C’è un’immagine che Andrea Esu porta con sé come un talismano. È il 2024, Cinecittà, una notte illuminata da luci luminose. Si aggira da solo tra i palchi – «come uno qualunque del pubblico», ci tiene a specificare – e quello che vede lo colpisce con la forza di qualcosa che non si aspettava: «una situazione davvero bella», dirà dopo, cercando le parole giuste e trovando soltanto quelle. «Mega europea», aggiunge poi. È una frase piccola per contenere qualcosa di grande: l’idea che Roma, per una volta, non avesse niente da invidiare a nessuno. Che il gap fosse colmato. Che il festival che aveva costruito insieme a un gruppo di persone animate dalla stessa ostinata passione avesse finalmente smesso di guardare fuori per diventare, a sua volta, qualcosa degno di essere guardato.
Spring Attitude nasce da L-Ektrica un party settimanale che si svolgeva il martedì dal 2002 – sono bastati un locale di Roma, una manciata di persone con troppa musica in testa e nessuna intenzione dichiarata di fare la storia. «Nasce dalla passione per la musica di un gruppo di persone che già facevano delle cose a Roma», racconta Esu. «Era l’embrione del festival». Ma gli embrioni, se vengono nutriti bene, diventano altro. E quello che è diventato Spring Attitude – quindici edizioni – è una storia fatta di location che sono cambiate nel corso del tempo; un cartellone che parla una lingua rara nell’Italia dei festival – è la prova che certe idee resistono anche quando tutto, intorno, suggerisce di lasciar perdere. Perché ci sono stati anche quei momenti e Esu non li nasconde. Momenti in cui «mollare» era l’opzione più ragionevole sul tavolo. «Parlo di sostenibilità economica», dice, «di difficoltà nel trovare location adeguate al nostro spirito, alle nostre ambizioni». Il festival, oggi riconosciuto e partecipato ben oltre i confini della capitale, ha attraversato anni in cui l’unica certezza era l’incertezza. Quello che lo ha tenuto in piedi, dice, è una cosa antica e un po’ imprecisa: «Gettare il cuore oltre l’ostacolo. Insistendo, poi la strada giusta la trovi».

Una delle ossessioni silenziose di Spring Attitude è il luogo. La scelta della location, in questi quindici anni, è diventata qualcosa di più vicino a un gesto artistico che a una decisione organizzativa. Il MAXXI, la Nuvola di Fuksas, gli studi di Cinecittà: spazi che nella vita quotidiana servono ad altro – un museo, un centro congressi, un set cinematografico – e che per due giorni all’anno vengono trasformati in qualcosa di radicalmente diverso. Non colonizzati ma risignificati.
«Per me è un aspetto fondamentale della fruizione di un festival come Spring Attitude», dice Esu. «Il pubblico ha bisogno di vivere spazi che non ha mai vissuto, di viverli in maniera diversa». C’è una teoria implicita in questa scelta, che riguarda il rapporto tra la musica e il contesto in cui la musica accade. Il dancefloor non è neutrale; la sala di un museo non è neutrale. Metterle in contatto produce qualcosa che né l’una né l’altra potrebbero produrre da sola: una sorta di cortocircuito fertile, in cui lo spazio istituzionale viene attraversato da qualcosa di vivo e improvviso e la musica guadagna una profondità che il club tradizionale, da solo, non sempre riesce a dare.
C’è un aneddoto che Esu racconta con un certo piacere. Quando Spring Attitude approdò alla Nuvola – il centro congressi dell’EUR firmato da Massimiliano Fuksas, uno degli edifici più discussi dell’architettura romana contemporanea – l’architetto stesso, vedendo le immagini di quello che era successo tra le sue pareti, disse che era stato bello vedere un posto pensato per altro vivere in maniera così armonica anche quel tipo di manifestazione. «Non ce lo siamo inventati noi», precisa Esu, «in Europa lo fanno da anni. Ma per noi rimane una cosa molto importante, una peculiarità del festival». La modestia è reale, ma la scelta non è casuale: è il risultato di anni di frequentazione dei grandi festival europei, di uno sguardo attento a come certi luoghi possono essere restituiti alla città in forme inattese.

