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Milano è “indocile”: prospettive di offerte culturali

In una Milano sempre meno inclusiva e sempre più a misura di week, diventa sempre più necessario offrire spazi culturali accessibili.

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Gli interrogativi che ci poniamo sempre più spesso quando parliamo di Milano vanno di pari passo con la parola “accessibilità”, il cui significato sembra essersi svuotato negli anni  mentre la città diventa sempre più satura di week da celebrare. Milano ambisce a essere di tutti e allo stesso tempo non nasconde di essere per pochi, svuotandosi anche di quei movimenti capaci – nonostante i blocchi – di generare proposte culturali e sociali alternative. Ad oggi è chiara l’assenza di offerte culturali tendenzialmente accessibili, sia per chi quell’offerta la cerca perché la vuole vivere, che di spazi di aggregazione per i giovani a Milano capaci di queste proposte. Ma anche in una città che era plurale e caleidoscopica, restano gli spettri di narrazioni e contronarrazioni che tentano di risalire e tornare alla Milano sfaccettata e ricca, sì, ma di spazi per la comunità. 

Tra queste realtà c’è INDOCILI, rassegna di cinema che permette ai giovani di stare assieme a registe e registi under 35, coloro che si ribellano a ogni tentativo di controllo. INDOCILI porta in sala (al cinema Beltrade) i film delle migliori promesse del cinema indipendente selezionati dall’associazione Tafano: fiction, documentari, videoclip e animazione accomunati da tematiche e sensibilità affini. Gli “indocili” girano da anni e hanno attraversato molti spazi di Milano prima di arrivare al Beltrade, riuscendo a riempire la sua unica sala con una rassegna di corti indipendenti portando avanti un concetto di spazio inteso come “resistenza” in un certo qual modo alla città. 

Resistere è da “indocili”

Davide Perego (insieme ad Antonio Di Biase, Benedetta Capponi e Vieri Della Chiesa) è il fondatore di Tafano, un’associazione culturale che si occupa di cinema e discipline connesse al mondo dell’audiovisivo di cui INDOCILI è una costola. Davide si considera un lavoratore borderline dell’ambiente culturale milanese e che soffre gli eventi che definisce snob, «forse perché vengo dal mondo dell’arte e delle gallerie» dice.

In una città come Milano, che sembra essere uno dei posti in cui succedono più cose, a Davide sembra che invece non succeda mai niente. La sua idea di cineforum arriva dalla volontà di occupare spazi non predisposti alla cinematografia: «Negli anni sono partito da uno studio di un’amica in Via Tofane, poi mi sono occupato della sala del Macao, per passare in un altro spazio in Via Padova perché cercavo un rapporto diretto con il pubblico e questo spazio era una vetrina che si affacciava sulla strada, appunto. Poi è arrivata la collaborazione con il Beltrade con l’idea di INDOCILI, anche perché negli anni ai miei eventi iniziavano a venire persone che si occupavano di cinema e filmmaker, e partecipando a diversi festival ne ho conosciute altre. Con Antonio (Di Biase, ndr) Tafano è diventata un’associazione vera e propria tre anni fa. Si era creata quella cerchia che è oggi INDOCILI».

 

Per farci capire la sua definizione di lavoratore borderline, racconta che la sua tesi come progetto pittorico all’Accademia è stata il suo cineforum: «In questa tesi sostenevo che all’interno di Milano non ci sono luoghi di aggregazione pubblica e gratuita per i giovani che non fossero parchi e biblioteche. Io gran parte della mia formazione cinematografica e letteraria la devo alle biblioteche, che per me sono posti preziosissimi. Gli unici spazi gratuiti per fare cultura erano quegli spazi lì». Una volta arrivato al Beltrade però INDOCILI non è più potuto continuare in maniera gratuita per ragioni di sostenibilità, perché con una sala ci sono ovviamente altri costi, costi che Davide ci tiene a precisare sono stati ammortizzati anche grazie a Paola e Monica (che gestiscono il Beltrade): «Da quest’anno abbiamo una tessera associativa che ci permette di sostenere le spese. Tafano è una nonprofit, quindi nessuno guadagna niente da questo lavoro». 

 

Come si può continuare a sostenere allora la relazione con il concetto di spazio gratuito e accessibile?

