Arriviamo a Quarrata, un comune industriale tra Prato e Pistoia, che è già tarda mattinata. È inizio novembre e di fronte alla ditta tessile di Vot International ci sono una ventina di persone. Alcune intente a montare un piccolo capannone, altre dormono sdraiati su brandine e materassi, all’ombra di un container da tir che blocca l’accesso al portone del carico merci. Fanno parte del sindacato Sudd Cobas. Proprio qui a fine ottobre un operaio pakistano è stato aggredito dopo aver chiesto delle migliori condizioni di lavoro. Da quel momento è iniziato uno sciopero a oltranza per costringere l’azienda a fornire più diritti ai propri lavoratori.
Mentre ci avviciniamo ci viene incontro Riccardo Tamborrino, membro di Sudd Cobas, e ci spiega perché stanno scioperando. «In questa ditta, al pari di molte altre, opera un caporale di origini pakistane che controlla la forza lavoro, i permessi di soggiorno, gli appartamenti degli operai. Intavolando un ricatto in cui un lavoratore firma un contratto da 3-4 ore, in modo da rinnovare il permesso di soggiorno. In cambio, dovrà fare da schiavo per tutta la vita, pagato 2 euro l’ora».
Il distretto tessile di Prato è il più grande in Europa. È composto da più di 7.000 aziende della moda e produce un export di più di due miliardi di euro. Negli anni la popolazione del distretto è cambiata molto. A partire dagli anni ‘90 si sono diffuse sempre di più aziende controllate da imprenditori cinesi, che hanno sviluppato un modello di “pronto moda” fatto di alti livelli di produzione per costi e qualità medio-bassi. Oggi la comunità cinese di Prato è la più grande d’Italia.
Allo stesso tempo, il distretto tessile ha un problema radicato e diffuso di sfruttamento lavorativo. Molti lavoratori sono costretti a turni estenuanti, senza pause o riposo settimanale, con paghe orarie che raramente raggiungono i livelli minimi stabiliti dal contratto nazionale di categoria.
Tra il 2012 e il 2016, l’area pratese ha registrato alti tassi di incidenti sul lavoro, con il 20% dei casi riguardanti cittadini stranieri, inclusi molti lavoratori cinesi. Spesso si tratta di incidenti gravi, che evidenziano i rischi legati a una produzione continua, senza le tutele fondamentali previste dalla legge. Secondo l’Osservatorio Interventi Tratta, già nel 2017 l’83% degli imprenditori indagati per violazioni delle norme di sicurezza sul lavoro nel distretto erano cinesi.
Sindacati locali, come Sudd Cobas, si battono da vari anni per denunciare queste condizioni. «Gli scioperi di Sudd Cobas sono uno strumento potente per compattare gli operai, unirsi per richiedere i diritti minimi. Come un orario massimo di otto ore per cinque giorni a settimana e una paga dignitosa», insiste Tamborrino. Per questo il movimento si chiama “8×5”.
Sudd Cobas è una realtà relativamente nuova, frutto di una scissione interna alla nazionale SI Cobas, già presente nel territorio dal 2018. Dal 2023 organizza scioperi e picchetti in decine di piccole aziende del pronto moda cinese e nei confronti di grandi brand come Mondo Convenienza, Montblanc e Texprint.
È un metodo radicale di lotta, che si discosta dalla linea di altri sindacati. «L’epoca in cui viviamo vede un divario tra ricchi e poveri che non è mai stato così ampio. Abbiamo l’obiettivo di ricordare alla gente come abbiamo fatto ad ottenere questi diritti».
Scioperare fino alla fine
Il primo novembre il Tribunale del Lavoro di Prato ha emanato una sentenza che sancisce la vittoria di Sudd Cobas su una delle prime e più importanti lotte portate avanti contro lo sfruttamento lavorativo nel distretto tessile di Prato. La vertenza stabilisce che 11 operai della stamperia Texprint, licenziati dalla stessa nel 2021 per essersi rivolti al sindacato, verranno reintegrati e l’azienda dovrà pagare loro oltre 400 mila euro di risarcimenti.
Il processo ha avuto inizio 3 anni fa, quando 18 operai dell’azienda tessile portarono avanti 9 mesi di sciopero continuo. Da gennaio a ottobre del 2021 i lavoratori, supportati da Sudd Cobas, presidiarono i cancelli della Texprint per denunciare i turni da 12 ore sette giorni su sette, l’assenza di tutela e i contratti irregolari.
«In 9 mesi di sciopero ci sono stati almeno 10 sgomberi della polizia e due aggressioni dirette da parte dei vertici dell’azienda ai lavoratori in sciopero», ricorda Arturo Gambassi, membro di Sudd Cobas. «In una di queste un gruppo di persone capitanate dal titolare uscì fuori dalla fabbrica, prese a mattonate un operaio, a pugni un altro operaio e ad un operaio in sciopero che stava facendo il video gli ruppero le dita per fargli finire le riprese».
Nonostante le aggressioni e gli sgomberi, i lavoratori resistettero e rimase salda la solidarietà del sindacato e di numerose realtà del territorio pratese e fiorentino.
