MAST:  la cultura in provincia è territorio e comunità

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Scicli, provincia di Ragusa. È uno dei luoghi più a Sud d’Italia, incastonato nella val di Noto, pochi chilometri a Nord della terza punta di quel triangolo che è la Sicilia. Qui, dall’1 al 9 agosto, si svolgerà la quinta edizione di MAST, un festival multidisciplinare che unisce arte performativa, musica e territorialità. L’esperienza vuole essere il più immersiva possibile all’interno del territorio di Scicli, utilizzando la ricerca artistica e musicale per intraprendere questa conoscenza. La volontà è quella di portare cultura nelle province, secondo l’ideale di contaminazione reciproca: è la cultura locale che entra in contatto con artisti che vengono da diverse parti del mondo, in modo che la comunità che vive quel territorio possa entrare in dialogo con quello che succede fuori da qui. 

 

Musica, Arte, Sostenibilità e Territorio: un acronimo per una visione

 

Come Scomodo ci chiediamo da diverso tempo cosa significa il dialogo con il territorio quando si fanno eventi culturali: se è possibile fare un evento culturale ed essere allo stesso tempo sostenibili, cosa significa fare cultura in provincia e cosa vuol dire costruire davvero un dialogo con il territorio in cui si costruisce la proposta culturale. 

 

Quello che propone MAST è proprio il tentativo di costruire connessioni che siano in grado di far convergere esperienze culturali per superare il localismo stresso e volgere lo sguardo a un dialogo con l’estero. In questo senso la Musica viene vissuta come strumento di socialità e condivisione, non fine a se stessa, ma che possa permettere a chi partecipa di entrare in connessione con l’altro. Gli ospiti della parte musicale del festival provengono da background differenti tra di loro, come l’artista spagnola Claraguilar, il giapponese Tomoki Tamura, le sonorità tribali di Tammur, l’indiana Kiss Nuka e Miguel Herreras, anche lui di origini spagnole. Portare nel territorio del ragusano un’offerta così variegata e lontana da una proposta commerciale più canonica dà l’opportunità al territorio di conoscere qualcosa che può essere percepito come estremamente distante. L’idea è quella di creare uno scambio, in modo che questi artisti possano portare del nuovo a chi vive il luogo tutto l’anno e contemporaneamente possano cogliere le vibrazioni che la provincia siciliana può dare, dal punto di vista culturale e sociale. 

 

La volontà è quella di utilizzare le forme di espressione artistica presentate nei workshop come microscopi che permettano di separare i componenti di una realtà in continua trasformazione, partendo dalle radici della cultura del luogo, in un’ottica di lotta contro il pericolo di dimenticare sé stessa. Secondo la filosofia di MAST il progresso non va in avanti, ma prosegue verso l’alto, non lasciandosi alle spalle ciò che è venuto prima ma costruendosi sulla base di ciò che è venuto prima. 

 

Consapevoli che momenti culturali come questi, con esempi evidenti su tutto il territorio nazionale e non solo, possono essere profondamente impattanti ed estrattivi rispetto al territorio in cui viene creato, MAST si pone come primo obiettivo quello di progettare il festival non abbandonando il binomio locale-sostenibile. 

 

La relazione con il territorio è proiettata verso l’autenticità: sul sito del festival si legge che «si può vivere felici solo quando possiamo vivere a “casa” e agire nel mondo». Il legame di MAST con il territorio non si esaurisce nei giorni di festival, ma la volontà è quella di lasciare «un’impronta costruttiva e benefici spendibili localmente a lungo termine», leggiamo nella sezione “territorio” del sito. Una volontà di creare uno scambio di competenza, cultura e conoscenza, che possa stimolare una riflessione continua tanto in entrata quanto in uscita, per chi resta e per chi fruisce il territorio solo in maniera temporanea. Il rapporto con il territorio è costruito attraverso la fruizione di una geografia espansa e diffusa del luogo: il rapporto con Scicli è un rapporto di esplorazione e conoscenza reciproca. I luoghi vanno dalla Centrale MAST, in cui verranno collocate le installazioni e si terranno i talk e i laboratori, a Villa Penna, ex convento cinquecentesco trasformato in palcoscenico, fino a luoghi più marginali, a rischio di rimanere dimenticati e inattesi, ai quali il festival dedica degli interventi site-specific, con lo scopo di riattivare questi luoghi, toglierli dall’abbandono e risignificarli partendo da ciò che c’era già. Tra questi vediamo Spazio Fosso, il parcheggio di Via Badiula e Santa Teresa. 



