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In Molise, un territorio lotta a difesa dell’ambiente

Lo scorso agosto Enel Green Power ha presentato il progetto per un allargamento di un impianto idroelettrico nel cuore del Parco Nazionale. Un certo numero di molisane e di molisani si è messo di traverso.

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L’Immobilismo Molisano era una fantomatica avanguardia artistica –  nata nella metà degli anni ’70 e invenzione della rivista satirica “Il Male” – che con quel motto intendeva esprimere l’immagine della provincia estrema, della lateralità. Ancora oggi il Molise è rappresentativo di un certo “marginale” sociale, demografico e produttivo, e dei problemi, in definitiva, che affliggono la spina dorsale appenninica del Paese. La Regione, secondo le stime del BesT rilevate dall’Istat nel 2023, è caratterizzata dalla prevalenza di zone rurali, di Comuni periferici, e con la popolazione extraurbana ben oltre la media del Mezzogiorno. Può dirsi dunque davvero paese tra paesi e area interna per eccellenza. A questo quadro si aggiunge una classe dirigente tra le più anziane d’Italia.

Il suo “vuoto” sembra di recente aver attirato gli appetiti di alcuni grandi interessi privati che, trovando un tessuto collettivo sfibrato e depauperato, promettono benessere e sviluppo in cambio dello sfruttamento di una delle poche ricchezze rimaste da salvaguardare: quella del patrimonio ambientale. A opporre resistenza, sentinelle anche del lasco controllo che la politica esercita, un gruppo di cittadine e di cittadini, una piccola comunità che si riunisce e lotta contro la sete di alcuni grossi gruppi economici e di multiutility.

No “Pizzone II”

«E’ stato presentato il 7 di agosto!». Lo dice arrabbiata, quasi me lo urla dall’altra parte del telefono. Secondo Caterina Ciaccia, una giovane avvocata di Campobasso, la tempistica con cui viene reso noto il progetto “Pizzone II”  è un segnale inequivocabile per chi sa come vanno queste cose. Ovvero, l’intento «è quello di far passare tutto sotto traccia, in quella data così a ridosso del Ferragosto».

Caterina si riferisce al progetto di Enel Green Power che prevede un allargamento dell’impianto idroelettrico tra due invasi, quello di Castel San Vincenzo e quello della Montagna Spaccata, separati dalle montagne della Meta, confini naturali tra Molise e Abruzzo. “Pizzone II”, dal nome del piccolo paese della provincia di Isernia di soli 300 abitanti, come recita l’avviso pubblico, «è in linea con quanto previsto dal Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC)». Un’opera cioè che si inscriverebbe nella strategia di contrasto ai cambiamenti climatici con la diminuzione della carbon footprint. 

Enel, il soggetto proponente, non ha certo bisogno di presentazioni. Secondo quanto affermato dal suo stesso amministratore delegato all’Ansa, l’azienda si è aggiudicata quasi 4 miliardi di euro nell’ambito degli investimenti della Missione 2 “Rivoluzione verde” del Pnrr. La messa a terra di questi fondi prende forma in progetti come questo.

Ma la transizione energetica, contestano quelli del Coordinamento “No Pizzone II” – un gruppo di cittadini nato e attivatosi in opposizione al progetto di Enel – non può avvenire a danno di un’area protetta: lì, infatti, c’è il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. La legge di tutela, la 394 del ’91, che garantirebbe l’improcedibilità di un simile piano, è stata nella pratica “aggirata” dal progetto stesso. E cioè i cantieri previsti da Enel per i lavori inizierebbero a poche centinaia di metri dai siti sottoposti ai vincoli di protezione. Come fanno notare dal Coordinamento, nello “Studio di Incidenza Ambientale”, sono scritte nero su bianco le distanze, spesso irrisorie: sessanta metri dal Parco Nazionale, trecento metri dalla Catena delle Mainarde, seicento metri dal Pantano della Zittola. Tutte Aree ZPS (Zone di protezione speciale), ZSC (Zone di speciale conservazione) e SIC (Siti di Importanza Comunitaria), oltre a essere spazi che ricadono nella Rete Natura 2000, il principale strumento della politica dell’Unione Europea per la conservazione della biodiversità. 

