Cerca

Lo sfruttamento umano del cacao

Un tentativo di boicottaggio di un meeting della World Cocoa Foundation da parte dei rappresentanti di Ghana e Costa D’Avorio ha riportato la luce sul tema dello sfruttamento dei lavoratori e minorile nell’industria del cacao. Una ricostruzione macroscopica di cosa significa ancora oggi acquistare una tavoletta di cioccolato.

Questo articolo parla di:

In Europa, la filiera dei prodotti che mangiamo non è sempre limpida e trasparente. A volte, si possono nascondere casi di sfruttamento anche per prodotti che si vantano di essere equi e solidali. In passato, ci sono stati casi eclatanti: prodotti distribuiti in Europa con certificazioni equosolidali ed etichette finanziate da fondi europei che avrebbero comunque fatto parte di una filiera che perpetra ancora lo sfruttamento di minori nelle piantagioni di cacao nei Paesi più poveri. Inoltre, con il passare degli anni sempre più multinazionali, soprattutto del mondo alimentare, hanno iniziato ad istituire propri programmi di certificazione equosolidali interni che gli permettono di aggirare rigorosi obblighi di equità. Proprio qualche settimana fa, il Consiglio dell’Unione Europea e il Parlamento Europeo hanno approvato una serie di regole che le aziende che hanno interessi economici in Europa dovranno rispettare. L’obiettivo di queste nuove direttive è quello di «mitigare il loro [delle aziende, ndr] impatto negativo sui diritti umani e sull’ambiente, come il lavoro minorile, la schiavitù, lo sfruttamento della manodopera, l’inquinamento, la deforestazione, il consumo eccessivo di acqua o i danni agli ecosistemi».

Vale la pena quindi analizzare uno dei casi più emblematici di questa storia: il cioccolato – e, di conseguenza, il cacao. Una dinamica che vede sfruttamento e lavoro minorile nelle grandi piantagioni del Ghana e Costa D’Avorio. Ma andiamo per gradi.

A fine 2021 i rappresentanti di Ghana e Costa d’Avorio hanno boicottato il meeting della World Cocoa Foundation a Bruxelles sulla sostenibilità del cacao per portare nuovamente attenzione sul tema dei diritti umani e dello sfruttamento del lavoro. Obed Owusu-Addai, attivista di EcoCare Ghana, ha dichiarato «Com’è possibile che in un’industria che è valutata 130 miliardi, il coltivatore riceve solo il 6% del profitto?». La World Cocoa Foundation, gruppo che rappresenta l’80% del mercato globale del cacao non ha risposto alla richiesta di commento e la protesta alla fine è caduta nel silenzio.

Nell’industria del cacao le più grandi aziende mondiali, con fatturati da capogiro, sono quasi tutte statunitensi o europee, ma circa il 60% del cacao proviene da soli due paesi dell’Africa Occidentale: tra 2021 e 2022 il 43,9% è arrivato dalla Costa D’Avorio e il 14,2% dal Ghana. In totale pochi Paesi dell’Africa e dell’America Latina coprono più dell’80% della produzione mondiale, coinvolgendo 5-6 milioni di piccoli coltivatori per un totale di circa 40-50 milioni di persone che vivono della coltivazione del cacao e per le quali rappresenta la prima fonte di sostentamento familiare.

Nel tempo la filiera del cioccolato ha creato una rete di sfruttamento ambientale e lavorativo, generando allo stesso tempo un enorme profitto per poche multinazionali. Come riportato da Beatrice De Blasi di Altreconomia «Sono milioni e milioni i minori, spesso vittime di tratta, costretti a lavorare nelle piantagioni di cacao contro la loro volontà, a cui è impedito frequentare la scuola o di ritornare nei propri villaggi o paesi di origine. Il fenomeno colpisce soprattutto il continente africano», in cui si concentra la metà dei bambini sfruttati. Le grandi multinazionali del cacao e della cioccolata sono state spesso accusate di chiudere gli occhi davanti a queste violazioni dei diritti lavorativi e dell’infanzia, per preservare le condizioni di mercato ad esse favorevoli. 

