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C’è chi lotta contro le Olimpiadi di Milano e Cortina

Associazioni e collettivi si oppongono alle Olimpiadi di Milano e Cortina. Ma come dimostrano anche i casi di Parigi e Torino, è una lotta dura

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«Sono anni che ci ripetono che non ci sono soldi per affrontare la crisi climatica, salvo poi tirare fuori decine di milioni per progetti che si potevano evitare e che porteranno solo danni.» Queste le parole di Antonio, membro di Fridays For Future Milano, parte della rete che forma il Comitato Insostenibili Olimpiadi (CIO). Il Comitato è formato da una rete di collettività locali che dal 2023 si sono unite per sensibilizzare l’opinione pubblica sugli enormi costi finanziari e ambientali delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026 e sulle possibili alternative a quelle proposte dagli organizzatori. Una lotta però che è piena di ostacoli.

Le istanze del Comitato Insostenibili Olimpiadi

Tra le questioni citate dal CIO, quella che più ha attirato l’attenzione dei media negli scorsi mesi è la costruzione di una nuova pista da bob a Cortina, diventata emblema della politica adottata da governo e imprese nei confronti delle Olimpiadi Invernali.

Già nel 2006 a Torino si era sollevata una controversia simile per la stessa struttura: Torino ne era sprovvista, ma c’era l’opzione di andare a Cortina oppure oltralpe a La Plagne per alleggerire il costo su governo e ambiente. Gli organizzatori decisero invece di costruire una pista ex novo a Cesana Torinese, pista che restò in attività solo tra il 2006 e il 2012.
Adesso, a Cortina, la storia si ripete. 

La pista da bob esistente è obsoleta e ancora una volta, anziché ristrutturarla o utilizzare gli impianti di Cesana, si preferisce costruirne una nuova. Il costo? Solo 80 milioni di euro con annesso abbattimento di quattro ettari di bosco secolare. Una spesa enorme che diventa uno sfregio ancor più grave nel contesto della crisi idrica e geologica che stanno affrontando le nostre Alpi, provocata e accelerata proprio da questo modello di sfruttamento.

È passato appena un anno e mezzo dal crollo del ghiacciaio della Marmolada, al quale erano seguiti mille appelli e promesse per affrontare il problema; e ci troviamo ogni inverno a fare i conti con una siccità senza precedenti, costringendo le stazioni sciistiche a consumare acqua per restare aperte sparando neve artificiale sulle piste, sommando altri costi al budget della continua espansione delle infrastrutture turistiche

«Quelle risorse potevano andare alla collettività, e invece costruiranno infrastrutture dannose che saranno inutilizzabili nel giro di qualche anno» ci dice ancora Antonio. Tutto questo le aziende assegnate alla costruzione delle infrastrutture olimpiche lo sanno bene: come sottolineato da diversi osservatori, infatti, i grandi eventi creano un ambito legalmente protetto per attirare fondi pubblici straordinari e consentire deroghe a norme e procedure che regolano i cantieri. Si tratta, insomma, di assegnare risorse pubbliche a una gestione privata che sfugge alle normative ordinarie di controllo ambientale.

Le proteste del CIO sono rimaste inascoltate, e il 19 febbraio a Ronco è stato aperto il cantiere per la nuova pista da bob. Altri progetti e infrastrutture seguiranno lo stesso modello estrattivista e speculativo, sia sulla catena montuosa che sul territorio urbano, mentre proteste e notizie negative vengono messe a tacere da un doppio sistema di ostruzione finanziaria e repressione degli attivisti. 

Le proteste contro le Olimpiadi seguono infatti la tendenza più generica degli ultimi mesi di un inasprimento del confronto tra forze dell’ordine e manifestanti, in particolare per questioni che vanno contro alla linea del governo. 

Iride, attivista di Extinction Rebellion, ci parla di una «situazione insostenibile, con polizia sempre più repressiva». Assieme ad altrə attivistə di XR, Iride stava preparando un’azione per protestare contro le Olimpiadi: due striscioni che puntavano il dito sulla carenza di neve per queste Olimpiadi e sulla ricostruzione dell’aeroporto di Cortina d’Ampezzo. 

