Sculture d’Ombra Ambigue

Passeggiando tra angoli e prospettive, un gioco di luci illumina quattro scene che sanno di Medio-Oriente: Sculture d’Ombra Ambigue è un’opera nata dalla collaborazione dei due artisti giordani Maysoon Masalha e Bassam Al Selawi: grazie allo studio della profondità e delle ombre i due hanno realizzato un percorso narrativo della loro storia personale usufruendo della fusione tra luce e scultura contemporanea. Se ci si avvicina alle quattro immagini se ne percepisce nell’immediato la proiezione sul muro e i contorni del disegno, ma solo avvicinandosi è possibile rendersi conto del lavoro certosino di incisioni e scanalature che costituisce la base solida e concreta dell’opera, che solo se illuminata si sdoppia nella sua proiezione. Si parte su un lato dallo skyline degli Emirati Arabi Uniti, dove gli artisti oggi risiedono, per poi passare a Anime Gemelle, due teste di cavalli vicine che sul muro diventano i profili di due innamorati, a celebrare il concetto universale di anima gemella. Andando oltre il ciclo si conclude con Notti nel deserto e La Danza: il primo sfrutta il groviglio della calligrafia araba per una base a motivi che in forma d’ombra diventa un cammello nel deserto, simbolo figurativo dei Beduini e dell’eredità medio-orientale; l’ultima scultura saluta lo spettatore con lo sguardo intenso di due ballerini fusi nei loro corpi, che anche se solo silhoutte diventano potenti nell’insieme.

Le Quattro Stagioni

Girovagando incappo in un quadro che non è un quadro: con la coda dell’occhio un albero maestoso attraversa tutte le stagioni dell’anno perdendo e acquisendo colori in un battito di ciglia. Mi fermo e camminando ricostruisco le 4 immagini sovrapposte che sono separate, ma un tutt’uno allo stesso tempo. Una rappresentazione che ha del fiabesco e dell’incanto ma che si fonda su una tecnica vecchia decenni, ovvero la stampa lenticolare. L’opera si basa innanzitutto sulla parallasse, ovvero quel fenomeno per cui un oggetto sembra spostarsi di posizione in funzione del punto da cui lo si osserva. Ognuno dei nostri occhi vede l’oggetto in maniera leggermente diversa il chè dona profondità al disegno, dopodiché l’immagine viene divisa in strisce sottili che corrispondono a specifiche sezioni delle immagini. In base alla posizione dell’osservatore le lenti lenticolari sovrapposte alla raffigurazione ricostruiscono così una scena specifica (ad esempio l’albero rigoglioso in primavera) che è visibile solo con quello specifico angolo di visione. Muovendosi intorno al quadro le immagini in realtà statiche si susseguono dando la sensazione di movimento, cambiamento, dinamicità. Ed ecco svelato il trucco! Mentre mi aggiro per la sala  la guida mi fa notare come un’altra opera basata su specchi poco lontana rifletta le Quattro Stagioni permettendo di vedere contemporaneamente due versioni del quadro (quella vista direttamente ad occhio e quella riflessa sullo specchio): un dettaglio curioso che sottolinea l’immersività e personalizzazione di questa esperienza tra arte e scienza.

Plane Scape

Davanti a me c’è un velo nero e una stanza chiusa. Una delle guide che mi ha accompagnato nel percorso mi dice che è il vero pezzo forte e mi racconta che quella che vedo è la quattordicesima versione dell’installazione Plane Scape, la più grande mai realizzata dato che l’opera si adatta ogni volta agli spazi a disposizione. La chiave è il gioco tra luci e suoni che a volte sono armoniosi, a volte sembra che uno prenda controllo dell’altro e viceversa, un labirinto sensoriale da vivere a 360 gradi. All’interno trovo uno spazio buio che ospita un intricato labirinto di 500 fili elastici ancorati al pavimento e al soffitto in un disegno complesso e ramificato. Mi avvicino ed entro nell’intreccio cercando di seguire il mio istinto e le sensazioni provocate dall’opera. La mia guida diventano i suoni e la luce: le casse intorno a me emettono una composizione sonora fatta di bassi e colpi, climax ascendenti e discendenti che si alternano come a raccontare una storia. Allo stesso tempo il suono è riflesso da schegge di luce che scorrono secondo un pattern verso l’altro e verso il basso, lungo i fili. Cammino tra questi raggi bianchi e mi fermo al centro dell’installazione, non so quanto tempo passa ma mi sembra di essere sott’acqua, immersa nelle profondità dell’oceano ad osservare dal basso la linea sottile che divide sopra e sotto, aria e acqua, realtà e riflesso.

Plane Scape è un progetto di Yoko Seyama, Wolfgang Bitner, Lyndsey Housden e Jeroen Uyttendaele che unisce suono, immagine e spazio: la proiezione di luce è pensata come un paesaggio astratto dinamico che superi l’idea dell’immagine come spazio 2D per renderla un ambiente 3D da poter attraversare e in cui perdere sé stessi.

I dipinti interattivi di Guliveris

Nel percorso museale trovo ad aspettarmi un’installazione, forse la più originale e riuscita, un anello di congiunzione tra passato e presente. Questa stanza del Museo della Luce era infatti un tempo parte del complesso della Chiesa del Gesù e ad oggi mantiene un carattere storico a cui sono stati aggiunti elementi di modernità. Appesi alle mura troviamo opere storicamente celebri rivisitate grazie all’uso dell’AI,  come la Notte Stellata di Van Gogh o meno noti come Barca di Nuvole di Mikalojus Konstantinos Ĉiurlionis, apparentemente semplici tele. All’improvviso, grazie alla creatività unica di Simonas Sileika – detto Guliveris – la stanza prende vita: attraverso l’utilizzo dell’intelligenza artificiale modifica le riproduzioni di quadri “vecchi” decenni che si animano intorno all’osservatore: un coloratissimo esperimento in cui l’arte prende vita grazie alla scienza.