimana, e tutte le ore in più che faccio le faccio se ci sono altri progetti che prevedono la mia figura». E con uno stipendio da part-time «fino a qualche anno fa in questo territorio, insomma un po’ nel meridione in generale, mi sarei potuta permettere una minima indipendenza (…). Però con l’inflazione e l’aumento dei prezzi di qualsiasi cosa è oggettivamente impossibile riuscire ad avere un’autonomia, se hai un lavoro part time». 

Con qualche anno fa, La Barbera intende «fino a prima del COVID. Con 100€ al mese potevi prendere una stanza, con 300€ un monolocale. Oggi in centro storico un monolocale lo trovi a non meno di 550€-600€. […] Ma io se lavoro part time come faccio a permettermi un affitto da 600€? E le bollette, e la spesa… non ce la posso fare mai». La scelta di un part-time a favore di un full-time spesso, però, non è affatto una scelta: «Molto spesso ecco, vengono proposti più che dei contratti veri e propri degli stage o comunque dei lavori poco retribuiti. Spesso capita che ti si faccia un contratto part time ma in realtà lavori full time».

Come settori principali del lavoro, La Barbera individua «ristorazione» e «accoglienza e turismo», caratterizzati da «contratti stagionali o contratti a chiamata». Una nota condivisibile dal resto degli intervistati, e da chiunque viva i territori delle isole.

Tra tutti, però, ne viene menzionato uno in crescita, interessante da notare. «L’assistenza domiciliare agli anziani, secondo me. È uno dei settori che offre tanto, tante opportunità». A parlare è Lorenzo Branca, giovane sardo residente nell’area di Sassari. In un’isola che risente di un «forte spopolamento», l’età media regionale è di 48,4 anni, rendendo la sua popolazione la più anziana d’Italia. Nel 2022, la Sardegna registrava infatti l’indice di vecchiaia più alto in Italia: 253 over-65 ogni 100 giovani under-14.

Branca è freelance – una condizione che descrive come «intrinsecamente instabile» e al momento collabora con un’agenzia di comunicazione: «Ho dovuto appunto aprire la partita IVA perché nel contesto in cui io opero, o voglio operare, è difficile trovare un contratto stabile, da dipendente». La conseguenza principale di questa instabilità, anche qui, si concretizza nel vivere «ancora a casa con i miei genitori. Avendo le possibilità andrei anche vivere da solo, però attualmente non posso proprio sostenermi».

Ogni tanto, qualcuno ce la fa – ma a determinate condizioni. Michele Minardi, ingegnere di Palermo e parte di 90100 Lab, community che racconta Palermo e la Sicilia. Classe 1997, si dice «molto soddisfatto del mio contratto, che è un contratto a tempo indeterminato» e «molto felice della mia condizione lavorativa. Vivo con la mia famiglia, però sto andando a vivere da solo».

Anche se la situazione lavorativa che lo soddisfa e la conseguente possibilità di raggiungere un’indipendenza derivano da un contratto a tempo indeterminato, Minardi sostiene che «in Italia siamo stati troppo abituati o comunque cerchiamo sempre in un qualche modo di vivere esclusivamente da dipendenti. Quindi molto della precarietà che esiste dipende diciamo da questo fattore di incapacità. Cioè anche quando si è dipendenti ci si aspetta sempre proprio l’incarico da svolgere, ma non c’è mai l’idea del mio, quanto posso contribuire al miglioramento dell’azienda per la quale lavoro». E anche per Minardi, fiero di essersi riuscito a conquistarsi una situazione abitativa autonoma, la famiglia, però, ha sempre il suo peso: «Quelli che hanno un medio alto livello d’istruzione decidono di andare via in altre città, Milano a esempio, e ovviamente si ritrovano in una situazione dove non hanno più quelle radici familiari che in un qualche modo portano un vantaggio anche a livello lavorativo. Banalmente la figura dei nonni, se io vado a Milano e ho dei figli e non ho a chi lasciarmi, sarò costretto a pagare un asilo nido comunque?»