«Abbiamo voglia di fare le cose in modo diverso, e se lo si fa in uno spazio condiviso, si utilizza quello spazio in modo diverso, se lo si fa in una sala privata, si usa la sala privata in modo diverso. Noi a prescindere dalla qualità del film facciamo una proposta che nessuna sala cinematografica e nessuna distribuzione potrebbe mai sostenere perché è controproducente. Questa cosa arricchisce perché hai la possibilità di vedere film che non puoi vedere da nessun’altra parte e non si tratta di vedere i video gratis su YouTube: i filmmaker sono filmmaker; fanno cinema. E quel tipo di arricchimento ha a che fare con come i giovani scelgono di gestire il denaro, che è poco e prezioso. A me piace quando le persone vengono a INDOCILI e sono contente di aver fatto quel tipo di visione. Poi sono il primo che tira il freno a mano su merchandising e crowdfunding perché so che non si riescono a sostenere, e questo è l’ago della bilancia, il metro per capire il senso di quello che stiamo facendo». 

INDOCILI però non prende vita soltanto in sala e nel momento cinematografico. La sua capacità di abitare gli spazi in modi diversi inizia dal Bar Rondò, con le chiacchiere da bar insieme ai filmmaker della rassegna che precedono le proiezioni, accessibili liberamente a tutti e tutte. Un momento fondamentale per costruire dialogo, per incontrarsi in uno spazio semplice e senza sovrastrutture, e che prosegue con un dibattito in sala dopo la visione dei film.

INDOCILI, come rassegna, esiste da tre anni e da quest’anno ha deciso di coinvolgere altri partner proprio per uscire da confini prestabiliti: «Facciamo incontrare persone negli spazi senza dover per forza creare questi spazi dove non ci sono, dei luoghi in cui le persone di solito non si incontrano. A Milano c’è stato e c’è tuttora un pullulare di spazi d’incontro, ma io non mi sento mai a casa in questi spazi, perché c’è sempre dietro qualcos’altro, volente o nolente,» lamenta Davide. Quando il suo cineforum agli inizi, esisteva in Via Padova, le persone gli ripetevano quanto fosse bello avere della  cultura nel quartiere. «Ma io non ho mai pensato di portare cultura in quel quartiere, sempre quel quartiere che ha arricchito l’operazione culturale che io stavo facendo. Anche perché se vuoi fare cultura e attività sociale nel quartiere, lo devi abitare, lo devi vivere quotidianamente come fanno certi centri sociali, come fanno le scuole pubbliche. Sennò tutto il resto è più quello che tu assorbi dell’identità dello spazio e che dà qualcosa in più alla tua attività, e io mi sento che quando vado in una realtà culturale vorrei che ci fosse l’onestà intellettuale di dirla subito questa cosa. L’identità di un luogo influisce molto sul risultato di che tipo di aggregazione vuoi fare», aggiunge Davide.

 

Qualcuno parla del Beltrade, che rifiuta in toto il doppiaggio e le dinamiche da multisala, come il cinema più bello di Milano capace di trascendere il quartiere (NoLo, ndr) diventando  punto di riferimento per tanti amanti del cinema e non solo: «Ricordo che Paola mi disse che quello che l’aveva convinta riguardo la nostra collaborazione, era quando una volta mentre parlavamo dissi che mi stava sul cazzo quello che stava succedendo al quartiere. È un paradosso, perché se io penso al Beltrade penso all’estetica del quartiere, del posto, al tipo di proposta, qualcosa di molto elitario nel senso che parla solo a un certo tipo di persone, di una certa sfera sociale nazionale, nazionalità, eccetera. Paola mi ha confessato che il segreto del suo cinema è che lo tratta come un cinema di provincia, che è una cosa che mi ha fatto molto riflettere e che vale tanto per il panettiere del quartiere, quanto per il giornalaio. Ciò che premia il Beltrade secondo me è l’intenzione di rendere speciale qualcosa senza pensare che lo sia il quartiere, perché loro già lo abitano e lo vivono,» dice Davide, riguardo il cinema.

