C’è una città in Thailandia che si discosta molto dalle altre. Fuori dalle classiche mete impacchettate per turisti occidentali o cinesi. Mae Sot non ha attrazioni particolari, non ha grandi punti di interesse storici o religiosi. Bangkok è a 500km a sud, Chiang Mai dista sei incrollabili ore di autostrada.
Mae Sot è interessante per un motivo fondamentale: è l’ultima città maggiore thailandese prima della Birmania. Con i suoi 120mila abitanti è nettamente la più popolosa della sua regione, nonostante non ne sia la capitale (capoluogo di regione), probabilmente per la sua posizione. Difatti questa si affaccia ad un vicino scomodo, scomodissimo: il Myanmar. Fattore che porta con sé indelebili conseguenze, come grosse ondate migratorie, contrabbando, traffico di droga e di esseri umani, truffe online.
Quello che accade qui rappresenta una piaga sociale, politica ed economica per le centinaia di migliaia di persone che vengono rapite e rese schiave, in un torbido ciclo sino-mafioso che si nutre delle fragilità, e alle volte del mancato interesse dei paesi della regione. Questa città rappresenta infatti l’ultima tappa per la tratta di esseri umani in arrivo verso gli scam center birmani, dove spariranno per mesi o per sempre.
Uno sguardo su Mae Sot
Percorrendo il classico stradone a sei corsie nel centro delle città sudasiatiche, poco lontano si presenta la prima meta: la dogana che permette l’accesso al ponte di collegamento tra Mae Sot con la sua città gemella, Myawaddy, in Myanmar. Il nome di questo, come per diversi stati con relazioni non sempre stabili è Friendship Bridge. Rappresenta il primo delle due arterie che oltrepassano il Moei River, designato come confine naturale tra i due.
Non è possibile per nessuno straniero lanciarsi in incursioni dall’altra parte della riva, ritenute altamente illegali. Tenendo la sinistra, svincolandosi dalla frontiera, si apre la strada ad un mercato sul fiume. Una lunga fila di banchetti, legati l’un l’altro da filo spinato. Nei banconi di legno si vendono due soli prodotti: stecche di sigarette e bottiglie di alcol di contrabbando. Le prime costano 125 bath l’una (3,30€), prezzo stracciatissimo se comparato ai 7-eleven – una catena di minimarket molto diffusa in Nord America e in Asia orientale e meridionale – che per lo stesso prezzo offrono un solo pacchetto. I venditori sono tutti migranti birmani. È facile riconoscerli, qui hanno la tradizione di cospargersi il viso con una tinta d’oro estratta da un piccolo tronchetto, venduto nel mercato thailandese alle nostre spalle.
Oltre a questa, esiste una seconda frontiera. Il motorino si destreggia tra le piccole vie di una Mae Sot che qui cambia pelle rispetto al confusionario centro. Piccole villette si intermezzano a baracche di legno, i cartelloni elettorali si fanno via via sempre più rari: sembra che nessuno voti qui. Dopo una decina di minuti ci si trova di fronte ad un’enorme strada a sei corsie: quattro in direzione thailandese, due arrivano fino alla Birmania. Questa disparità potrebbe far presupporre che gli ingegneri già sapessero che il traffico verso il Myanmar sarebbe stato meno fitto e soprattutto alternato nel tempo. Molto spesso questa dogana è rimasta chiusa ed attualmente è uno spettacolo desolante. Sopra al palazzo frontaliero svettano quattro enormi bandiere thailandesi, gli unici oggetti in movimento all’orizzonte. In un parcheggio, una ventina di camion sono posteggiati, alcuni hanno il container aperto, come a sottolineare la desolazione dell’area. Eppure, questa sarebbe una delle arterie commerciali più grandi del Sud-est asiatico. Guidando verso est si raggiunge Huè, in Vietnam; verso nord, attraversando il Laos, si arriva alle province cinesi dello Yunnan e del Guangxi. Per questo motivo la Cina tenta di utilizzare il Myanmar come passaggio prioritario per trasportare merci verso occidente, evitando di cadere nella trappola dello stretto di Malacca, controllato militarmente dagli americani, e dunque, da un soggetto avverso, sia dal punto di vista economico che strategico. Il progetto del China-Myanmar Economic Corridor, inserito nella Belt and Road Initiative (BRI) insieme al porto di Kyaukphyu ne sono la testimonianza.
Allontanandosi verso nord, seguendo la strada 3002 in modo da lasciarsi alle spalle la dogana, sempre più simile ad un sarcofago di cemento, e costeggiando il Moei in pochi minuti ci si riaffaccia alla Birmania. Il fiume è stretto e quasi secco, dà la sensazione di essere percorribile a piedi senza alcun bisogno di nuotare. Dall’altra parte della sponda si erge una città composta di palazzi di vetro, alcuni alti una quindicina di piani, pagode nella quale sono rimaste solo le strutture di cemento, imponenti ex casinó. La città di Shwe Kokko è lapidaria. Dal lato Thai, un ragazzo thailandese, sapendo della particolarità del posto in cui si trova, ha deciso di capitalizzare la posizione aprendo un curioso bar, chiamandolo ironicamente “China View”, organizzando anche dei concertini.