Il ricatto dell’instabilità

La precarietà nelle Isole assume i contorni di un «ricatto», come la definisce Andrea La Torre, giovane palermitano fondatore del movimento giovanile Attivamente, che fa informazione e attivismo antimafia in ottica intersezionale. Un ricatto che costringe a tradire le proprie aspirazioni e valori, a piegarsi alle logiche di un mercato del lavoro disfunzionale. «Sei giovane, vuoi lavorare? OK, nel mondo del turismo c’è tanto lavoro, poi puoi studiare, puoi fare quello, però devi lavorare in quella cosa lì». Un sistema che rende marginali competenze e formazione, esalta la disponibilità al sacrificio e a volte costringe a tradire principi e valori, pur di trovare un impiego. L’esempio più emblematico che La Torre riporta è quello di un’amica «super compagna, militante, pro Palestina assoluta» che si ritrova a lavorare al McDonald’s. Di certo non per scelta, ma perché l’alternativa è ancora più drastica: «o fai una cosa che non c’entra nulla con quello che hai studiato oppure […] devi andare via». È il dilemma che attraversa la maggior parte delle biografie giovanili delle Isole: rinunciare a se stessi o rinunciare al territorio.

Enrico Porceddu, imprenditore della zona di Iglesias, inquadra questo fenomeno in una prospettiva più ampia: le «scarse politiche di indirizzamento verso le necessità effettive del mercato» creano un cortocircuito sistemico. «Da un lato si formano professionisti qualificati, dall’altro si offre loro solo lavoro dequalificato». Il risultato è una generazione sovra-istruita ma sotto-utilizzata, costretta a scegliere tra la sopravvivenza economica e la coerenza professionale.

Non è solo una questione di primo impiego, la famosa “gavetta”: è un meccanismo che si perpetua negli anni, trasformando la flessibilità da risorsa in trappola. I giovani delle Isole imparano presto che le proprie aspirazioni devono essere modellate non sui propri talenti o passioni, ma sulle disponibilità di un mercato del lavoro che li considera intercambiabili, sostituibili, sacrificabili.

Olga Giunta, responsabile del coordinamento CGIL Giovani Palermo, lamenta una mancanza di educazione ai diritti, e racconta della sua esperienza personale: «Quando ho cominciato a lavorare a 17 anni in un parco giochi non avevo minimamente contezza di quelle che potevano essere i limiti di lavoro […] avevo una paga di 2,50 € all’ora e lavoravo 10 ore al giorno». Con il sindacato, Giunta porta ora avanti nelle scuole il progetto “Scuola dei diritti”.

Jan Lai, professionista sardo che lavora nell’assistenza ai giovani, descrive il paradosso di una generazione istruita ma impossibilitata a seguire le proprie vocazioni: «È complicato per i giovani fare un ragionamento del tipo vorrei fare l’architetto, studio architettura… i sacrifici per arrivare a quel tipo di soluzioni hanno rischi enormi». L’investimento formativo, un tempo garanzia di mobilità sociale, diventa scommessa ad alto rischio in un contesto dove le competenze specialistiche non trovano corrispondenza nel mercato del lavoro locale. Quando gli si chiede una parola per definire la precarietà, Lai risponde: «Ansia». I giovani che lavorano e studiano, tentando di pagare in città un alloggio diverso da quello del nucleo familiare «si dissanguano. Devono lavorare in continuazione, studiare, lavorare. Oppure, se sono fortunati e sono nel giro di un’ora, un’ora e mezzo di distanza, fanno i pendolari e hanno redditi medio-bassi. Oppure non vengono a studiare, non studiano. Lavorano e basta».

Il divario generazionale che diventa frattura, e nota di demerito

Il divario con la generazione precedente genera più di una semplice frustrazione economica: produce una frattura nel tessuto sociale che mina la fiducia nel futuro e si traduce nella percezione di un fallimento. Nelle isole italiane, questa rottura assume contorni particolarmente netti, dove il confronto con i genitori diventa specchio di un’Italia che ha cambiato le regole del gioco.

