Cerca

Come il lockdown (non) ha cambiato il volto di una generazione

I media hanno associato al lockdown un disastroso deterioramento della salute mentale. La realtà è più complessa.

Questo articolo parla di:

«Sembra […] che la pandemia non abbia solo influenzato negativamente la salute mentale degli adolescenti, ma che abbia anche accelerato la maturazione del loro cervello». Sono queste le parole con cui un team di ricerca dell’Università di Stanford ha riassunto i risultati ottenuti da uno studio volto a verificare gli effetti del lockdown sui più giovani.

Il procedimento, prevedeva la scelta di un campione, chiamato gruppo «pre-COVID» di circa 80 adolescenti di cui erano state analizzate le caratteristiche del cervello e lo stato di salute mentale prima della pandemia. Dopodiché, è stato selezionato un campione sovrapponibile per età, genere e condizioni socioeconomiche, che ha invece vissuto la fase del lockdown, ribattezzato invece «peri-COVID». I dati raccolti da questi due gruppi sono stati confrontati e sono emerse delle differenze significative.

Il primo risultato confermava quello che già tantissimi altri paper scientifici hanno affermato dall’inizio della pandemia ad oggi: il tasso di depressione e di ansia in queste fasce di età è aumentato in maniera rilevante durante il periodo del lockdown. Il secondo, invece, ha suscitato interesse perché ha portato alla luce qualcosa in più rispetto a ciò che già si sapeva: nel gruppo peri-COVID lo spessore del cervello è diminuito, mentre il volume di amigdala e ippocampo è aumentato, caratteristiche che di solito si riscontrano in persone adulte. La conclusione a cui il gruppo di ricerca è arrivato è che il cervello di questo gruppo di adolescenti avesse subito un invecchiamento accelerato durante il periodo della pandemia

Un’analisi sicuramente limitata, dato che si concentra su un gruppo di 163 soggetti provenienti da un’area e una condizione socio-economica specifica, ma che rappresenta in ogni caso uno spunto interessante per futuri approfondimenti.  Questo è solo uno dei tanti studi che hanno cercato di dare una risposta, anche se parziale, alla domanda di quali siano le conseguenze della pandemia sulla salute mentale.

A 3 anni dall’inizio del lockdown, il mondo della scienza inizia a tirare le prime somme. All’interno dell’articolo si afferma infatti che «un altro importante compito per la futura ricerca è quello di determinare se queste alterazioni sono effetti temporanei della pandemia o cambiamenti stabili che caratterizzeranno le attuali generazioni di giovani». L’allarmismo dei media e la percezione della collettività hanno dipinto un panorama cupo e pessimista, un quadro a cui sicuramente il lockdown ha contribuito a modo suo, ma che è più complesso di così e affonda le radici in processi iniziati molto prima della recente pandemia. Non a caso la maggior parte degli studi portati a termine fino ad ora sostengono che, seppur ci sia stato un aggravarsi generale delle condizioni di salute mentale durante il lockdown, la situazione a distanza di tre anni è tornata al livello pre-pandemia.

A questo proposito, l’8 febbraio 2023 l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) ha pubblicato i risultati dell’indagine di sorveglianza annuale ed internazionale HSBC  (Health Behaviour in School-aged Children) per il 2022 in Italia. Lo studio raccoglie informazioni riguardanti campioni di adolescenti di età compresa fra 11 e 17 anni. I dati mostrano che «un adolescente su due ha dichiarato un effetto positivo della pandemia sui rapporti familiari e due su cinque sul rendimento scolastico» e che «la salute mentale e la vita in generale hanno risentito negativamente della pandemia per due adolescenti su cinque». Viene così ridimensionata l’immagine estrema che ci si è fatti dell’impatto sugli individui più giovani.

Un altro studio recente, pubblicato lo scorso febbraio sul British Medical Journal, ha effettuato un confronto sistematico dei sintomi di problemi di salute mentale prima e dopo la pandemia. I ricercatori del team fanno notare che «molti autori di studi e media hanno concluso che la popolazione mondiale sta attraversando una “pandemia” o uno “tsunami” di problemi di salute mentale da Covid-19», ma con poche basi per affermarlo. Per smentire o verificare queste dichiarazioni, il team ha selezionato 137 pubblicazioni che riguardano temi di salute mentale e che contengono risultati sia per il periodo pandemico che per quello pre pandemico. 