Rispetto a quelle aree non compatibili con i cantieri, invece, gli autori dello studio sostengono che «saranno interamente ripristinate allo stato ante-operam dopo la realizzazione del progetto». Una realizzazione lunga ben 5 anni.

Il tormento del parco

Il progetto “Pizzone II” non è il primo attentato al Parco. Come emerge chiaramente dal libro di Luigi Piccioni, Parchi naturali. Storia delle aree protette in Italia – uscito da poco per il Mulino – le vicende che riguardano la tutela e la conservazione ecologica della nostra penisola non hanno una storia lineare e progressiva, come ci si può immaginare. Sono piuttosto salti in avanti e pericolosi arretramenti, nonché espressione di diverse istanze, paradossalmente non sempre vòlte alla protezione dei beni naturali. 

La storia del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise è esemplare da questo punto di vista. Nato ufficialmente per decreto nel 1923, ma realizzatosi grazie a una forte iniziativa dal basso, il Parco ha conosciuto diverse fasi in cui vocazione turistica e criteri di sviluppo economico, se non semplice disinteresse, hanno minacciato la sua stessa integrità. 

I casi più noti di cattiva gestione riguardano in particolare due periodi: quello fascista e quello del boom economico. La direzione autoritaria del Parco imposta dal regime ha avuto un impatto non solo strettamente in termini di perdita di biodiversità, ma ha anche delegittimato quella coscienza collettiva informata ai sensi di una protezione ecologica costruitasi nei decenni precedenti al fascismo.

Negli anni ’60 le conseguenze di questo ripiegamento, insieme alla piena affermazione dello slancio sviluppista, hanno segnato un ulteriore svilimento delle prerogative di tutela nelle aree protette. All’epoca destò scandalo e indignazione nell’opinione pubblica, la “scoperta” degli abusi edilizi compiuti all’interno del Parco Nazionale d’Abruzzo, in cui erano coinvolti, in un quadro di diffusa illegalità, politici locali, gruppi finanziari e l’amministrazione forestale, resisi autori di disboscamenti, lottizzazioni e opere turistiche, contravvenendo alle basilari attività di tutela. 

La levata di scudi a difesa del Parco in quel caso venne non solo da eminenti personalità dell’ambientalismo italiano come Antonio Cederna, ma anche dalla coscienza ecologica che nel frattempo si era formata sulla scena internazionale. Un principio su cui si basano le attuali norme europee e i siti comunitari: la rilevanza di un patrimonio ambientale, faunistico, ed ecologico così importante supera il valore che può assumere a livello solo locale. Il professor Piccioni mi racconta che «per il Parco Nazionale si mobilitarono Filippo di Edimburgo, Bernardo d’Olanda, mentre ne scrisse persino il “New York Times”, ora invece» e si percepisce un po’ di inquietitudine nella voce, «si fa fatica a raggiungere una dimensione sovraregionale per la difesa dell’area».

In questo momento, di fatto, un nuovo capitolo della storia del Parco sta venendo definendosi. Nuove esigenze mettono in dubbio le ragioni della tutela in virtù di interessi “strategici”. Di conseguenza devono emergere nuove difese.

I fronti aperti

La conoscenza della storia del Parco è necessaria per riflettere su un dato fondamentale: la conservazione dell’area non è mai stata, e non è, una verità acquisita o immutabile. L’ombrello legislativo offerto dalla 394 del ‘91, può essere bucato, e “Pizzone II” ne è una dimostrazione. Per questo, l’attenzione della collettività deve rimanere alta.

