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Memare per affrontare la realtà

Ironia e meme sono i nuovi modi di affrontare la realtà. Ma perché? Partendo dalla complessa situazione degli affitti a Milano, cerchiamo di analizzare questo nuovo fenomeno

Questo articolo parla di:

«Leggo affitti Milano Chiudo l’app e disinstallo». 

«Letteralmente vivo in spagna per non vivere più a milano».

«Una antica teoria scientifica egizia suggeriva come il rapporto tra metri quadri e prezzo dell’affitto fosse inversamente proporzionale al numero di Ahah react presenti sul post».

Questi sono solo tre dei commenti sotto questo meme di Crudelia Memon a novembre 2022. 

Qualche mese dopo, sempre la stessa pagina posta un altro meme in cui viene preso in giro l’articolo de Il Foglio dove si dice che è proprio Milano la città a misura d’uomo, mentre la provincia è da depressi.

La prima risposta nei commenti è una foto di Ryan di The Office nella sua stanzetta delle scope con scritto «Letteralmente». 

Crudelia Memon è sempre stata una pagina che ha scoperchiato quell’assurdo mercato che sono gli affitti nella città meneghina. Proprio perché, e non ne ha fatto mistero e da qui forse viene proprio il successo della pagina, la ragazza che sta dietro il profilo stava cercando casa a Milano (ci è riuscita alla fine). 

 

Io sono uno studente fuorisede a Roma e lo sono stato nei due anni precedenti a Torino, sfruttando anche il privilegio di potermi permettere di muovermi dalla mia città natale che è sempre Milano. 

Cercare case nelle città italiane è un incubo, non ci sono tanti giri di parole da fare. 

Bisogna galoppare tra storie Instagram di amici di amici, gruppi Facebook strapieni di disperati come te e passaparola. Tutto questo facendo i conti con personaggi crepuscolari e variazioni di prezzo degne della migliore inflazione latinoamericana.

Molto spesso mi chiedevo il perché di questa difficoltà, della mancanza di un facilitatore istituzionale a questo processo sociale che ormai è prestabilito nella nostra magnifica penisola, perché comunque sono 591 mila gli studenti fuorisede in Italia e 383 mila vivono a più di quattro ore di distanza dalla loro città natale. 

Poi mi chiedevo se fossi io a chiedere troppo, a essere troppo viziato. Forse dovrei accontentarmi di quella stanza dove il sole c’è per un’ora al giorno, che era palesemente un salotto, per 600 euro al mese. 

In questo paese, come dicono i redattori dell’Ultimo Uomo, in cima alla piramide sociale ci sono i detentori di beni immobiliari e come sostiene Barbara Pizzo, la rendita è il cornerstone del benessere economico italiano. Ma come scrive sempre la professoressa di urbanistica, come si vive di rendita ci si può anche morire. 

«La macchina è in fiamme e non c’è nessuno alla guida».

Che fare, dunque? per citare la questione di tolstojana memoria. 

Non ci resta che ridere. 

Un altro esempio di questo approccio è il video di Daniele Bagolin che si chiama “LA MADONNONA” in cui un’agenzia chiamata “Milano Odia”, che fa il verso alla compagnia immobiliare TEMPOCASA, propone di costruire un carcere in centro a Milano proprio dove è situata la statua dorata della Madunnina dove però oltre agli “indesiderati” di Milano, ci possono stare anche gli studenti e i lavoratori a 399 euro al mese, ovviamente solo per il primo anno, per dare la possibilità agli inquilini di vedere il duomo e sentirsi privilegiati in modo da pretendere di vivere in centro. 

Non molto diverso dalla realtà, dove solai angusti, tetri e con polvere risalente al referendum sul divorzio vengono messi sul mercato a prezzi che sembrano fatti apposta per scaturire le risate di chi si imbatte nell’annuncio. 



Quando uscivo dall’ennesimo appartamento a Roma dopo aver affrontato l’ennesimo palazzinaro, trovare qualcuno che scherzasse sul tema mi aiutava a non percepire quell’ horror vacui che si sente quando vorresti vivere in una città ma non hai modo per farlo o almeno sapere che ci sono persone che soffrono con te. 

Mike Watson nel libro Perché la sinistra non impara a usare il meme?, citato da Daniele Zinni in un articolo su Tascabile, lo dice meglio di come potrei dirlo io in cento tentativi: 

 

«Una produzione significativa o veramente “libera” sembra quasi impossibile. Sembrerebbe quindi che l’unica opzione che abbiamo sia quella di imbastardire i meccanismi di produzione e ricezione culturale capitalista dall’interno, ancora e ancora, sapendo sempre che la macchina è troppo vasta, troppo onnicomprensiva per essere superata completamente. Come pezzi di quella macchina, abbiamo il diritto di aiutare a riconfigurarla con shock e brividi che potrebbero riverberare e ringiovanire il pubblico almeno temporaneamente».

Ma l’ironia serve?

 

Qualche giorno fa mi sono imbattuto in un post di un account Instagram che si chiama @piastrellesexy, che usa una forma di meme abbastanza strana: sono pannelli solitamente bianchi dove vengono scritti i pensieri degli autori senza nessun supporto visivo. Una rarità nel mondo di Instagram perché nell’etere di Internet si presuppone sempre che nessuno abbia voglia di leggere, che sia vero o no non interessa. 

