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Non è un caso se in Molise si beve di più della media italiana

In Molise si beve alcol più che altrove. L'ennesima dimostrazione che servono luoghi di aggregazione alternativi nelle aree interne

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Da qui sento il rumore offuscato della musica in piazza. Ho appena parcheggiato in un campo d’erba perché la strada principale è stata transennata. Mi incammino verso il centro e passo di fronte alle solite bancarelle: caramelle, giocattoli e panini con würstel e salsiccia. Oggi c’è la festa del patrono, una delle poche occasioni in cui il paese si rianima un po’. Nella zona del palco si radunano i giovani, che a turno vanno al chiosco per prendere un’altra stecca di birra. L’ennesima festa di paese che sta per diventare un aneddoto alcolico da raccontare agli amici. 

Lo scenario è lo stesso nei giorni feriali: il bar del paese ospita tante passatelle, con molisani di tutte le età, che spesso e volentieri prendono pelle – ‘prendere una sbronza’ in dialetto molisano. Questa è una fotografia che emerge anche nel report di Aiom (Associazione Italiana Oncologia Medica) I numeri del cancro in Italia 2023: nel capitolo dedicato al consumo di bevande alcoliche, il Molise risulta come la regione italiana con la percentuale più alta di consumatori di alcol «a maggior rischio»

Questa categoria si riferisce a tre tipi di consumo: consumo abituale elevato, consumo episodico eccessivo e consumo fuori pasto. La percentuale italiana media di questi tipi di consumo si attesta sul 17% della popolazione; in Molise questo valore schizza fino al 41%, ovvero più del doppio della media nazionale. Anche secondo l’Iss (Istituto Superiore di Sanità) in Molise si beve sopra la media: la regione registra la percentuale di consumatori di bevande alcoliche più alta del Sud e le percentuali di abituali eccedentari, binge drinker e consumatori a rischio più alte d’Italia – rispettivamente 20%, 17,9% e 30% della popolazione. Questi dati mostrano chiaramente che in Molise esiste un problema con l’alcol. 

Un comportamento che spiega in buona parte questo triste primato è quello del binge drinking, ovvero l’assunzione di oltre 5 Unità Alcoliche nella stessa occasione– per intenderci, 5 UA corrispondono a più di cinque birre da 0,3 cl. Secondo un’indagine Istat del 2021 a livello nazionale, la fascia d’età con la percentuale più alta di binge drinker è quella che va dai 18 ai 24 anni, registrando un 18% per gli uomini e un 11% per le donne. In Molise, percentuali del genere sono state superate da tempo. 

Una ricerca del 2004 analizzò un campione di giovani molisani con un’età compresa fra i 13 e i 19 anni, facendogli domande sul loro rapporto con l’alcol. I risultati potrebbero sembrare scaduti, ma, facendo il confronto con i dati degli ultimi anni, viene fuori più o meno lo stesso contesto sociale. Innanzitutto, i dati sul binge drinking: il 36% degli intervistati dichiara di aver avuto esperienze del genere nel periodo recente. La cornice di questa percentuale è la forte presenza dell’alcol nelle vite dei giovani molisani, oggi come allora. Il bar rappresenta il principale luogo di ritrovo nei paesi. L’alternativa è fare festa in casa di amici, circostanza in cui spesso avviene la prima sbronza, intorno ai 14 – 15 anni

Cosa significa fare recupero in Molise

Sono nato e cresciuto in Molise, e di storie simili ne ho sentite parecchie. Ma i dati e l’esperienza personale non bastano a raccontare questo tema. Un punto di vista più completo può essere fornito sicuramente da chi lavora tutti i giorni con i problemi correlati all’alcol. Angelica Romanelli è la presidente di Arcat Molise, un’associazione che dal 2001 contrasta la dipendenza da alcol e da altre sostanze attraverso delle comunità multifamiliari, o per essere più precisi dei club alcologici territoriali. La loro sede principale è a Campobasso, nel quartiere Cep, in mezzo alle case popolari costruite negli anni Cinquanta. 

Per cominciare, la presidente Romanelli mi racconta del cambiamento storico nel consumo di bevande alcoliche: «Con la globalizzazione, noi abbiamo esportato il vino in zone dove non era conosciuto, e abbiamo importato il consumo di alcolici nei fine settimana». Il consumo vecchio è legato al bere vino durante i pasti e ha un atteggiamento più conviviale. Il consumo nuovo è quello del binge drinking, che ricerca la disinibizione provocata dagli effetti dell’alcol. Entrambi gli atteggiamenti peccano di consapevolezza nei confronti dell’alcol. «Dobbiamo liberarci da quelle abitudini indotte dalla cultura contadina che ci portiamo dietro», dice Romanelli. 

Le persone che sviluppano una dipendenza da alcol rappresentano soltanto una parte di un problema più grande: «Oggi non usiamo più la parola ‘dipendenza’ come terminologia. Parliamo invece di ‘legami’, che possono essere anche molto forti, come nel caso di un’abitudine che non riusciamo a mettere in discussione», racconta la presidente di Arcat. 

In alcuni casi, il legame con l’alcol può nascere dall’imitazione di modelli famigliari: «Io ho lavorato per trent’anni in un Serd (Servizio per le dipendenze patologiche), e tanti ragazzi mi dicevano di recarsi al bar perché lì trovavano loro padre a bere dopo il lavoro». Spesso però, queste dinamiche vengono sottovalutate dalle famiglie: «Ho avuto delle mamme molto preoccupate di trovare una canna nella tasca del figlio, e poco preoccupate se questo tornava sempre a casa in uno stato di alterazione alcolica». 