Progettare attraverso la ricerca comunitaria

 

Da chi è costruito e per chi è costruito un festival? Pensando all’estrattività che citavamo prima, un tema chiave è proprio legato alle persone che vengono coinvolte nel processo di ideazione e di creazione del momento culturale. 

 

Il periodo di progettazione di MAST dura circa sei mesi e vede coinvolta la comunità locale, in unione con associazioni che operano sul territorio e con esperti che aiutano nella progettazione degli incontri. La dimensione di approfondimento nella progettazione dei festival è fondamentale per creare qualcosa che vada oltre quei dieci giorni di festa e che possa mettersi realmente al servizio della richiesta culturale del territorio. Il rischio, in queste aree, è quella di creare un tipo di proposta culturale gentrificante, che porta un flusso turistico che consuma la zona sfruttandola senza arricchirla davvero. 

Per la progettazione del festival, le realtà del tessuto sociale del territorio vengono messe in comunicazione con un team di ricerca con il quale vengono esplorate nuove prospettive nei campi di ricerca di cui MAST si occupa, come l’architettura, la filosofia, la sperimentazione sonora e le arti visive. Questo gruppo crea dei contributi teorici, pratici e performativi che confluiscono in una serie di prodotti scritti che fanno da base teorica per lo sviluppo delle attività legate al festival. «Riteniamo che non esista cambiamento senza solide fondamenta teoriche. MAST è un momento di trasformazione singolare e collettiva, un’esperienza di connessione profonda tra pensiero e azione che prende vita nei workshop, nelle installazioni, nei talk, nei concerti». 



Vortice: una forza costruttiva

 

Il festival ha una storia che è arrivata alla quinta edizione e che per quest’anno ha deciso di indagare il tema del VORTICE: normalmente considerato una forza incontrollata, che raccoglie i detriti, in questo caso il vortice viene letto come processo creativo e generativo, in grado di raccogliere materiali sociali e culturali e processarli, cambiandone la forma. 

 

La volontà è quella di costruire nuovi equilibri partendo da ciò che normalmente viene scartato. Di ispirazione è stata anche la serie di opere di Paul Klee legate alla rappresentazione dell’Angelus Novus, lette attraverso le analisi di Walter Benjamin: «un angelo spinto in avanti da una tempesta che rappresenta il progresso, incapace di fermarsi, mentre le rovine si accumulano ai suoi piedi. In Vortice, questa forza non distrugge ma riorganizza», i rifiuti diventano risorse e i detriti si trasformano in maniera prima che nutre l’immaginazione della comunità che si costruisce attorno al festival. 

 

Le parole chiave scelte per la ricerca attorno a questa edizione sono: ascoltare, fare, rappresentare e parlare. La tematica dell’ascolto verrà affrontata con l’aiuto di Elena Rivoltini, performer, sound artist e curatrice: il suo progetto di ascolto e registrazione partecipata, dal titolo Archive of Voices, raccoglie voci, suoni quotidiani, memorie sensoriali e tracce sonore di Scicli, con la volontà di creare un archivio emotivo in chiave anti-museale, creando una polifonia urbana che connetta suono, territorio e comunità. 

Il tema del fare è declinato attraverso un laboratorio pratico di autocostruzione, progettazione partecipativa e riuso dei materiali di scarto, curato da Abusi Studio. Attraverso il workshop verrà costruita la scenografia del palco del festival, in un’ottica di partecipazione pratica della comunità nella costruzione estetica del festival. L’opera verrà poi spostata nel parco di Via Brancati, per continuare un percorso di coabitazione con la comunità locale. Per rappresentare, verranno messi in atto un progetto visivo e un workshop dedicato alle tracce idriche perdute di Scicli e alle pratiche resilienti nate dalla crisi idrica che attraversa la Sicilia. Le attività legate a questa parola chiave saranno curate da viaraffineria e vedranno l’intervento di Gesualdo Busacca. Il parlare viene invece declinato in ottica di futuro, attivando pratiche collettive di immaginazione radicale, grazie alla presenza del filosofo Giovanni Padua, che guiderà due giornate di talk e simulazioni speculative, in cui saranno ospiti Alessandro Y. Longo e Flavio Pintarelli.

 

MAST è un laboratorio che unisce interdisciplinarietà e transgenerazionalità, in cui vanno a convengono ricerca, produzione artistica e restituzione pubblica. E forse è una risposta alle domande che ci facciamo rispetto alla costruzione di alternative non estrattive a momenti culturali in territori non da gentrificare ma da conoscere e con cui costruire delle alternative. 

di Beatrice Puglisi (Beatrice Puglisi)

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