Cercasi spazi di dialogo

Anche gli autori che partecipano alla rassegna con i loro lavori, riconoscono l’importanza e la centralità di INDOCILI in uno spazio come il Cinema Beltrade. Alberto Diana, filmmaker con all’attivo vari cortometraggi sperimentali e documentari con una vasta circuitazione festivaliera, un’opera prima documentaria, e un cortometraggio di finzione presentato nel 2023 al Festival di Torino, è uno degli ospiti dell’ultimo appuntamento della rassegna: «Quando c’è INDOCILI al Beltrade c’è uno spazio chiaro e riconoscibile, dove le persone sanno che avvengono delle cose e che viene portato un certo tipo di cinema, e per questo il pubblico non manca mai».

Anche Alberto insiste sulla questione della riconoscibilità, in cui la curiosità dello spettatore viene alimentata da occasioni di incontro chiare, nelle quali riporre una fiducia che spesso però manca: «In città che hanno spazi meno riconoscibili si deve fare un lavoro, una lotta per affermare una posizione», continua Alberto, «spesso mancano occasioni di incontro per far sì che una persona curiosa riconosca uno spazio. È un collegamento che manca perché la maggior parte degli spazi sono occupati da un’offerta cinematografica discutibile». Se non c’è dunque la possibilità di creare un legame con spazi e luoghi di cui si conosce la proposta culturale, l’innata curiosità dello spettatore va scemando e si richiude, restando spesso nei confini delimitati di piccoli gruppi di cinefili che non riescono ad abbattere i confini della marginalità. Non è dunque una questione di gusti, di proposte, o di elitarismi, ma di diffusione e circuitazione dei contenuti. 

 

I festival, per esempio, sono spazi ormai fondamentali per l’incontro con il pubblico, ma intrinsecamente fragili. Secondo Alberto questi spazi, anche se fondamentali, «sono eccessivamente fragili e precari. Generalmente non sono sostenuti abbastanza, non soltanto in termini finanziari, ma spesso neanche le comunità sono in grado di riconoscere l’importanza di questi luoghi». C’è la necessità di riuscire a far convivere la proposta culturale con il luogo in cui si esprime, di legarsi alle comunità, di riuscire a dialogare e a instaurare rapporti duraturi. Questo però costa estrema fatica e enormi sacrifici. 

 

Per un autore indipendente come Alberto, la vita di un film passa soprattutto dai festival e dalle rassegne, in cui il film non viene lanciato «in una programmazione di una settimana in una città in cui nessuno ti conosce o non ha la possibilità di conoscerti, e magari passando anche inosservato, in sordina», ma creando un dialogo con lo spettatore: «Quando sono spettatore, se ho la possibilità di confrontarmi con l’autore in un incontro pubblico, generalmente ne esco più arricchito», dice Alberto. La prospettiva dei festival e delle rassegne offre dunque uno spazio unico, in cui lo spettatore può entrare in contatto con i film in una posizione dialogica, che spesso ne arricchisce l’esperienza e la consapevolezza su cosa significhi fare un film. Rischiare di perdere spazi del genere, sia per gli autori che per il pubblico, o vederli chiudersi in confini sempre più stretti, non può che preoccupare gli autori che fanno di queste occasioni slanci vitali per ragionare sul proprio cinema. 

Per una cultura indocile

Le comunità che abitano questi spazi vanno coinvolte tramite una fruizione diversa degli eventi e degli spazi stessi, fatta di dialogo, contatto e consapevolezza. Davide e Alberto hanno aperto lo sguardo su diversi tipi di esperienza, nate dal basso e da forme cooperative, che sono riuscite a partire proprio dai luoghi e dalla loro storia, anche in una città come Milano: «Quando il cinema o lo spazio culturale sa anche rapportarsi con la cultura di un luogo, è lì che si muove qualcosa», conclude Alberto. La rassegna di INDOCILI si colloca in questo difficile spazio di marginalità, che non parla di industria, ma di incontri e relazioni sociali che lottano per la creazione di nuovi modi di occupare gli spazi e di fruire la cultura. A INDOCILI, la frequentazione sembra garantita dalla capacità di creare momenti di incontro tra filmmaker e spettatori, di creare legami artistici e diffondere un’idea di cultura diversa, indocile appunto, che tenta di garantire la vita di un progetto mentre questo si scontra non solo con il microcosmo del quartiere, ma anche col macrocosmo di tanti altri festival e rassegne in Italia e non solo.



di Davide Merola (Davide Merola),Emanuele Tresca (Emanuele Tresca)

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