In associazione arrivano pochi giovani, soprattutto perché manca consapevolezza sui problemi alcol-correlati. E poi le famiglie temono il giudizio degli altri: «I nostri club accolgono il disagio a costo zero, ma le famiglie fanno comunque fatica a chiederci aiuto», spiega Romanelli. Il tabù non è sapere che una persona beve spesso, anzi, quello diventa oggetto di scherzi e battute; il tabù è chiedere aiuto, uscire allo scoperto, per evitare di chiudersi a riccio. 

Il rapporto tra alcol e mancanza di stimoli

Un altro grande problema è la mancanza di centri di aggregazione in Molise. Secondo un report di Openpolis del 2021, in Molise sono soltanto 2,3 gli utenti di centri di aggregazione ogni 1000 residenti sotto i 18 anni. «Siamo una regione dove la sera fa freddo», riflette la presidente di Arcat, «c’è la necessità di vivere i momenti di socialità in degli spazi chiusi». 

Ai giovani molisani servono delle alternative a pub e bar, un compito che spetta innanzitutto alle amministrazioni comunali, le quali, aggiunge Romanelli, «non dovrebbero limitarsi a concedere licenze ai locali che vendono alcol, un’attività considerata come una normale offerta alimentare». Quando invece l’alcol non è un alimento, ma una sostanza psicoattiva, tossica e pure cancerogena. Per lo Stato italiano, basta pagare le tasse e una marca da bollo per ottenere la licenza per la vendita di alcolici, senza alcun controllo sulla diffusione della sostanza sul territorio.

«Siamo in un Paese schizofrenico, dove da un lato consumiamo tantissime risorse per affrontare le problematiche alcol-correlate, mentre dall’altro sponsorizziamo feste e sagre fortemente legate al consumo di bevande alcoliche». 

 

Il punto è che esiste una cultura alcolica tutta da decostruire. Riprendendo il capitolo “Ebbrezza – Il rapporto tra nuove generazioni e alcol” dal 46esimo mensile di Scomodo, la cultura alcolica è caratterizzata da una ritualità talmente forte che il consumo di bevande alcoliche svolge la funzione di un vero e proprio collante sociale: l’aperitivo per uscire, l’amaro a fine pasto, il drink in discoteca, lo spumante per le feste e la birra alle sagre, tutti esempi della potenza sociale dell’alcol. 

Angelica Romanelli insiste molto sul fatto che è necessario lavorare sulla popolazione per iniziare un cambiamento culturale. Proprio come è accaduto con le campagne contro l’eroina: «Ancora oggi l’eroina viene vista come la sostanza peggiore, questo perché crea una dipendenza fisica molto forte». Un racconto che però non basta per sensibilizzare sull’alcol, infatti Romanelli aggiunge: «Non possiamo più pensare che la problematicità di una sostanza sia legata soltanto alla sua dipendenza fisica. Tutte le sostanze alterano il rapporto dell’individuo con sé e con gli altri».

Questo non significa che l’unica soluzione sia il proibizionismo. Le sostanze alteranti fanno parte della nostra società e di conseguenza bisogna maturare consapevolezza sul loro utilizzo. Al contrario, l’alcol in Molise viene raccontato solamente con tanta goliardia. Specie nei gruppi di giovani, dove l’amico che alza il bicchiere è un fatto normale, su cui ridere e scherzare. Nessuno ha il coraggio di prendere coscienza sui problemi e sui rischi dell’alcol: farlo significherebbe restare fuori da tutto. E così, la vita in provincia scorre senza stimoli. Intere generazioni che imparano a stare insieme soltanto con la sicurezza di un boccale di birra. 

Per quanto riguarda me, l’alcol è stato decisivo per la mia adolescenza. La prima volta in cui ho preso uno sbronza mi sono sentito più grande perché avevo infranto le regole. E poi la Pasquetta, il Ferragosto, i diciottesimi e i cento giorni: tutte occasioni in cui poter bere di più, alle feste funziona così. L’alcol è stato sinonimo di divertimento fin quando non mi ha mostrato il suo lato brutto. Perché è stata anche colpa dell’alcol se mi sono allontanato da persone a cui volevo bene. La scusa è sempre che si beve per noia, “che devi fare sennò”; fin quando non noti che a proporre di bere sono sempre gli stessi. Certe volte mi chiedo se queste storie sarebbero potute finire in modo diverso, magari con una migliore educazione alla salute mentale e al consumo di bevande alcoliche. 

L’aver approfondito il tema del consumo di alcol in Molise non mi ha comunque portato a volerlo eliminare completamente dalla mia vita. Piuttosto, queste ricerche mi hanno reso ancora più consapevole del fatto che sia necessario vivere la socialità con delle alternative al semplice uso di sostanze. Purtroppo, però, le persone della mia generazione della mia terra vengono tenute in cattività. Molte di loro lasciano il Molise, chi per studio e chi per lavoro. Vanno nelle grandi città del Nord, dove si vive meglio e le opportunità non mancano. E poi, quando tornano giù, raccontano agli altri le loro esperienze. Gli altri sono quelli che sono rimasti in Molise, per desiderio o per necessità. Dove essere degli emarginati non ha nulla di romantico.  

di petrolone (Matteo Petrillo)

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