Lə attivistə sono arrivatə nel cuore della notte davanti al palazzo della Regione Lombardia, prontə a issare gli striscioni: prima ancora che potessero srotolarli, però, sette volanti tra polizia e carabinieri si sono radunate per bloccarlə. 

«La polizia ci ha tenutə fermə per ore al freddo in mezzo alla strada, negandoci il diritto di documentare quel che stava succedendo e accerchiandoci in dieci persone per un’azione nonviolenta» ci dice Iride. Dopo il fermo identificativo di oltre tre ore, lə attivistə hanno ricevuto 8 multe per un totale di 2400€. «Siamo statə multatə per un’affissione non autorizzata quando l’affissione non c’è stata: non possiamo neanche più esprimere il nostro dissenso che veniamo subito bloccatə, il che non fa altro che motivarci a manifestare sempre di più».

Il caso delle Olimpiadi a Parigi

Ciò che sta succedendo per le Olimpiadi invernali riflette almeno in parte dinamiche che in altre città stanno già avvenendo a pieno ritmo. È il caso di Parigi, che questa estate ospiterà i Giochi Olimpici e Paralimpici. Secondo quanto riportato da vari collettivi e testate di informazione, le autorità francesi stanno lavorando da mesi per ripulire la città dalle sue categorie più emarginate, al fine di mostrare agli appassionati di sport una rappresentazione della città da cartolina. 

Le Revers de la médaille, “l’altro lato della medaglia”, è un collettivo di oltre ottanta associazioni, ONG e attori e attrici della società civile nato proprio per sottolineare l’impatto sociale dell’evento in programma a Parigi sulle categorie più precarie, come i senzatetto, le persone con background migratorio, i mendicanti, ma anche i tossicodipendenti e le prostitute. 

Il collettivo ha definito come «pulizia sociale» il sistematico allontanamento di persone che si vorrebbero rendere invisibili. Paul Alauzy, coordinatore dell’organizzazione umanitaria Médecins du Monde e portavoce di Revers de la médaille, ha ricordato il caso dello squat di Unibéton, il più grande dell’Île-de-France, chiuso per far posto a quello che sarà il villaggio olimpico. L’edificio abbandonato dal 2020 era occupato da circa 400 persone, per lo più provenienti da Ciad e Sudan. E non si tratta di un caso isolato. 

Nell’ottobre del 2023 è stato inviato un appello alle autorità regionali di Parigi, al comitato organizzatore delle Olimpiadi e agli sponsor olimpici proprio per lanciare l’allarme sul rischio di “pulizia sociale” nei confronti delle minoranze marginalizzate nella città e nei suoi sobborghi. Alauzy ha definito la lettera aperta come un successo che ha permesso di portare avanti richieste più ampie, come la creazione di un centro di accoglienza nell’Ile-de-France per tutte le nazionalità e un piano per aiutare le persone escluse e in strada sia durante che dopo le Olimpiadi.

Secours Catholique, un’associazione senza scopo di lucro la cui missione è sostenere le persone più vulnerabili in Francia e nel mondo, si è unita all’appello, invitando a ricordare anche i «dimenticati della festa», come definisce coloro che rischiano di dover affrontare condizioni di vita ancora più precarie in seguito alle politiche dell’amministrazione parigina. 

In particolare, le misure amministrative eccezionali adottate per l’evento rischiano di compromettere attività cruciali come la distribuzione di cibo e il funzionamento dei centri diurni. È stato denunciato che molti alberghi di fascia bassa, solitamente utilizzati dalle autorità per garantire alloggi di emergenza, affitteranno invece le stanze a prezzi contenuti, riducendo di fatto la capacità alberghiera per persone senza fissa dimora, una diminuzione che il governo ha stimato intorno ai 3000/4000 posti

Nonostante la prefettura della regione Île-de-France abbia negato la connessione tra gli sgomberi e l’evento, dichiarando invece di aver voluto offrire «posti di qualità» a chi vive per strada, Claire Hédon, difensore civica per i diritti umani in Francia, ha deciso di condurre un’indagine indipendente sui rischi di violazione dei diritti e sulle possibili discriminazioni verso le categorie considerate. Tra le cose che verranno monitorate, vi sono gli sgomberi di persone ritenute indesiderabili e il trasferimento di persone senza fissa dimora in centri di accoglienza regionali temporanei. 

