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Marina Abramović: vita e arte alla Royal Academy of Arts. 

La Royal Academy of Arts di Londra tiene fino a gennaio una mostra in onore di Marina Abramović, che ripercorre alcune tra le sue opere e performance più importanti. Cinquant’anni di lavoro sono racchiusi in alcune delle stanze della galleria, permettendo a chiunque di conoscere la carriera di un’artista controversa, provocatoria e controcorrente. Nata a Belgrado nel 1946, Abramović ha vissuto una vita intensa, piena di luoghi, persone e scelte che la hanno nel tempo resa un’icona dei nostri tempi.

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Sono a Londra, fa freddo. Il mio cappello può poco contro il vento londinese, ma non importa. Aspettavo questo momento da tempo. Ero curiosa di sapere che effetto mi avrebbero fatto certe cose, non più lette su libri o riviste su video di poca qualità. La Royal Academy ha messo insieme una mostra che racconta le opere e performance più interessanti, controverse e essenziali della vita e carriera di Marina Abramović.  Le parole che trovo per descrivere la mia esperienza lì dentro sono tutte confuse e sconnesse. Tre ore senza acqua, a camminare, a piangere e trattenere il pianto, poi sedersi e accavallare le gambe, guardare, fermarsi. È stato proprio così: l’arte di Marina provoca qualcosa, ti rende partecipe, come se il tuo sguardo diventasse parte di qualcosa più grande e anch’esso mettesse in scena la performance insieme all’artista dinanzi a te. Non è una sterile esperienza, fra un quadro e l’altro. Nulla è fermo intorno a te ma cambia direzione, atteggiamento, istinto. 

 

Imponderabilia è una delle performance ricreate durante la mostra da giovani artisti studenti del Metodo Marina Abramović. È una performance originariamente svoltasi alla Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna nel 1977, in cui Marina e Ulay (il suo compagno di allora) nudi uno di fronte all’altro, si posero all’entrata della galleria costringendo il pubblico a passare in mezzo ai loro corpi. Avevo visto delle foto di quella performance, ma sapevo che non potevo realmente sentire o comprendere il significato di ciò che Marina e Ulay volevano far emergere. Vagavo fra le stanze della mostra finché vidi, fra due colonne bianche, una ragazza e un ragazzo, nudi, uno di fronte all’altro. In quel momento però, non ho pensato a Marina e Ulay. Questi due artisti erano l’espressione di loro stessi e di nessun altro. Il loro intento iniziale è  quello di ricreare un lavoro passato, ma la loro presenza corporea, fisica e spirituale donava qualcosa di nuovo, lì solo in quell’unico momento, come ogni performance dovrebbe essere, mai la stessa. Avevo le mani sudate, tornavo indietro, avevo paura, pensavo chissà se magari mentre passo in mezzo a loro perdo l’equilibrio. Mentre aspettavo il mio turno riflettevo sul modo migliore per evitare di colpirli con la mia borsa o con le larghe maniche della mia giacca. Questi pensieri irrisori e ossessivi sono parte di ciò che la performance vuole mostrarti, perché a un tratto, quando sei lì, senti il cuore che batte dall’ansia e dall’imbarazzo, sei in mezzo a loro e per un interminabile secondo perdi la materialità del tuo corpo, proprio in un momento in cui pensavi che l’avresti sentita di più. 

 

L’installazione del 2022 Portal è un portale ornato da pietre di selenite da cui una serie di LED trasmettono una luce intensissima che quasi acceca. Lì la spiritualità e le sensazioni sono legate alle energie della selenite, quindi alla natura delle pietre. È una parte dell’arte di Marina Abramović con cui non riesco proprio a legarmi. Il mio portale è stato Imponderabilia, le energie che ho sentito sono state quelle trasmesse da altri corpi, e il rilascio di quella tensione che avevo accumulato è stato una sorta di trampolino. Proprio come aveva pensato Marina, Imponderabilia permette al pubblico di conoscere l’arte attraverso l’artista. Questo non significa conoscerla attraverso i suoi occhi, ma crea un rapporto di fiducia con l’artista che rimuove qualsiasi tipo di inconscia diffidenza e, di conseguenza, ci si lascia andare. 

Così sono entrata in uno stato percettivo più intenso, guardavo i colori e sentivo i rumori più assordanti, ero davvero concentrata, il telefono silenzioso da qualche parte in tasca, pensavo non esistesse più. Così sono passate tre ore, tra una stanza e l’altra, e con ogni passo mi rendevo conto che Marina Abramović non era l’artista delle sue opere, lei era l’arte in sé. La sua vita è un’opera d’arte, perché ciò che riesce a trasmettere, sia nel bene che nel male, che siano emozioni positive o negative, sono parte di un’esperienza collettiva che tutti noi siamo costretti a vivere ogni giorno. Marina Abramović disturba, per questo è così controversa. Mette in dubbio la convenzionalità, la pudicizia, la vergogna con cui la nostra società si esprime. Pone delle domande, ci chiede di affrontare emozioni che siamo soliti cacciare, ma l’assenza di esse crea un vuoto più grande, crea una distanza incolmabile tra noi stessi e ciò che ci circonda. Ed ecco perché trovo che Imponderabilia sia in grado di sintetizzare i miei pensieri riguardo la mostra, e riguardo il senso dell’arte di Abramović.