Lo sanno bene Corradino Guacci e Maria Valeria De Iorio, marito e moglie, e storici attivisti ambientalisti, specie dell’area molisana. Dalla loro casa in mezzo al bosco, mentre prendo appunti, mi guardano con occhi da genitori, sono apprensivi, e preoccupati per il futuro delle nuove generazioni costrette ad andarsene dal Molise. Mi chiedono cosa farò dopo il dottorato. 

Il primo ha curato il “progetto Mainarde”, che ha portato all’ampliamento del Parco, e dal 1995 al 2000 ha fatto parte del suo Consiglio Direttivo. La seconda si è occupata nell’ambito del progetto Bioitaly dell’individuazione delle aree da segnalare come Siti di Importanza Comunitaria, in particolare nel settore dei Monti della Meta e dell’Alta valle del Volturno. La situazione di stallo in cui si trova “Pizzone II”, a parere di entrambi, «è un buon momento per affinare le strategie per contrastarlo» e per lo scopo «il territorio deve mobilitarsi».

Dopo la presentazione del progetto da parte di Enel in estate, difatti, si è creato un fronte piuttosto compatto del “no”. Oltre al Coordinamento formato dalle comunità locali, si sono opposti all’ampliamento del bacino idroelettrico anche l’Ente Parco e le associazioni ambientaliste come Italia Nostra o WWF che parlano esplicitamente di un «blitz di Ferragosto». A ottobre del 2023 è arrivato il parere sfavorevole anche del Consiglio regionale molisano. 

Il progetto da 600 milioni di euro, oltre all’abbattimento di una parte di bosco grande undici ettari, prevede l’apertura di otto cantieri, l’uso di esplosivi, e, come detto, cinque anni di lavori. Sono diverse le conseguenze del compimento di “Pizzone II” che preoccupano i cittadini dei comuni limitrofi ai cantieri. Corradino e Maria Valeria mi aiutano a metterle in fila. In primo luogo, un immediato effetto dell’allargamento del bacino, per via dell’oscillazione del livello delle acque dell’invaso, impedirebbe l’attuale balneabilità del lago di Castel San Vincenzo, una delle poche mete a vocazione turistica dell’area, provocando una ricaduta a danno dell’economia locale. Un’ulteriore preoccupazione riguarda i pericoli per la salute che deriverebbero dall’apertura dei cantieri per un tempo così lungo. L’innalzamento delle polveri degli inerti, ben un milione di metri cubi, oltre agli agenti inquinanti dei gas di scarico dei camion nuocerebbero e avrebbero un impatto negativo sulla salute delle comunità locali – oltre che su quella delle specie animali protette. La strategia di contrasto ai cambiamenti climatici, con cui viene giustificato il progetto, entrerebbe quindi in conflitto con la strategia sulla prevenzione dei rischi per la salute dell’EU4Health, il Programma Europeo 2021-2027, creando un cortocircuito di priorità. Su questo punto Corradino e Maria Valeria insistono: «i sindaci dei Comuni interessati dalla zona dei cantieri hanno la facoltà di costituirsi come Ufficiali di Governo con poteri sulla sicurezza e la salute pubblica, e porre un serio freno alla costruzione dell’impianto». 

Ma avviene l’esatto opposto. Il fronte del “no” scricchiola. Proprio quei sindaci, in un primo momento contrari, stanno cambiando idea.

Dopo il parere sfavorevole di tutti gli enti interessati infatti, e all’esito del VIA, la Valutazione Impatto Ambientale, Enel ha ottenuto una proroga di 120 giorni, con termine al 13 gennaio 2024, per il deposito delle variazioni al progetto. Nel periodo intercorso fino alla scadenza, i delegati dell’azienda hanno incontrato gli amministratori dei comuni molisani, abruzzesi e (solo la maggioranza) del Consiglio Regionale. Andrea Di Lucente, l’assessore all’ambiente della Regione Molise, assieme al Sindaco di Pizzone, hanno ricevuto a porte chiuse le proposte di modifica. Dopo gli incontri – come è stato riportato da numerose testate locali – si sono detti favorevoli al nuovo piano di Enel. Entrambi parlano di una ricaduta positiva che il progetto apporterebbe in termini di occupazione sul territorio. Una «conseguenza difficilmente valutabile a priori, vista la natura contrattuale degli appalti e dei subappalti», sostiene invece Caterina Ciaccia.