Ad aprile del 2021 gli operai vennero licenziati motivati dal fatto di aver bloccato i camion dell’azienda. È proprio su questi licenziamenti che si è pronunciato il Tribunale di Prato, che li ha dichiarati illegittimi. «Questa vertenza dà ragione ai lavoratori ed è questo il cuore della vittoria. Il tribunale dà ragione a noi perché riconosce l’atto di picchettaggio dei cancelli come legittima libertà sindacale», dichiara Gambassi. Ci spiega che questo verdetto è importante perché riguarda un’esperienza di lotta e di resistenza che ha dato coraggio di scioperare a molti altri lavoratori.
Inoltre, la sentenza rappresenta oggi un nuovo un metro di misura. «Ora nei giornali locali e nazionali si parla di mafia e sfruttamento: parole all’ordine del giorno di fronte alle quali la politica non può più chiudere gli occhi come faceva prima».
A indicarlo è anche la più recente sentenza della Corte d’appello di Firenze. Il 6 novembre la Corte ha rigettato il ricorso presentato dall’azienda Iron & Logistics (Montale) contro la sentenza del Tribunale di Prato che, anche in questo caso, dichiarava illegittimi i licenziamenti dei lavoratori in sciopero due anni fa.
Queste vittorie arrivano dopo anni di lotta portata avanti anche a fronte dei pestaggi, degli sgomberi continui, delle denunce, dei fogli di via: strumenti volti a scoraggiare le attività sindacali perché considerate, dice Gambassi, troppo scomode per il normale andamento del distretto. «Noi abbiamo sempre risposto continuando a esercitare la libertà di sindacato e il diritto di sciopero che oggi, in questo territorio, sono le uniche garanzie per i lavoratori di veder rispettati i propri diritti minimi».
Di fronte la ditta Vot International, alcuni operai ci raccontano le loro condizioni di lavoro. «Lavoro dalle 12 alle 16 ore al giorno. Senza festività. 7 giorni su 7. Un giorno mi sono ammalato ed il medico mi ha dato la malattia. Il capo non l’ha concessa», racconta uno di loro. «Iniziamo a lavorare alle 6 di mattina e finiamo la sera alle 22 con un’ora di pausa tra pranzo e cena».
«Sono sempre stato pagato a nero», racconta. «I primi sei mesi che ho fatto in azienda sono stati senza contratto. Dopo mi hanno fatto firmare un contratto semestrale, composto da tre buste paga, una ogni due mesi. Nella busta sono segnate otto ore di lavoro giornaliero ma io vado avanti anche 12-14-16 ore».
«L’unica chiave per potersi liberare dallo schiavismo risiede in Sudd Cobas», spiega un altro. Un suo amico si è rivolto ai Carabinieri: «loro non hanno fatto nulla. Dopo la sua segnalazione i Carabinieri sono venuti a fare un’ispezione. Sono entrati in compagnia di uno dei capi, sono stati con lui due ore e poi se ne sono andati, da lì non ho più avuto notizie».
Anche quando gli scioperi funzionano, a volte le aziende trovano modi per aggirare le conquiste sindacali. «Tante volte le aziende applicano il sistema del “chiudi e riapri”: aziende i cui titolari legali sono prestanomi che, non appena gli operai ottengono i contratti, scompaiono e chiudono. Pochi mesi dopo riaprono con nuovi prestanomi e nuove ragioni legali, lasciando a casa i lavoratori», spiega Gambassi. «Anche su questo tema le istituzioni dovrebbero agire, non si fa abbastanza».
Dopo le ultime aggressioni, le condizioni dei lavoratori a Prato hanno attirato l’attenzione di diverse testate giornalistiche e istituzioni politiche. Per il sindacato, la sfida adesso è fare in modo in che l’attenzione rimanga alta e che i diritti dei lavoratori vadano al di là delle garanzie minime. «La nostra comunità finora regge, i lavoratori sono ora contrattualizzati regolarmente e intrattengono rapporti con le aziende», prosegue Gambassi. «Sono però condizioni che a Prato non sono scontate. Sono rapporti di base». Ma questo non basta. «Lottiamo anche per ottenere aumenti. Ne abbiamo ottenuti tre in tintorie cinesi. Va bene ottenere l’8×5 [40 ore di lavoro settimanali, ndr], in Italia è la base. Ma non basta se non supportato da uno stipendio dignitoso», insiste.
Quello di Prato è il caso più evidente di dinamiche di sfruttamento estreme che, in altri contesti e in altre modalità, esistono in molti ambiti di lavoro differenti. «Qualcuno può vedere queste situazioni e pensare “io alla fine me la passo bene”, ma così non è», sottolinea. «Lavorare 40 ore a settimana con i salari nazionali è la base ma non basta. Dobbiamo ricordarcelo e prendere esempio da questi lavoratori per affrontare i nostri datori di lavoro, che fanno soldi sui contratti di apprendistato, a tempo determinato e nei contratti multiservizi da sei euro l’ora in molti settori diversi».
Dopo undici giorni di sciopero, il 7 novembre, la ditta tessile Vot International di Quarrata ha ceduto alle richieste degli operai. 79 lavoratori avranno un contratto a tempo indeterminato, con 40 ore settimanali e uno stipendio superiore a quello precedente.
Hanno collaborato Marcello Garinei, Agostino Lenzi, Giovanni Papani