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Cantare una città

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Ci sono città che restano impresse nella nostra mente. Alcune narrazioni si cristallizzano nel nostro immaginario, restituendoci un’idea romanzata; altre sono capaci di raccontare le cose per quello che sono, restituendoci una mappa per conoscere un luogo tramite coordinate culturali, ricche di storie che si intrecciano. È quello che succede con la produzione musicale di Lou Reed. Iconico cantore del rock, il comune denominatore nella musica del cantante è la città di New York, in ogni sua sfaccettatura. È per questo motivo che Will Hermes, storica icona del giornalismo musicale americano, ne ricostruisce il personaggio arrivando a ricomporne la figura a partire dai luoghi che attraversa. Come spiega nell’introduzione della biografia, è complesso mettere in piedi un ritratto coeso di questo artista: 

Cosa stressante per un biografo, anche se entusiasmante per i fan, Reed era un mutaforma che rappresentava un ampio spettro di potenziali identità, ragion per cui rimane ancora oggi un personaggio tanto affascinante. «Credo che ciascuno, dentro di sé, abbia diverse personalità», disse in un’intervista. «Non è una cosa che riguarda solo chi soffre di disturbi psichiatrici. Cioè, la mattina ti svegli e ti chiedi: “Chi sarò oggi?” E quando l’hai capito ti comporti di conseguenza. E poi, magari un quarto d’ora dopo, comincia a manifestarsi un’altra personalità

Per questo motivo la strada per ricomporre la figura non segue la sua storia, ma quella di alcuni dei quartieri che ha attraversato e cantanto.

Long Island

Il “ritratto geografico” inizia a Long Island, dove il cantante è nato e cresciuto. Si tratta di una lunga e stretta isola situata a est di Manhattan, nel tratto orientale dello stato di New York. Conosciuta per le sue spiagge, è una popolare destinazione estiva per i residenti di New York City, ai quali offre una grande varietà di occupazioni culturali. 

La storia di Lewis Allan Reed poteva essere quella di una persona normale: figlio di un contabile benestante e facente parte di una famiglia di origine ebraica, ci si sarebbe potuti aspettare di tutto da quel bambino appena nato, tranne che sarebbe poi diventato una rockstar dedita a qualsiasi tipo di dipendenza. Invece è dalla sua infanzia che Will Hermes parte per trovare quegli avvenimenti che lo hanno reso Lou Reed. Dalla timidezza da bambino alle risse scolastiche, dal primo incontro con il sesso alla consapevolezza della propria bisessualità, fino all’elettroshock al quale si sottopone a diciassette anni per volere della famiglia. I primi tasselli si allineano e iniziano a prendere forma, mentre Hermes dà al lettore gli indizi necessari per decifrare (o almeno per provarci) la figura di Reed. 

Queens

Il più grande dei distretti di New York è conosciuto per la sua diversità etnica e culturale, con una popolazione che rappresenta una vasta gamma di varie nazionalità. Reed ci arriva dopo un’università che ha superato in maniera brillante e un’epatite C causata dall’incontro con l’eroina. È qui che avvengono i primi incontri determinanti per lo sviluppo della sua personalità artistica, come la conoscenza di John Cale. Violoncellista gallese giunto nella grande mela per approfondire lo studio della musica, resterà estasiato dall’incontro con Reed. Dirà infatti: «scriveva di cose di cui non parlava nessuno. I suoi testi raccontavano la vita in modo letterario, ben articolato e duro, come in un romanzo. Le sue canzoni possedevano una qualità letteraria eccezionale e io ne ero affascinato. Lou aveva un orecchio molto acuto». In particolare Cale ammirava come Reed riuscisse a calarsi in un personaggio e a dargli voce in prima persona. Il loro incontro è l’inizio di una lunga amicizia: i due condivideranno idee, stupefacenti, malattie e aghi. L’intesa che condividevano era tanto alta da far decidere a entrambi che fosse arrivato il momento di mettere su una band in proprio. L’idea è legata al milieu della New York anni Sessanta: un crogiolo di avanguardie, artisti e circoli underground. 