Tali modifiche, nel frattempo, non sono ancora state rese pubbliche.

Oltretutto al termine della proroga, il 13 gennaio, Enel ha chiesto un ulteriore rinvio senza depositare le variazioni del progetto, un atto irricevibile, secondo gli obblighi stabiliti dalla legge. Il MASE (Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica) che si occupa tra le altre cose di verificare il corretto svolgimento di questi passaggi, ha concesso a Enel la proroga fino al 31 agosto di quest’anno. I membri del Coordinamento ritengono questo fatto estremamente grave, e in un recente comunicato, si chiedono: «a questo punto i dirigenti ministeriali quali norme stanno applicando?». Preannunciano anche di agire nelle sedi opportune, impugnando quelli che considerano veri e propri «atti illegittimi». 

Opere pubbliche, interessi privati

Alfonso Mainelli, animatore del movimento civico “Area Matese” è anche lui come Caterina un avvocato di Campobasso, impegnato da tempo in cause ambientali. La sua esperienza spiega la natura disincantata con cui si esprime a proposito del progetto dell’Enel. Mentre mi parla però, si capisce quanto lo indignino ancora certe cose dall’enfasi che ci mette scandendo ogni frase con la sua cadenza molisana: «e’ capit, Mattì?»

Tra le battaglie che l’hanno visto coinvolto c’è quella della Laterlite a Bojano – una fabbrica di materiali edili che bruciava rifiuti speciali senza permessi – e l’opposizione al Lotto Zero: una superstrada che congiunge Isernia con il bivio per Castel Di Sangro, dal costo di 170 milioni di euro, costruita da Anas su un’importante falda di acque sorgive, «per consentire un risparmio in termini di tempi di percorrenza», sostiene Alfonso, «di soli tre minuti». Per lui «questi episodi rivelano la scarsa sensibilità e cultura ambientale del territorio che magistratura e politica molisana posseggono.» 

Una logica che ha prodotto la situazione di “Pizzone II”. Una svendita del territorio in cambio di un investimento senza alcun ritorno chiaro per le comunità locali. Infrastrutture logistiche che diventano cattedrali nel deserto in una Regione in cui la qualità della sanità è al penultimo posto d’Italia, come si legge dal Rapporto “Performance Regionali” realizzato dal centro studi Crea. 

Anche per Alfonso, purtroppo, «non è solo la tutela che può salvare il Parco». 

Solo alcuni vizi procedurali e la contestazione dell’utilità economica che muove l’opera hanno la capacità di frenarla: mi dice che «oltre ai mezzi forniti dalla legge tocca cioè ragionare nello stesso campo di interessi su cui è proposto il progetto». In tal senso è dirimente la mancanza dell’analisi costi/benefici, non inserita nel VIA. Mettendosi la testa tra le mani mi chiede: «Mattì, ma è mai possibile che 600 milioni di euro, oltre al poco quantificabile danno al paesaggio e all’appetibilità turistica, costituiscano un ritorno accettabile in termini economici?» E aggiunge: «per non parlare dell’interferenza con il reticolo idrografico e la faglia sotterranea da cui proviene il Volturno – il più importante corso d’acqua del Centro-Sud – in un momento in cui le risorse idriche sono sempre più scarse». 

«’nzomma, ma può mai ess’?» Per i non molisani: «è mai possibile?»

Nel dubbio, nella Regione dove tutto è immobile, il progetto “Pizzone 2” va avanti. 

di Mattia Iorillo (Mattia Iorillo)

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