Provino coglie il nocciolo della questione: «Prima, anni fa, magari quando i nostri genitori erano ragazzi, riuscivano ad essere indipendenti prima rispetto a noi. Cioè magari già all’età di 25, forse 24 anni già magari si sposavano, andavano a convivere». 

L’analisi di Porceddu inquadra questo fenomeno in una prospettiva sistemica che va oltre le singole biografie: «C’è una sorta di blocco generazionale, perché si ritrova che una se non due generazioni che sono molto distanti dalla generazione precedente» che ha vissuto «stabilità geopolitica… boom economico, che gli hanno concesso di accedere a una casa».

Ancora, nella testimonianza di La Barbera: «Vivendo con l’esempio dei nostri genitori che a 23-24 anni avevano già l’indeterminato (è difficile) arrivare a trent’anni che non hai la possibilità di dire ho un lavoro e ce l’avrò fino a quando non deciderò di cambiarlo…». Una frattura generazionale che tocca il concetto stesso di cosa significhi essere adulti, e spesso viene percepita come una nota di demerito causata dal mancato raggiungimento di determinati traguardi. 

Branca sottolinea una lettura del divario generazionale come l’accusa di un fallimento: «il fatto di rapportarsi con una generazione che ha ottenuto molto, quella precedente, o magari i nonni che a cinquant’anni andavano in pensione… ti pesa. […] Perché è inconcepibile andare a spiegare questa cosa a chi non l’ha vissuta. Un peso psicologico fondamentale, da non sottovalutare».

Insomma, un dover giustificare la presunta incapacità di guadagnarsi il futuro, di potersi definire adulti o adulte. Giunta definisce la precarietà come «Il non riuscire a costruire ad immaginarsi un futuro, questo vuol dire essere precari, perché tu non hai la possibilità di programmare nel lungo termine la tua vita».

Dove l’essere adulti coincide con la capacità di progettare, pianificare e costruire su solide basi, questa precarietà trasforma l’incertezza da condizione temporanea a stato permanente, rendendo impossibile quella pianificazione alla base dei progetti di vita fondamentali.

La Barbera sintetizza questa paralisi progettuale con lucida amarezza: «Non ci si può permettere di andare via da casa a 27 anni perché non si ha uno stipendio, figurati se potrei pensare di avere dei figli in questo momento». 

Dover dipendere, doversi giustificare

Una paralisi amplificata e con un peso distribuito su diversi ambiti, a partire da quello psicologico. Oltre alle conseguenze materiali, la dipendenza familiare prolungata genera un carico psicologico che incide profondamente sull’autostima e sulla percezione di sé. Il senso di inadeguatezza diventa la colonna sonora di una generazione che fatica a riconoscersi negli standard tradizionali dell’adultità: gli standard sono sempre gli stessi, ma le possibilità di raggiungerli e adeguarsi ai canoni si sono radicalmente ridotte.

La Barbera descrive con precisione clinica questo meccanismo di auto-colpevolizzazione: «È più semplice addossarsi la colpa, sentirsi indietro, sentirsi fermo di non avere fatto abbastanza». La narrazione dominante del merito e della responsabilità individuale si trasforma in un’arma a doppio taglio, dove l’insuccesso viene interiorizzato come fallimento personale piuttosto che riconosciuto come conseguenza di dinamiche strutturali. «Causa tantissimi disagi psicologici» eppure, paradossalmente, proprio il tema della salute mentale continua a essere percepito dagli Under 35 come minimizzato dalle generazioni precedenti. «La salute mentale al giorno d’oggi, soprattutto dai più grandi, viene comunque, cioè svalutata. Molti non ritengono che sia una cosa importante, quando in realtà lo è», sostiene Provino.