Bisogna capire cosa significa fare un festival a Roma per capire cosa significa Spring Attitude. Roma non è Barcellona, non è Manchester, non è Amsterdam. Non ha la stessa infrastruttura culturale notturna, non ha la stessa tradizione di club culture radicata nel tessuto sociale, non ha – o non aveva – la stessa capacità di fare della musica elettronica e dell’indie d’avanguardia un fatto di massa. «Noi li abbiamo sempre invidiati», ammette Esu, parlando dei festival europei che lui e i suoi soci frequentavano da giovani. «Abbiamo sempre detto: questi sono più fighi, fanno le cose meglio». Il racconto potrebbe sembrare provinciale, ma non lo è: è onestà, ma è un’onestà che funge da premessa necessaria per capire perché il progetto funzioni e rincorra quella precisa ambizione.
Il modello di riferimento non è mai stato la rassegna italiana – «per dieci giorni su un palco ci stanno dieci artisti diversi, uno a sera» – ma il format del festival europeo: il weekend, la pluralità di palchi, la coesistenza di headliner e nomi emergenti, la giornata come unità di esperienza totale. Glastonbury, Primavera Sound, Sonar. «Non abbiamo fatto altro che seguire un modello», dice Esu. Ma seguire un modello e riuscire a incarnarlo in un contesto come Roma, con le sue resistenze infrastrutturali e culturali, con la sua ambivalenza verso la notte e verso certi generi musicali, non è un’operazione banale. È un lavoro di traduzione che, come spiegava Umberto Eco, è una questione di dire quasi la stessa cosa, ma adattandola, plasmandola, modellandola affinché entri in un recipiente che non l’aveva mai contenuta prima.
Il cartellone riflette questa ibridazione. Elettronica, indie, alt-pop, sperimentazione, pop d’autore: i confini di genere in Spring Attitude non sono steccati ma linee punteggiate, attraversabili. Non è una risposta al mercato, né solo il riflesso di una nuova generazione di ascoltatori che ha smesso di sentirsi fedele a un solo suono. È anche, francamente, una questione di gusto personale. «Seguo molto il mio gusto», ammette Esu senza imbarazzo. «Il festival è, in grandissima parte, figlio anche di quello che mi piace». In un’era in cui i festival tendono ad assemblarsi per algoritmo, c’è qualcosa di quasi sincero e disarmante nell’idea che all’origine ci sia ancora una persona con delle passioni.

C’è un’eredità della club culture originaria che Spring Attitude porta con sé, anche se non la enuncia sempre esplicitamente. L’idea che il dancefloor sia un luogo di democrazia radicale – uno spazio in cui le gerarchie sociali si sospendono, in cui il corpo è libero di muoversi senza dover rispondere a nessuna norma che non sia il ritmo – è parte dell’DNA di questo tipo di festival. Dalla cultura house e techno degli anni Ottanta in poi, i club sono stati luoghi di rifugio per comunità marginalizzate e per chiunque non trovasse spazio nei format culturali dominanti. Quel DNA non si cancella.
Spring Attitude lavora su questo piano, anche quando non lo dice. La scelta degli artisti, la cura del contesto, la costruzione di un’atmosfera in cui l’espressione individuale ha spazio – tutto questo concorre a fare di un festival qualcosa di più di un concerto. «L’aria che si respira all’interno del festival», dice Esu, «il fatto di sentirsi banalmente bene in un contesto in cui ci sono persone che amano le stesse cose, in sintonia per quell’amore verso la musica dal vivo – questa è una cosa che reputo molto importante». La parola chiave è «banalmente»: quella leggerezza non è scontata. Va costruita e va protetta.
In un momento in cui il dibattito sulla sicurezza nei festival e nei club è tornato al centro dell’attenzione – e in cui le esperienze di molte persone, specialmente donne e soggetti non conformi, raccontano tutt’altro che spazi liberi – la questione di cosa significhi costruire un safe space diventa urgente. Non basta l’intenzione ma serve una pratica: nella selezione del pubblico, nella formazione dello staff, nella progettazione degli spazi fisici, nella costruzione di codici di condotta che abbiano denti veri. Il festival come luogo in cui il corpo è al sicuro, non solo al passo con la musica.

L’eredità di un festival è la cosa più difficile da misurare. L’impatto economico è calcolabile – il numero di pernottamenti, le consumazioni, i biglietti venduti. Ma quello che resta nelle persone, nella città, nel modo in cui una comunità si pensa, non finisce in nessun report. «Quello che vorrei che fosse recepito dal pubblico e dalle istituzioni», dice Esu, «è l’avvicinamento di Roma all’Europa, alle grandi manifestazioni che si fanno nel resto del continente». È un’ambizione che suona quasi modesta, formulata così. Ma portare Roma all’Europa – non geograficamente, non politicamente, ma culturalmente – significa cambiare il modo in cui una città si racconta a se stessa.
C’è un dettaglio che Esu cita quasi di passaggio, e che dice tutto. Da quando Spring Attitude ha iniziato a vendere i biglietti «al buio» – senza annunciare il lineup completo – le persone li ricomprano lo stesso. Fidandosi. «Perché sanno che Spring rappresenta qualcosa», dice. Questa fiducia è la forma più concreta di eredità immateriale: non un’opera, non un monumento, ma una reputazione guadagnata anno dopo anno, la certezza condivisa che in quei due giorni accadrà qualcosa che vale. È il tipo di capitale che si costruisce in quindici anni e che non si compra.
La quindicesima edizione di Spring Attitude si terrà il 29 e 30 maggio 2026 alla Nuvola dell’EUR, per il secondo anno consecutivo nello stesso spazio. Due giorni di musica contemporanea, elettronica, indie e alt-pop, con artisti affermati e nuove voci internazionali e nazionali, live e DJ set dal pomeriggio a notte fonda. Il miracolo del martedì sera in quel bar di Roma, ingrandito fino a diventare qualcosa che la città aspetta. Qualcosa del quale la città, forse adesso, non saprebbe più fare a meno.
