Ma cosa vuol dire Parliamo tra maschi?

“Una ragazza mi ha raccontato come da una parte sente che ci sono uomini consapevoli, dall’altra che esistono uomini che non sono ancora coscienti di cosa significhi decostruirsi. In questo divario enorme non c’è punto di incontro e anche gli uomini non sanno più come approcciarsi all’altra persona.” A parlare è l’attore Gabriele Matté, protagonista dello spettacolo teatrale in scena negli spazi della redazione Parliamo tra Maschi?

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“Una ragazza mi ha raccontato come da una parte sente che ci sono uomini consapevoli, dall’altra che esistono uomini che non sono ancora coscienti di cosa significhi decostruirsi. In questo divario enorme non c’è punto di incontro e anche gli uomini non sanno più come approcciarsi all’altra persona.” A parlare è l’attore Gabriele Matté, protagonista dello spettacolo teatrale in scena negli spazi della redazione Parliamo tra Maschi?

Tra una confessione e l’altra, Gabriele fa vivere al pubblico appollaiato e incuriosito il flusso di pensieri che attraversa ogni uomo in momenti di vita quotidiani, dal primo appuntamento ai momenti di gruppo con gli amici, per poi passare a temi sensibili come il consenso e innescare riflessioni sull’interpretazione del linguaggio del corpo.

Gli spazi di Scomodo sono attraversati costantemente da temi di genere, di relazione con l’altro, di presenza all’interno di una collettività. Là dove esiste, infatti, la scelta di convivere e condividere uno spazio, nasce necessariamente un pensiero critico ed un esercizio al dubbio che deriva dal continuo incontro con l’esterno. Lo stesso tema di genere è tornato e torna spesso sotto forme, aspetti e domande ogni volta diversi. Con un obiettivo, tra gli altri, ovvero quello di esercitare un vero femminismo intersezionale che coinvolga il maschile in una riflessione che è sociale, anti patriarcale e non settaria. Ed è per questo che tra i soffitti della Redazione Parliamo tra maschi? ha trovato il suo spazio. Non ci sono risposte in questo flusso di coscienza, così come non ne abbiamo di definitive noi, attraverso la pratica comunitaria. Ma l’obiettivo è proprio scardinare l’assolutismo, ribaltare stereotipi e incrinare narrative stantie.

Cosa significa parlare tra maschi quindi?

Per come lo racconta Matté, dovrebbe essere un momento di autocoscienza che, quando ben riuscito, può abbattere quei muri isolanti creati dalla mascolinità tossica e quindi dal patriarcato, che spesso sono un limite per il genere maschile nel confidarsi fino in fondo e collettivizzare la loro esperienza passando per la vulnerabilità. L’ostacolo che trattiene ancora gran parte degli uomini dal reinventarsi come genere è, in un certo senso, autoconservativo: quando il sistema attuale viene messo in discussione, infatti, lo slogan è non tutti gli uomini e la prima reazione è sentirsi presi in causa, tendere a giustificarsi credendo che la propria esperienza individuale non contribuisca al perpetuare di quegli stessi schemi che continuano ad essere messi in atto. 

Dunque, una vera decostruzione è possibile solo se gli uomini accettano che esiste una specificità maschile, sostituendo un approccio impersonale con uno personale, che non porti a una generalizzazione. Avere oggi un confronto reale tra maschi parte dalla necessità di riscrivere un linguaggio libero da qualsiasi tipo di violenza e di stigma e di porre uno sguardo critico sull’oggettivazione del corpo femminile che ha luogo proprio in quelle dinamiche da spogliatoio. 

Non a caso, una delle questioni affrontate durante lo spettacolo è: quando abbiamo capito di non stare bene nel branco, cosa abbiamo fatto?

Niente, è la conclusione emersa dal pubblico. Perché anche se quelle strutture sono state ereditate e non scelte direttamente dalle ultime generazioni, risulta difficile che qualcuno abbia l’audacia di interrompere quel circolo vizioso ammettendo anche solo di pensarla in maniera diversa. Proprio per questo non è sufficiente il solo confronto tra maschi, ma occorre una volontà collettiva che innanzitutto riconosca di beneficiare di un vantaggio sistemico causato dalla disparità di potere: solo attraverso questa presa di coscienza ci potrà essere una ridefinizione del maschile.  

Tuttavia, la piena realizzazione di un percorso di autocoscienza maschile resta ancora estremamente rara e complessa, in quanto permane il bias di fondo che caratterizza gruppi di questo tipo. In fin dei conti si tratta di individui socialmente privilegiati che si riuniscono per parlare del loro privilegio con l’intento teorico di decostruirlo, ma con tutte le limitazioni in essere là dove la decostruzione implica rinunciare ad un vantaggio e ad una condizione di benessere. È evidente quindi come siano spazi fondamentali di confronto, di stimolo e di apertura, senza che siano però il vero nodo emancipatorio di una società di cui sono i detentori di privilegio. Ed è per questo che diventa fondamentale affiancare un percorso di autocoscienza al maschile ad un dialogo col femminile, così da collettivizzare un percorso sociale attraverso i corpi di tutti, gli oppressi e gli oppressori, in uno sforzo di cambiamento comune.

Del sistema patriarcale fa parte anche lo stoicismo emotivo di cui parla la psicologa sociale Maria Giuseppina Pacilli, l’imperativo categorico a cui gli uomini devono necessariamente obbedire e che si traduce nello stereotipo dell’uomo forte e razionale.

Parlare delle difficoltà degli uomini non significa negare la discriminazione subita dalle donne, ma riconoscere che questo modello di società può avere conseguenze negative per entrambi, anche se in modi diversi. Dunque le pratiche individuali apprese dagli uomini per conservare i propri privilegi sono le stesse che possono danneggiarli in termini di salute fisica e psicologica. Una di queste a livello individuale è sopprimere l’espressione della propria emotività, cosa che è tendenzialmente nociva in quanto condanna gli uomini a un’esperienza parziale del proprio mondo emotivo, sfociando in una disregolazione emotiva, 

Infatti, sono quelle stesse aspettative sociali derivanti dai loro privilegi, che quindi  li favoriscono, a innescare comportamenti che generano sofferenza. «Aderire alle norme di genere dominanti può consentire di sviluppare un’identità sociale positiva come uomo e donna normale e mitigare il senso di vergogna derivante dal sentirsi diversi dalle altre persone. Definire sé stesse e gli altri secondo il percorso obbligato delle categorie di genere ci dona l’illusione che sia possibile sbarazzarsi del fardello di definirci in autonomia e anche che possiamo prevedere e controllare in maniera abbastanza agevole un ambiente sociale in realtà molto complesso» spiega la psicologa De Pacilli. «In questo sistema culturale, operiamo una ripartizione e classificazione rigida delle caratteristiche umane: da un lato le caratteristiche tipiche delle donne e dall’altro quelle tipiche degli uomini. Questa distinzione fra le caratteristiche psicologiche associate al femminile e quelle associate al maschile è però artificiosa e non tiene conto della complessità dell’esperienza umana. Abbiamo un gran bisogno di coltivare e costruire modelli positivi e complessi di umanità oltre un binarismo di genere che ci appare naturale solo per un errore di prospettiva culturale».

di Maria Vittoria Orlandi (Maria Vittoria Orlandi)

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