L’impatto dell’organizzazione dei Giochi Olimpici in città ha avuto ripercussioni anche per quanti riguarda il diritto allo studio e gli alloggi negli studentati. Lo scorso settembre, gli studenti che frequentano le università parigine avevano inizialmente vinto un’importante battaglia per il diritto allo studio. 

Era stato infatti ordinato, all’inizio del 2023, che circa 3000 le stanze, finora a loro riservate, venissero requisite entro l’estate per ospitare il personale di sicurezza, i funzionari pubblici e i volontari. Una decisione che avrebbe danneggiato categorie come gli studenti  che sostengono esami di recupero, o che lavorano o svolgono uno stage nei mesi estivi. Gli studenti avevano denunciato il rischio di “ricatto sociale”, riferendosi alla scelta, quasi obbligata, di svolgere volontariato per l’evento pur di non essere espulsi dagli studentati.  

A fine agosto, il tribunale amministrativo di Parigi aveva sospeso la decisione del Crous (l’amministrazione pubblica francese per la vita studentesca) stabilendo che si trattasse di una violazione eccessiva dei diritti degli studenti. Tuttavia, a fine dicembre 2023, il Consiglio di Stato ha ribaltato la sentenza accettando la requisizione di alloggi per studenti da parte della Crous de Paris. A seguito di questa decisione, oltre 2.000 studenti verranno ricollocati ricevendo un’indennità di 100€, oltre a due posti gratuiti per assistere ai Giochi Olimpici.

Le Olimpiadi di Torino 2006

Il 10 febbraio 2006 alle otto di sera 11 milioni di Italiani stavano guardando l’inaugurazione delle Olimpiadi invernali di Torino. La cerimonia di apertura trasmessa in mondovisione- inizia con una figura in rosso che con un enorme martello colpisce una gigantesca incudine, da cui sprizza un getto di scintille. Poi la figura in rosso toglie la maschera. 

È il ginnasta Juri Chechi, che in veste di “sciamano del fuoco” dichiara aperte le ventesime Olimpiadi invernali. Segue una cerimonia scoppiettante: la marcia delle delegazioni nazionali e poi, in ordine, una breve declamazione dantesca davanti a un monumentale libro illustrato, la messa in scena della Nascita di Venere, Roberto Bolle in costume futurista che balla sulla musica techno e cavalca una moto in posa trionfante, i testacoda di un’auto di Formula 1, Pavarotti che canta il Nessun Dorma. 

Un subisso di costumi sontuosi, musiche trionfanti, personaggi celebri, che trascinano lo spettatore in uno spazio sospeso in cui il conflitto non esiste, e per due settimane tutto il mondo festeggia unito sotto l’egida dello sport.

Sfarzose almeno quanto la cerimonia di apertura sono le previsioni dei ritorni economici dei giochi. Uno studio commissionato dal TOROC, comitato promotore dei giochi olimpici, dichiara che  «Per l’economia italiana la realizzazione dell’evento olimpico produrrà un valore aggiunto di 17,4 miliardi di euro », cinquantasettemila posti di lavoro, una crescita del PIL italiano dello 0.2%.

E’ l’incantesimo delle Olimpiadi. Il mega-evento, il più universale di tutti, che la città accoglie con un consenso plebiscitario: secondo le rilevazioni del centro di studi urbani dell’università di Torino, più del 90% degli abitanti erano favorevoli alla manifestazione un anno prima del suo inizio. 

Anche a giochi finiti Torino conserva un buon ricordo del loro lascito. «Dopo dieci anni si può dire. Le Olimpiadi non hanno cambiato soltanto Torino. Hanno cambiato i torinesi » scrive Massimo Gramellini su La Stampa, confermando un’opinione pressoché universale: le Olimpiadi hanno trasformato la città da metropoli post-fordista a città attrattiva e contemporanea.


Ripercorrere la narrazione mediatica delle Olimpiadi di Torino 2006 è come guardare la loro pomposa cerimonia di apertura: si resta abbagliati dal luccichio della gloria sportiva, della celebrazione nazionale, e ci si disinteressa presto a una visione critica su ciò che sta accadendo. Tale ‘perdita di lucidità’, è quasi un tratto caratteristico dei giochi e di chi li organizza, e non nasce certo nella Torino di inizio millennio.