Cosa può succedere, chi sei, come ti comporti, cosa senti, quando smetti di pensare? 

 

Non è certo un caso che Michela Murgia e Chiara Tagliaferri l’abbiano inserita nell’elenco delle dieci “Morgana”, l’omonimo libro che racconta di «storie di ragazze che tua madre non approverebbe», insieme ad altri profili come Moana Pozzi, Viviene Westwood, Caterina da Siena. Non è certo un caso che la collochino nell’inclassificabile lista di donne fuori da ogni tipo di schema pre-definibile: esagerate, eccedenti, sovversive.

Sebbene sarebbe limitante ascrivere la figura di Marina Abramović all’interno di una tipologia ordinata di artista, possiamo comunque affermare come sia stata la precorritrice di un movimento del tutto nuovo, quello della performance art. Una corrente artistica che mescola intenzionalmente tutte le sfumature di colori: una fusione di discipline e stili che coinvolge la danza, la musica, l’arte visiva, la voce, il teatro, l’architettura, la scrittura, dando vita ad esperienze immersive e sensoriali e rendendo lo spettatore protagonista dell’opera stessa, come fosse un’esibizione collettiva.

È una danza irriverente quella che propone l’Abramović, la rivoluzione che parte dal proprio corpo come mezzo di espressione e di ribellione, che affonda le sue radici nella Belgrado partigiana del dopoguerra. Un complesso quadro storico in cui la sua arte si afferma come via di fuga dai rigidi precetti comportamentali imposti e come difesa dalle questioni familiari controverse. In un Paese in cui tutto è da ricominciare e da ricostruire, lo status di una guerra appena conclusa segna l’avvio di una battaglia ancora più rumorosa combattuta non con le armi, ma con l’interferenza e con rumore.

E nel frastuono delle opere performative, il silenzio, in maniera ossimorica, può diventare ancora più assordante. La quasi totale assenza di suono è infatti spesso un segno dominante delle opere dei performers: in una delle sue esposizioni più famose The Artist is Present, ad esempio, esposta al Museum of Modern Art (MoMA) di New York nel 2010, Marina è rimasta seduta per ore di fronte al pubblico senza parlare. In quell’occasione, uno spettatore alla volta, era chiamato volontariamente a sedersi di fronte a lei per fissarla negli occhi, generando le più diverse reazioni. Allora quell’incomunicabilità sonora apparente cela, come paradosso, un contatto visivo ancora più profondo con il visitatore, come uno specchio che riflette e stabilisce un incontro emotivo su un livello più alto.

In questa inazione tesa a provocare una reazione, le conseguenze risultano spesso inattese e sorprendenti. L’imprevedibilità, come elemento cardine delle esibizioni performative, è dichiaratamente estrema e lo riscontriamo ad esempio in Rhythm 0 (1974), in cui l’artista è spogliata e lo spettatore può utilizzare qualsiasi dei settantadue oggetti posti sul tavolo (tra cui anche proiettili, una pistola carica e un coltello) contro di lei. Una provocazione volta a comprendere fin dove si spinge il limite della crudeltà umana? Mi piace più utopisticamente considerarlo come un atto di fiducia nel genere umano. Di sicuro rappresenta un’esperienza collettiva che fa riflettere.

Ecco perché oggi la sua corrente di pensiero continua ad evolversi grazie ai suoi alunni, innovandosi alle nuove tecnologie digitali e utilizzando l’arte delle performance come mezzo per portare al centro questioni di impatto politico e sociale attuale, ma anche come fonte di analisi di dinamiche culturali universali e come spunto di riflessione sulla comprensione della psiche umana, oltre che sull’identità personale e collettiva.

In questa sfida continua con se stessa e con le proprie azioni, quasi spingendosi al limite delle proprie capacità fisiche e mentali, l’arte di Marina Abramović si insidia come resiliente. Ed è in questo approccio, seppur anticonvenzionale e atipico, per cui non si evita la sofferenza ma è essa stessa che risiede nell’arte, l’invito a fare arte. Arte come espressione di un disagio, manifestazione di un’esigenza: «mi ero convinta che l’arte dovesse essere disturbante, dovesse porre domande, dovesse predire il futuro» afferma Marina nella sua autobiografia Attraversare i Muri pubblicata nel 2018 da Bompiani.

È questo il senso di un messaggio più profondo che si rintraccia nelle opere performative: l’azione al fare senza vergogna, a provocare, a rintracciare nella creatività, in tutte le sue forme, il senso più profondo di espressione di sé, a sfidare i propri limiti come si vuole, anche solamente uscendo dalla propria comfort zone.

«Cominciai a essere sempre più convinta che l’arte deve essere vita – deve appartenere a tutti. Sentivo, con un’intensità mai provata prima, che ciò che avevo creato aveva uno scopo» suggerisce lei stessa riferendosi alla grande impresa dell’attraversamento della Muraglia Cinese (1988) e così mi piacerebbe concludere. Con un messaggio di speranza di poter riservare nell’arte uno strumento che innesca una reazione e che conduce ad un cambiamento individuale e collettivo.

 

di Lara Abrahams (Lara Abrahams),Chiara Marino (Chiara Marino)

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