«Ero proprio una secchiona… Ero tanto concentrata a fare gli esami e mi ero un po’ dimenticata che vivere la vita è anche altro, che devi scoprire cose, anche non avere paura di cambiare direzione» Così l’europarlamentare Benedetta Scuderi comincia a raccontarci di quanto per lei partire in Erasmus per Madrid sia stato fondamentale a farle capire che esistono altre possibilità oltre a quello che era il suo percorso di studi di giurisprudenza.
Insieme ci siamo chieste cosa ci spinga a spostarci da un luogo che conosciamo bene, del perchè a volte allontanarsi da quello che si conosce è l’unico modo per capire più a fondo cosa si desidera, per mettere in discussione la propria normalità e cercare nuovi stimoli lasciandosi stupire da quello che succede. A volte ci si lancia e basta, altre serve il tempo per comprendere una forte urgenza e ammettersi che quello che si ha potrebbe non essere abbastanza. La resistenza al desiderio di cambiamento è spesso legata alla paura di qualcosa di sconosciuto, alla comprensibile preoccupazione che potrebbe “non andare bene” o che il “nuovo” non sia risolutivo e in effetti forse cambia poco dove andiamo, se non portiamo con noi un approccio curioso e la voglia di capire prima che giudicare.
Viaggiare ci permette di incontrare nuove persone, altri modi di vivere e pensare: è proprio per questo che Francamente durante l’università si sposta da Torino a Berlino grazie a un viaggio del programma Erasmus. «Dovevo stare quattro mesi, sono diventati quattro anni e chiaramente è una città di cui mi sono innamorata proprio perché è molto sporca nel senso più reale, positivo del termine. Forse siccome è stata devastata così tanto, ha un amore per la libertà infinito e rigetta tutto ciò che è considerato puro, sapendo che da ciò che è puro non può venire nulla.»
Serve uno sforzo attivo e conoscere la storia per tenere accesa la convinzione che la diversità sia ricchezza reale, perché siamo invece portatə naturalmente a semplificare. È rassicurante compiere una scelta e pensare che possa essere quella giusta per tutta la vita, senza valutare di metterla in discussione, un po’ per sentirsi persone sicure di sé un po’ perché prendere decisioni importanti è oggettivamente faticoso e implica inevitabilmente che si debba rinunciare a qualcosa. Forse dovremmo riappropriarci dell’idea che le scelte non sono necessariamente definitive. Siamo persone in continua evoluzione, immerse in contesti complessi in cui poche cose sono davvero certe. Sapere di poter cambiare strada, di poter scegliere ancora, rende forse le decisioni meno pesanti. Ma questa possibilità non è uguale per tuttə perchè quando una scelta ha un costo economico, la libertà di cambiare dipende spesso dalle risorse di cui si dispone. È anche da questa consapevolezza che nasce la posizione di Benedetta Scuderi sul futuro di Erasmus+: chiedere per Erasmus+ obiettivi concreti e misurabili, controlli trasparenti e una visione più realistica degli ostacoli che ancora oggi escludono tanti giovani, come la difficoltà a trovare casa, l’incertezza legata allo status giuridico o le responsabilità di cura e legate alla genitorialità.
Il programma Erasmus nasce anche come livellatore sociale da questo punto di vista, garantendo il diritto alla mobilità per studentesse e studenti europei, Benedetta Scuderi ci racconta proprio la sua esperienza. «Quando l’ho fatto io nel 2014, ti davano comunque 400-500 euro al mese e potevi vivere in una città come Madrid, magari dovevi arrotondare leggermente facendo i lavoretti saltuari, ma ce la facevi. Questa cosa ti permetteva di incontrare persone da tutta Europa che avevano dei background completamente diversi e delle storie di vita assurde, e a me ha fatto capire che puoi cambiare direzione, che puoi voler fare una cosa e puoi perseguirla».
Adesso la situazione purtroppo è un po’ diversa, la borsa Erasmus ha mantenuto il suo valore senza adeguarsi all’aumento del costo della vita, soprattutto per quanto riguarda la questione abitativa. «La me del 2026 non potrebbe mai fare la stessa cosa, e quindi si perdono tutti questi pezzettini, e soprattutto si perdono per chi avrebbe più bisogno e voglia di farli, perché non potrebbe farli altrimenti, e questa è l’importanza di mantenere questi programmi poi accessibili.» Oltre a questo purtroppo mancano ancora strumenti e procedure semplici che tengano in considerazione esigenze specifiche per persone disabili e la salute mentale, come supporto psicologico pre-partenza, affiancamento durante la mobilità e formazione per coordinatori e organizzazioni ospitanti.
Con la fine dell’attuale legislatura europea sempre più vicina, la Commissione ha messo sul tavolo la proposta del nuovo Erasmus+ per il periodo 2028-2034. Il piano prevede un budget di oltre 40,8 miliardi di euro e un programma più semplice, che riunisca istruzione, formazione, gioventù, volontariato e sport in un unico sistema, con un accesso più facile per giovani e organizzazioni.