Nel 1966 nascono i Velvet Underground (si aggiungeranno altri due membri), gruppo che presto diventerà un cult del panorama musicale newyorkese. Il nome è un omaggio al libro omonimo Michael Leigh, che veniva spacciato come un’«inchiesta sulla corruzione dei costumi sessuali della nostra epoca»: si parla di sesso in ogni forma – orge, scambismo, omosessualità e sado maso. La reference non è casuale: Reed scrive di questo e di qualsiasi deviazione dell’essere umano perché è capace di esplorare ogni perversione da noi desiderata e rinnegata, rendendola narrativamente affascinante e sdoganando tabù a questa relativi. 

Manhattan

Quando si dice New York, si dice inevitabilmente Manhattan. Con i suoi grattacieli, i teatri di Broadway e i quartieri residenziali, è un luogo vivace e iconico. È lì, al 502 di Park Avenue presso l’Hotel Delmonico, il 13 gennaio 1966, che i Velvet Underground fanno il loro debutto nella loro “forma finale” – quattro componenti e la cantante tedesca Nico, aggiunta da Andy Warhol. 

L’aggiunta di Nico è un elemento vincente, ma per essere compresa bisogna fare un passo indietro. Manhattan ha un cuore culturale in fervida attività: tutti gli artisti attraversano quelle strade e tra le (allora) futuristiche architetture newyorkesi si ritrovano in vari posti diventati cult nell’immaginario comune, come il Greenwich village. 

Lì avviene l’incontro che cambia la storia della band: al Café Bizarre gli viene proibito – a causa del testo esplicito – di suonare “Black Angel’s Death Song”, ma eseguono lo stesso la canzone. Andy Warhol, estasiato dalla performance, vuole a tutti i costi i Velvet nel suo show multimediale, “The Exploding Plastic Inevitable”. Capisce però che alla band manca un tassello: inserisce come seconda voce quella che si era presentata come la compagna di Brian Jones, ma che in realtà era una modella e attrice tedesca. Nico, da quel momento, incarnerà l’anima espressionista e mitteleuropea del gruppo. 

È a Warhol che va il merito di aver lanciato la band. L’iconica copertina del loro primo album è una delle sue opere più famose: una banana da lui disegnata che allude a un fallo che poteva essere “sbucciata”, mostrando la stessa di colore rosa. 

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Il re di New York 

La carriera di Reed procede anche dopo il disgregarsi dei Velvet Underground e a renderlo riconoscibile è proprio quella capacità di scrittura che tanto aveva reso iconiche le canzoni dei Velvet. 

Nel 1989 la sua discografia tocca il culmine del legame tra la sua persona e la sua città natale con la pubblicazione di “New York”. Acclamato dalla critica musicale e riconosciuto come uno dei suoi album di maggior successo, è un concept album caratterizzato da una linearità tematica che porta lo stesso Lou a dire che il disco va ascoltato tutto d’un colpo, “as though it were a book or a movie” (come se fosse un libro o un film). Tra drammi privati e speranze di deboli ed emarginati che si destreggiano in una città in balia della globalizzazione, New York sembra quasi un audiolibro: la scrittura di Reed è disincantata, ironica e passionale, ma più di tutto, è intrisa di una rabbia d’altri tempi che non nasconde, bensì accentua, la sua dote poetica. 

Pensare di ricostruire il racconto di una personalità tanto complessa e frammentata come quella di Reed è un’impresa ardue, eppure Will Hermes produce un’opera imponente (quasi 750 pagine), capace di mettere a posto i pezzi di un intricato puzzle. La scelta di usare lo spazio non come mero setting, ma come attore principale delle scelte di vita di Reed è quello che rende la sua biografia un libro chiave per poter comprendere a pieno la musica di un uomo che si è sempre rifiutato di rivelarsi pienamente, convinto che ogni segreto della sua anima potesse essere svelato esclusivamente attraverso le sue canzoni. Ciò che emerge è un ritratto vivo e sincero di un artista che ha segnato in modo indelebile il panorama musicale, sfidando convenzioni e aspettative.

Hermes invita a guardare oltre alle solite etichette affibbiate ai cantanti rock: non c’è nulla di “geniale” o “maledetto”,  c’è solo la storia di un uomo e quella della città che ha attraversato e cantato. 

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