Secondo Giunta, questo ha a che fare anche con un cambiamento di percezione del lavoro: «Ci siamo distaccati ormai da quella mentalità per cui tu vivevi per lavorare. Noi adesso vogliamo lavorare per vivere. […] Noi diamo molta importanza come generazione alla salute mentale, al contesto […] diamo molto più valore al tempo». Giunta lavora come rider per Just Eat. Ed essendo per lei il tempo una priorità, questo è un lavoro che le permette di conciliare le sue esigenze – anche se a fronte di compromessi: «riesco a combinare l’attivismo in Cgil con il lavoro, anche se ho 10 ore a settimana, devo dire che in questo momento per la mia vita mi basta. Però non è la stessa cosa per tanti altri ragazzi».

Liberare i giovani dalla famiglia: liberare la famiglia dal dover sostituire lo Stato

Di fronte a questa instabilità strutturale, la dipendenza dalla famiglia nei territori insulari italiani si rivela non come un fallimento generazionale, ma come una strategia di sopravvivenza sistemica in contesti dove le istituzioni pubbliche hanno abdicato al loro ruolo di tutela sociale. Una soluzione provvisoria, mal sopportata, ma necessaria: la famiglia diventa l’ultimo welfare rimasto, l’unica rete di protezione in territori dove mercato del lavoro e politiche pubbliche risultano inadeguati.

Porceddu traccia un bilancio impietoso della situazione attuale: «gli standard della nostra vita sono sostanzialmente diminuiti» e «veramente in pochi nutrono fiducia nei confronti delle istituzioni». Quando lo Stato si ritira, la famiglia si espande: non per scelta culturale, ma per necessità strutturale. Le isole diventano così laboratori involontari di un nuovo modello sociale dove l’autonomia individuale viene sostituita da forme di interdipendenza familiare prolungata.

Questa dipendenza sistemica dalla famiglia trasforma radicalmente il significato dell’autonomia giovanile. Se conquistare un’indipendenza si configura come un miraggio lontano, in un presente in cui è facile restare impantanati si tratta piuttosto di di negoziare nuove forme di interdipendenza che permettano di conciliare aspirazioni individuali e vincoli strutturali. La sfida per i territori insulari è riconoscere questa dipendenza come segnale di un fallimento delle politiche pubbliche, non come inadeguatezza generazionale.

La vera questione non è liberare i giovani dalla famiglia, ma liberare la famiglia dal dover sostituire uno Stato assente, costruendo politiche che permettano scelte autentiche invece di dipendenze obbligate.

 

 

 

di Sara Paolella (Sara Paolella)

Abbonati

Essere indipendenti è l’unico modo per rimanere trasparenti.
Difendi l’informazione libera, abbonati a Scomodo.

8€ al mese

Sostieni Scomodo

Scegli un importo

Abbonati

Essere indipendenti è l’unico modo per rimanere trasparenti.
Difendi l’informazione libera, abbonati a Scomodo.

8€ al mese

Articoli Correlati

🔹 Chi siamo

Questa attività è organizzata da Fondazione Poetica, sotto la guida del prof. Mauro Magatti dell’Università Cattolica di Milano, per Unhate Foundation e ha finalità esclusivamente di ricerca sociale.

🎯 Finalità della raccolta

Vogliamo ascoltare le opinioni dei giovani sui temi della ricerca, garantendo il rispetto della tua privacy.

🎙️ Modalità di trattamento dei dati

La tua voce verrà trascritta automaticamente. Un membro del nostro team verificherà e correggerà la trascrizione per eliminare ogni possibile riferimento personale.

Il file audio verrà cancellato subito dopo la trascrizione.

Conserveremo solo il testo anonimizzato della trascrizione, l’anno di nascita e la regione di residenza, che ti chiediamo terminata la registrazione degli audio.

📋 Quali dati trattiamo

Conserviamo solo dati anonimi. Il tuo audio viene trascritto e se menzioni luoghi o persone specifiche, queste informazioni vengono anonimizzate.

🛡️ Altre informazioni utili

I dati sono completamente anonimi: non sarà possibile modificarli o cancellarli dopo l’invio.

Conserveremo le trascrizioni solo per il tempo necessario alla ricerca, sempre in forma anonima.

📬 Contatti

Per domande o informazioni scrivi a Dario Pizzul, referente della ricerca a questo indirizzo: pizzul.dario@gmail.com