I vetri dei palazzi sono rotti ma, nonostante la guerra e il fatto che il Tatmadaw (l’esercito golpista del Myanmar) abbia organizzato un raid per lo smantellamento della città, le strutture sono rimaste intoccate.
Shwe Kokko non è una città normale, nessuno ci abita, non ha zone residenziali, parchi, ristoranti, attrazioni storiche. Shwe Kokko è nata con una funzione prestabilita: ospitare i compounds per le truffe online. Shwe Kokko è la più grande scam city del Myanmar.
Le scam cities sono città trappola
Uno scam compound è uno stabilimento nel quale persone, generalmente straniere, vengono forzate a organizzare truffe online. Nel momento in cui i compounds si moltiplicano in una zona specifica, formano vere e proprie città: le scam cities. Ve ne si trovano parecchie lungo i confini nord e orientali del Myanmar, a contatto con la Cina e la Thailandia. Nel sud del Laos, in Cambogia e nelle Filippine, in aree che sfuggono al potere statale.

Telefonate, messaggi e videochiamate servono ad adescare vittime in giro per il mondo; sono il frutto di un fenomeno relativamente nuovo, che ha avuto origine per mano di famiglie mafiose cinesi durante il periodo del Covid. È dalla chiusura degli immensi casinò cinesi nel sud est asiatico che bisogna partire per comprendere questa situazione. I miliardi di Yuan (la moneta cinese) che questi producevano, con l’avvenire della pandemia e la conseguente quarantena hanno cristallizzato il loro mercato, inducendo i gestori a cambiare strategia finanziaria. Le insegne nei palazzi quindi vengono calate, i muri divisori rafforzati da filo spinato, le telecamere si moltiplicano, sia all’esterno che all’interno vengono eretti ripetitori di segnale internet. Le persone che vi si trovano vengono generalmente attratte dall’estero, tramite offerte di lavoro a più alto salario in Thailandia. Cittadini cinesi, indonesiani, cambogiani, indiani, ma anche etiopi ed eritrei sono bersagli comuni. Secondo una stima della “Global Initiative against Transnational Organized Crime” (GI-TOC) i “lavoratori-vittime” provengono da sessantasei paesi, nella maggior parte coinvolti in conflitti o disastri climatici, e risulta che nel solo Myanmar nel 2023 fossero imprigionate circa 100mila persone. Una volta accettata l’offerta, queste persone prendono un aereo per Bangkok. All’arrivo nella capitale gli viene detto che il lavoro promesso non esiste. Vengono dunque bendati, ammanettati, rapiti per essere trasferiti nei compounds, dove svolgeranno lavori forzati per la creazione di diversi generi di truffe. Gli viene dato un obiettivo di guadagno da ottenere quotidianamente: se questo non viene raggiunto vengono picchiati, frustati, torturati con l’elettroshock.
Oltre alla quota da ottenere ogni giorno, esiste un ulteriore obiettivo di guadagno, quello utile all’ottenimento per la propria libertà. Nel momento in cui questo viene saldato, il caporale paga parzialmente la “vittima-truffatrice” e le pone una doppia possibilità: o restare per ottenere il resto del compenso promesso, o trovare un modo per fuggire, nella consapevolezza che non potrà denunciare alle forze di polizia in quanto ritenibile complice.
Di tipologie di questi raggiri ne esistono diverse, da quelle amorose, alla finanza, agli investimenti in cryptovalute. Naturalmente, sulla base di queste cambiano i target di persone da colpire. Nessuno è escluso dal gioco, dai più giovani alle persone di mezza età, fino agli anziani. Una larga varietà di metodi permette infatti a queste mafie di ampliare il numero di soggetti da colpire, non risparmiando genere, età, background sociale.
Generalmente le truffe iniziano con messaggi sui social, su Whatsapp o tramite mail da parte di ignoti. Il supporto di un’intelligenza artificiale diviene fondamentale per adattarsi alla lingua della vittima. Spesso non arrivano direttamente al punto, vi è un preambolo conoscitivo in cui si tenta di ottenere la fiducia dell’ultima vittima del meccanismo, per poi chiedere una piccola cifra da intestare in un conto comune, per non infrangere l’alone di credibilità costruito. Nel momento in cui questi soldi si accumulano e le richieste crescono, il profilo online si oscura, il contatto sparisce e con lui anche il denaro, chiudendo così il cerchio.