I sintomi presi in considerazione erano depressione e ansia, misurabili attraverso scale e criteri di riferimento riconosciuti all’interno della comunità scientifica. La variazione nella diffusione di queste condizioni risulta statisticamente irrilevante per la popolazione generale, con cambiamenti così piccoli che possono rientrare nelle fluttuazioni naturali di un qualunque fenomeno sociale. I risultati mostrano però che la variazione è significativa per la popolazione femminile, sia per l’ansia che per la depressione. Questo dato è particolarmente rilevante in relazione al ruolo della donna nella famiglia, nella società e sul posto di lavoro. 

Lo studio stesso afferma che «in termini di vulnerabilità, la maggior parte dei genitori single sono donne, e le donne guadagnano meno ed è più probabile che vivano in condizione di povertà rispetto agli uomini. Le donne sono inoltre sovrarappresentate nel campo della sanità e provvedono alla maggior parte delle cure familiari e delle persone anziane. Durante la pandemia anche la violenza sulle donne da parte di partner è aumentata». Quindi non è corretto parlare di tsunami di salute mentale secondo lo studio, ma è anzi più significativo e importante porre l’accento sui sottogruppi che, per motivi socio-economici, hanno risentito della pandemia in misura maggiore.

Il 2 marzo 2022 la World Health Organization (WHO) ha pubblicato uno studio dal titolo «Salute Mentale e COVID-19: prime evidenze dell’impatto della pandemia». Il brief della WHO afferma che «c’è stato un aumento significativo nei problemi di salute mentale nella popolazione generale nel primo anno di pandemia» ma anche che «sebbene i dati siano misti, l’età giovane, il genere femminile e condizioni di salute fisica pre-esistenti sono stati spesso indicati come fattori di rischio». Risultati simili sono anche quelli raccolti da uno studio condotto in Italia tra il 2019 e il 2020 e pubblicato sul Journal of Psychiatric Research

Il campione in questo caso era composto da 358 studenti italiani di età compresa tra i 18 e i 30 anni a cui è stato chiesto di compilare una serie di questionari su temi come depressione, ansia, disordini alimentari e comportamenti ossessivo-compulsivi. La cosa interessante è che questi sondaggi sono stati effettuati per la prima volta tra ottobre e dicembre 2019, poi di nuovo ad aprile 2020, un momento in cui il lockdown era in atto già da un mese e, per finire, tra maggio e giugno 2020, in seguito alle prime  riaperture. 

Quindi i dati restituiscono un’immagine confrontabile di tre momenti molto diversi tra loro, che possono darci un’idea delle eventuali variazioni su un periodo di meno di un anno. Il punteggio della scala di misura per i sintomi legati alla depressione ha visto un aumento nei primi mesi del lockdown in tutto il campione dello studio, un aumento sorprendentemente molto più significativo in coloro che non avevano mai avuto problemi di salute mentale.

I modelli adottati nello studio suggeriscono che «l’allentamento del lockdown ha velocemente portato al miglioramento dei sintomi». I sintomi connessi a disturbi d’ansia e disturbi ossessivo-compulsivi non sono invece cambiati durante il lockdown, ma sono paradossalmente migliorati dopo la fine del primo lockdown. Aumenti nella sintomatologia dei disordini alimentari, infine, si sono verificati solo in coloro che già avevano una storia di DCA (disturbi del comportamento alimentare). Il paper conclude che: «i nostri studi potrebbero non riflettere il benessere della popolazione generale» e che «è estremamente difficile controllare possibili cofattori quali: incertezza economica o condizione socio-economica, che sono stati ampiamente descritti come fattori coinvolti in problemi comuni di salute mentale». 

Questa conclusione è comune anche agli altri progetti di ricerca citati. Valutare l’impatto e le conseguenze di un evento globale come il lockdown è sicuramente una delle sfide che il mondo scientifico si porterà dietro per anni. I dati disponibili al momento sono sicuramente parziali, ma evidenziano come il mondo dei media abbia associato al lockdown un deterioramento disastroso della condizione di salute mentale della popolazione che non rispecchia del tutto la realtà. I problemi mentali esistono, è sicuramente necessario portarli all’attenzione e affrontarli come un problema concreto che fa parte della vita di tutti i giorni di moltissime persone. Più che uno tsunami improvviso sono però un fiume che scorre da decenni e per cui non abbiamo ancora costruito le dighe necessarie. E forse, l’unica conclusione certa, è che il lockdown ha contribuito a mettere allo scoperto la polvere che da troppo tempo nascondiamo sotto il tappeto.

Abbonati

Essere indipendenti è l’unico modo per rimanere trasparenti.
Difendi l’informazione libera, abbonati a Scomodo.

8€ al mese

Sostieni Scomodo

Scegli un importo

Articoli Correlati