La commissione CULT del Parlamento europeo, di cui fa parte Benedetta Scuderi, è favorevole a questa direzione, ma chiede qualche garanzia in più. L’obiettivo è assicurare una quota minima del budget a ogni settore, così da evitare che le priorità cambino di anno in anno, e rendere Erasmus+ davvero accessibile a tutte e tutti, rafforzando i sostegni economici e ampliando le opportunità per chi oggi incontra più ostacoli nel partecipare.
Per Scuderi i giovani che prendono parte a Erasmus+ non sono semplici destinatari del progetto, ma persone che devono poter contribuire a definirne le priorità e influenzare le scelte dell’Unione europea. Per questo il programma non dovrebbe limitarsi a offrire esperienze di mobilità per sviluppare competenze richieste dal mercato del lavoro, ma continuare a essere uno strumento capace di promuovere emancipazione, partecipazione, solidarietà e pari opportunità.
Benedetta ci racconta anche un po’ di come funziona il Consiglio Europeo, parliamo di politica partecipata, dove il compromesso riprende importanza e si guadagna spazio rispetto alle dinamiche del potere, rimettendo al centro il dialogo, il confronto, la negoziazione tra le parti e la dialettica gioca un ruolo cruciale.
«Dai negoziati tra gruppi e commissioni nasce un testo finale che è fondamentale sia accettabile da una maggioranza quanto più grande possibile […] è un bel processo democratico, un processo dialettico, un processo anche intellettivo e che si basa molto spesso su dei dati, su una capacità di esposizione e negoziazione.»
Esistono tanti modi per prendere decisioni, scegliere di farlo in modo collettivo può sembrare la strada più complessa e effettivamente lo è perchè richiede inevitabilmente un impegno di tempo e energie maggiore. Ne vale la pena quando gli obiettivi sono a lungo termine, quando c’è un desiderio di costruzione e di crescita del gruppo stesso, ed è esattamente quello che muove anche la realtà di Scomodo e le sue assemblee locali e nazionali. In modo simile i processi creativi in senso più stretto sono il frutto del contributo di più persone: pensando alla musica parliamo sia di quello che succede sul palco, ma anche di tutto il grande lavoro che viene fatto prima, in studio, con altrə musicistə e figure professionali che hanno un impatto apparentemente più indiretto. A questo proposito Francamente ci spiega come sono andati i mesi di costruzioni di “Bitte Leben”: «Per questo disco, abbiamo istituito una sorta di laboratorio, e quindi ci siamo presi un anno, per vederci quotidianamente in studio con Diego Montina, il produttore di questo disco, e Petra, la sorella di Diego. È stato un processo, tutti i giorni si provavano delle cose nuove, si aggiungeva, si toglieva. […] Per compiere quella contaminazione di cui si parlava prima c’è bisogno di tempo e in un certo senso l’Erasmus penso sia esattamente questo, non è un viaggio di una settimana, ma il delta t, cioè la variabile tempo, è fondamentale, perché ogni mescolanza avviene come un processo.»
Serve in effetti uno spazio temporale per funzionare insieme, dedicarsi il tempo e gestire il conflitto senza averne paura, riconoscendolo come stimolo invece che come ostacolo. Scherzando – ma non troppo – diciamo anche che serve fare terapia per stare in questo tipo di processi che ci coinvolgono come persone prima che come soggetti politici. È fondamentale capire quali siano le linee rosse, ovvero i confini invalicabili di un negoziato, oltre i quali l’accordo diventa inaccettabile.
«Quando entriamo in un Parlamento come il nostro, tu devi capire veramente quali sono le tue linee rosse, perché se ne hai troppe, poi la maggioranza che si crea è quella di estrema destra e non solo perdi la linea rossa, perdi tutto, guardiamo quello che è successo sulla migrazione» – racconta Scuderi, riferendosi al nuovo regolamento sui rimpatri passato a marzo 2026, che ha suscitato molte critiche da parte di organizzazioni che si occupano di immigrazione e del rispetto dei diritti umani e include il via alla costruzione dei “centri per il rimpatrio” al di fuori dell’UE.
È necessario che la politica ritorni a essere collettiva, che ritorni a essere buona politica rimettendo al centro il processo partecipativo, in controtendenza rispetto alle spinte individualistiche a cui siamo costantemente sottopostə. Abbiamo bisogno di pensare oltre il tempo di un mandato, perché la partita da giocare va ben oltre la presunzione che un singolo possa fare la scelta migliore per tuttə. Il personale è più politico quando entra in relazione con altro e porta la sua esperienza insieme a quelle di chi è diversə da te, quando la solitudine è una scelta e non una condizione sistemica che spaventa e paralizza. Come comunità di Scomodo lo diciamo spesso, festeggiare un risultato insieme è molto più divertente che farcela da solə.
questo contributo è stato realizzato grazie al sostegno di Verdi/Ale al parlamento europeo