«È più probabile che un uomo partorisca che le Olimpiadi vadano in rosso» dichiarava Jean Drapeau, sindaco di Montreal, alla vigilia dei giochi olimpici ospitati dalla città nel 1976. 

Una dichiarazione invecchiata male, visto che i giochi finirono per costare circa otto volte la cifra stimata e ci vollero 30 anni e un’apposita tassa sul tabacco per ripagare il debito. Il caso di Montreal non è unico, anzi uno studio datato 2020 dell’Università di Oxford riporta che «Dal 1960 in poi ogni olimpiade ha superato le previsioni di spesa in media del 172%, il più alto sforamento mai registrato per qualsiasi tipo di megaprogetto»

Le Olimpiadi di Torino non fanno eccezione, con uno sforamento di budget dell’80%. Soldi ben spesi, potrebbe dire qualcuno, siccome secondo la già citata valutazione economica del TOROC  «per ogni euro di spesa si avrà un maggiore valore aggiunto di 1,3 euro in ciascuno degli anni presi in esame», ma anche sulle stime economiche ufficiali sono stati sollevati legittimi dubbi.

Jerome Massiani, professore associato di economia all’università di Milano Bicocca ha dedicato approfonditi studi alla stima di impatto dei mega-eventi, specialmente alle Olimpiadi invernali di Torino e all’Expo di Milano. Nel suo libro dal titolo di manzoniana memoria «I promessi soldi» il calcolo ufficiale è definito un’«ampia sovrastima».

Innanzi tutto i soldi investiti sono stati per la stragrande maggioranza pubblici (il 94% del totale) e in prevalenza statali (il 65%), dunque soldi la cui allocazione è fondamentale per servizi e infrastrutture sull’intero territorio nazionale. Tuttavia nella stima di impatto tali risorse sono state calcolate come “iniezioni”, non come “riallocazioni”

In altre parole sono state considerate alla stregua di donazioni private, senza tenere conto dell’impatto che quei soldi avrebbero avuto se invece di essere spesi per le Olimpiadi sarebbero stati semplicemente investiti in servizi. E’ una visione senza dubbio estrattiva del denaro pubblico, che lo qualifica più come un gruzzolo su cui mettere le mani che come un bene comune.

Sullo stesso principio di accentramento si basa la narrazione secondo la quale grazie ai Giochi Olimpici Torino avrebbe ottenuto la metropolitana, oppure la TAV. Come fa notare Massiani, «il problema fondamentale è che presentando le cose in questo modo, si comunica all’opinione pubblica una visione distorta dei meccanismi reali di realizzazione d’infrastrutture legate all’evento. Non sono le Olimpiadi che hanno pagato la metropolitana di Torino, non è l’Expo che avrebbe pagato le elusive vie d’acqua di Milano: sono più semplicemente i contribuenti italiani che le hanno finanziate»

In altre parole, le Olimpiadi non sono generatori di ricchezza, ma concentratori. Eventi costosissimi, capaci di concentrare spesa pubblica su territori che normalmente ne riceverebbero una frazione: i benefici economici dei giochi del 2006 sono stati forse osservabili sulla città di Torino, ma già ampliando lo sguardo alla sola regione gli effetti sono impercettibili. 

Sempre secondo Massiani, «analizzando l’evoluzione di serie storiche rilevanti, come PIL, occupazione e flussi turistici, non si trovano elementi a supporto della tesi secondo la quale Torino 2006 abbia portato benefici alla Regione».

E quindi le Olimpiadi del 2006? Due settimane di visibilità mediatica al costo di un colossale spreco di risorse? Molto probabilmente sì. Eppure basta andare su Youtube e guardare Pavarotti che canta per l’ultima volta nello spettacolo inaugurale, o anche leggere un romantico editoriale di Gramellini, e di nuovo si perde lucidità, e si riprende a celebrare il cosiddetto spirito olimpico.  

di Winterhoff (Ari Iris Fontana),Anita Calchi Novati (Anita Calchi Novati),Filippo Ferrari (Filippo Ferrari)

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