In questo post c’era un pannello che diceva:

«Ragazzi però lo sciopero generale o lo facciamo creando dei disagi davvero o finché garantiamo i treni ai pendolari allora possiamo continuare a farci prendere per il culo. minchia, ma quanto ho bisogno di vedere le cose che succedono davvero e in un questo mondo post in cui giochiamo sempre a carte scoperte e ci interessiamo solo alla reazione che provoca la nostra azione e non l’azione. quando dico una cosa voglio dire quella cosa, non voglio dirla per provocare la reazione in qualcuno». 

Questo piccolo paragrafo mi ha spiazzato perché ha espresso in parole molto semplici, quasi da bar, proprio ciò che mi capita di sentire ogni qual volta un tema sociale viene memizzato, cioè diventa materia di template (le immagini su cui si basano i memes) o frasi o situazioni intrise di ironia, post-ironia o meta-ironia e perdono tutta la loro potenza reale. 

Qui si parla dello sciopero dei trasporti avvenuto il 17 novembre 2023 che ha subito la precettazione del ministero dei trasporti per ridurlo dalle otto alle quattro ore, mantenendo le fasce di garanzia. 

L’autore, chi sta dietro a @piastrellesexy, si chiede proprio il senso di una mobilitazione sindacale che duri quattro ore, dalle nove di mattina alle tredici, in cui sembra perdersi proprio il senso dello sciopero. Infatti, anche qui a Roma, dove già i bus passano raramente i disagi sono stati molto contenuti. 

Però la seconda parte è la più interessante ed è quella che si lega alla sostanza di questo articolo. 

Il mondo post

David Foster Wallace, che con molti autori americani prima della caduta delle Torri Gemelle come Don DeLillo aveva captato perfettamente l’epoca, in un’intervista del 1997 diceva che «il postmodernismo è finito». 

Il problema però è ciò che quest’epoca si è lasciata dietro: ironia, irriverenza e cinismo. 

Sempre Wallace nel saggio E UnibusPluram scrive che l’ironia non ha nessuna qualità di redenzione, dove fa esplodere le contraddizioni non ci costruisce sopra nulla. 

Nel libro che tutti gli pseudo-intellettuali come me hanno, ma che non hanno mai letto, cioè Infinite Jest, scrive: «la trascendenza cinica e alla moda delle emozioni è proprio una specie di paura di rivelarsi umani».

Questo è il mondo post in cui ci troviamo. Tutto è affogato come una fragola nel gelato a giugno nel mondo ironico. I problemi ci si presentano con una velocità allucinante ma tutto sembra rimanere uguale. Come se il principe di Salina avesse deciso di stringere la mano a Mark Zuckerberg e insieme avessero detto la celeberrima frase sul fare in modo che nulla cambi. 

Un mondo in cui tutti possono evocare il jester’s privilege, tanto nulla di quello che si dice sembra importare. 

Sempre su Instagram avevo trovato lo schema su questo privilegio del giullare che recitava così: 

nulla di quello che dico importa → non valgo nulla → depressione/ nulla di quello che dico importa → ho il privilegio del giullare →nessuna depressione. 

 

Nello stesso carosello, postato da @inchiestagram, c’è la foto di un gatto che dice «tutto quello che dico è uno scherzo. È semplice satira. A meno che tu non sia d’accordo con me, allora è reale, ma se sei in disaccordo, allora è uno scherzo». 

Distinguere serietà e ironia non è più importante, perché la realtà ci illude quasi sempre come Snoop Dogg che dice di smettere di fumare marijuana solo per fare una pubblicità. Non è vero che se invoco il jester’s privilege non sono più depresso. Anzi, sto sorridendo mentre dentro ho l’abisso, perché l’ironia esorcizza ma non risolve. E ora sembra che questa sia l’unica arma che possiamo usare per cambiare lo stato delle cose presenti, ma non è così. 

L’ironia è la più basilare forma di spettacolo: dico qualcosa per intendere qualcos’altro, l’inganno è fallace. 

 

Quando parliamo, ci indigniamo, siamo sconcertati dall’aumento degli affitti nelle grandi città italiane che vanno a colpire proprio quelle fasce di persone che già non è che se la passino proprio benissimo non ci resta altro che l’ironia, la presa in giro, il meme.

Ma come ogni palliativo sulla faccia della terra, la malattia rimane. Rimane il fatto che le nostre città stanno diventando invivibili, che fare lo studente è diventato quasi impossibile senza lavorare, che non c’è più spazio per sbagliare, che «la depressione è il male del nostro secolo» (Franco Berardi). 

E noi restiamo qui, con quel sorriso che nasconde uno stupore terrorizzato di chi vede la propria ironia diventare realtà. 

Tutto è mediato da un sottile strato di intrattenimento che rende ciò che succede per davvero poco importante. Dove ciò che è importante è la reazione, perché dall’azione non riceviamo più nessuna ricompensa reale. 

Tutto è mediato finché il dolore, la manifestazione della realtà non sborda troppo per essere memificata

Fare i meme sulla condizione abitativa milanese, bolognese o romana è un sacrosanto diritto di chi lo vive quel mondo, ma quello che mi chiedo e di cui non ho la risposta è: e se ci stessimo fermando lì e se stessimo sottovalutando quello che possiamo fare?

Certo, dobbiamo continuare a memificare la realtà per decostruirla, ma poi dobbiamo almeno provare a cambiarla. 

di Lorenzo Pedrazzi (Lorenzo Pedrazzi)

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