L’invenzione di Shwe Kokko e la risposta della Cina
La storia di Shwe Kokko è intrisa di meccanismi marci, mafiosi e militari. La città nasce nel 2017, tramite la creazione di una joint venture (un accordo) tra le BGF (Border Guard Forces), milizie affiliate all’esercito golpista, successivamente rinominate KNA (Karen National Army) e diversi imprenditori cinesi, tra cui il tycoon She Zhijiang, CEO della Yatai International Holdings Group. L’idea iniziale si fondava sulla volontà di creare una piccola cittadina composta prevalentemente da casinò e resort destinata a super ricchi cinesi. La pandemia di COVID-19 e il colpo di Stato eseguito dai militari birmani del Tatmadaw l’anno successivo hanno presto fatto naufragare il progetto, riconvertito nell’attuale scam city. Questa mossa ha portato all’arresto in Thailandia di She Zhijiang. Secondo quanto riporta l’organizzazione anti governativa “Justice for Myanmar” le parcelle dei ricavi annui derivanti dalle truffe organizzate in questo posto sarebbero divise al 70% per il Gruppo Yatai ed il restante 30 viene diviso tra il KNA/BGF ed il Tatmadaw. In pochi anni i compounds sono proliferati.
Molti palazzi sono spuntati come funghi nel mezzo di un paesaggio rurale, essenzialmente povero, in un paese che, al di fuori delle grandi città centrali a prevalenza Bamar – l’etnia maggioritaria e detentrice del potere politico – vive una sanguinosa guerra civile e una crisi umanitaria senza precedenti, dove gli aiuti umanitari non arrivano e nel quale mancano industrie in grado di risollevare la gente dalla fame.

Questa rapida crescita del fenomeno delle scam cities ha portato sì a un’espansione dei guadagni (circa 640 milioni di dollari di fatturato nel 2023 solo a Shwe Kokko, secondo le stime di GI-TOC), ma anche a un conseguente aumento dei numeri della tratta di esseri umani, che coinvolge anche e soprattutto cittadini cinesi (le autorità cinesi contano che circa 53mila cittadini siano detenuti negli scam centers). Numeri che hanno spinto il gigante asiatico a prendere provvedimenti. Se da una parte le pressioni avvenute sulle milizie etniche nel nord del Myanmar hanno portato a discreti risultati, le perdite economiche sono state tamponate sul confine tra Birmania e Thailandia. In poco tempo le scam cities sono proliferate, ne sono nate circa dieci e località come Myawaddy e Shwe Kokko si sono allargate ulteriormente. L’azione cinese si è spostata quindi in questi territori, inducendo il KNA/BGF a un temporaneo rallentamento delle attività criminali nell’ottobre del 2024.
Pechino, non ritenendo le misure preposte sufficienti, ha avuto bisogno di una mossa da teatro, tragica e pittoresca anche se al momento si è rivelata utile a bloccare l’espansione, pur senza porre un definitivo punto di rottura al criminoso fenomeno. La vicenda è iniziata quando il celebre attore Wang Xing, rispondendo a una proposta di lavoro a Bangkok è stato rapito e trasferito in un compound a Myawaddy. La notizia, sollevata dalla fidanzata è rapidamente diventata virale in tutto il mondo di lingua cinese, permettendo alla Cina di giocare una carta importante nella sua relazione con la Thailandia. Questo incidente ha fatto sì che Xi Jinping potesse tornare a discutere della presenza della polizia cinese a Mae Sot e avere una mano più forte in campo commerciale nei confronti di Bangkok. Nei primi mesi del 2025 entrambi gli obiettivi sono stati compiuti: 5mila cittadini cinesi sono stati rimpatriati e la Thailandia è stata obbligata a tagliare ogni fornitura di cemento, acqua ed elettricità alle scam cities adiacenti al proprio confine.
Questi avvenimenti dimostrano come i miliziani della KNA/BGF siano più sensibili alle pressioni esterne che a quelle interne. A metà novembre 2025 Shwe Kokko, stando a quanto riportato dai media locali e di fatto visibile dal confine, sarebbe stata svuotata in un’operazione congiunta tra il Tatmadaw e le KNA/BGF ed è attualmente ferma. Quello che desta sospetto per chi segue le vicende birmane sta nel fatto che poche volte nella storia della giunta militare ha veramente voluto terminare una situazione che le presentava un vantaggio, anche se questa portava a drammi sociali o ad un peggioramento delle relazioni con i vicini. L’opportunismo del Tatmadaw si evince dal fatto che raramente in queste operazioni di “pulizia” i padroni o i collaborazionisti vengano arrestati. Anche in questo caso, come riporta il giornale “The Irrawaddy”, i cittadini cinesi e i boss dei compounds a Shwe Kokko sono stati preventivamente informati su cosa sarebbe accaduto, riducendo al minimo gli arresti. Inoltre, la supremazia dell’aviazione militare che l’esercito sta dimostrando contro la resistenza in guerra non è stata sfruttata per distruggere i compounds. È vero che i vetri dei palazzi sono rotti, ma le strutture rimangono intatte. Come se fossero più in attesa di escogitare una nuova strategia di azione che “defunti”, aspettando il momento propizio per riaprire i battenti al traffico di esseri umani, dati e denaro.