Un report Oxfam pubblicato a maggio 2023, due giorni prima del World Fair Trade Day, ha analizzato come è cambiato il mercato del cacao durante e in seguito al periodo pandemico. Dallo studio è emerso che «Le quattro maggiori società pubbliche di cioccolato del mondo, Hershey, Lindt, Mondelēz e Nestlé, hanno realizzato insieme quasi 15 miliardi di dollari di profitti solo dalle loro divisioni dolciarie dall’inizio della pandemia, con un aumento medio del 16% dal 2020». Anche il patrimonio combinato delle famiglie Mars e Ferrero, che detengono altre due delle aziende alimentari più importanti al mondo, è aumentato di 39 miliardi di dollari dal 2020, per un net worth totale di 157 miliardi di dollari. In contemporanea però un’indagine su un campione di 400 coltivatori di cacao ghanesi ha mostrato come tra il 2020 e il 2022 il reddito netto sia diminuito in media di circa 16% – per le donne del 22%. Nove agricoltori su dieci hanno affermato di essere in condizioni peggiori rispetto al periodo pre-pandemia. Una stonatura e un paradosso che valgono miliardi. Secondo uno studio di ottobre 2021, il 73% dei coltivatori di cacao in Ghana non guadagna un reddito equiparabile al living income, il quale viene definito come «il reddito netto annuo necessario in un determinato luogo per permettersi un tenore di vita dignitoso, i cui elementi comprendono: cibo, acqua, alloggio, istruzione, assistenza sanitaria, trasporti, abbigliamento e altri bisogni essenziali, comprese le provviste per gli eventi imprevisti».

Da varie fonti il prezzo del cacao in Ghana al biennio 2022/2023 si aggirava intorno a 1,8 dollari al chilo. Secondo Fairtrade per migliorare la vita dei coltivatori e garantire standard dignitosi bisognerebbe portare i prezzi a 3,1-3,6 dollari al chilo, quindi circa ad un 35% in più rispetto al valore attuale. Per produrre il vero “cioccolato etico” – e senza lavoro infantile – i salari dovrebbero aumentare del 50%. Come detto da De Blasi: «Mentre la maggior parte dei coltivatori di cacao in Africa vive con circa un dollaro al giorno, ad oggi, non vi è alcun impegno tra governi e multinazionali del settore per garantire ai coltivatori di cacao un reddito dignitoso». Questo è un chiaro fallimento delle multinazionali del cioccolato, incapaci di mantenere perfino la promessa di sradicare il lavoro minorile nelle loro catene di produzione. Cornelia I. Toelgyes, giornalista e vicedirettrice di  Africa ExPress, sottolinea: «Bisognerebbe capire se le multinazionali sono veramente interessate a arginare il lavoro minorile o se aspirano solamente ad acquistare al prezzo più basso. Sta di fatto che proprio qualche settimana fa l’americana Mars è stata accusata di sfruttare il lavoro minorile in Ghana. Il cacao del Ghana finisce nei loro M&M e Snickers». E aggiunge che «Ethical Consumer – organizzazione no profit che si occupa di giustizia e consumo etico – ha criticato i principali marchi di cioccolato per gli standard etici “inadeguati” delle loro catene di approvvigionamento del cacao»; tra questi solo 17 di 82 marchi utilizzano cioccolato proveniente da fornitori che garantiscono agli agricoltori una retribuzione sufficiente per vivere. Sotto accusa ci sono anche aziende europee e italiane, come la Ferrero. «Dopo tante certificazioni e marchi nati per garantire prodotti eco-sostenibili ed equosolidali, a quanto pare poco ancora è cambiato per quanto concerne il cacao, e le organizzazioni che rilasciano queste certificazioni dovrebbero analizzare la filiera con maggiori controlli per dare al consumatore il potere definitivo  per poter contrastare il fenomeno dello sfruttamento. Poi starà a noi consumatori decidere che prodotti acquistare e se acquistare».

Secondo il report Towards a living income for cocoa farmers in Ghana di Oxfam, un grande snodo del problema e delle tecniche di social washing delle grandi aziende sta nel non concentrarsi sul raggiungere un vero living income. Le aziende aumentano di briciole gli stipendi dei coltivatori senza puntare però a chiudere il cosiddetto Living Income Gap ( la differenza tra il valore di riferimento del living income in un Paese e quello reale) :«Quando le aziende sono state contattate inizialmente con la richiesta di capire meglio come prendessero in considerazione il living income nei loro programmi di sostenibilità, molte hanno risposto che non ci stavano (ancora) lavorando». Ma gran parte della comunicazione di queste aziende sulle strategie di sostenibilità si basa su questo, usando esplicitamente il termine. Lo sforzo dei grandi brand nel pratico sarebbe quindi quello di alzare il livello del reddito dei coltivatori ma partendo da una base che è incredibilmente bassa e senza valutare le reali necessità dei lavoratori.

A livello legale e regolamentativo il 2023 ha portato delle notizie interessanti che aprono uno spiraglio di speranza. In particolare il Consiglio dell’Unione Europea e il Parlamento Europeo sono arrivati ad un accordo per una legge sulla supply chain globale a protezione dei diritti umani e per la transizione ecologica: «Le grandi imprese saranno tenute a identificare e, ove necessario, a prevenire, porre fine o mitigare gli impatti negativi delle loro attività sui diritti umani, come il lavoro minorile e lo sfruttamento dei lavoratori, e sull’ambiente, ad esempio l’inquinamento e la perdita di biodiversità», si legge nel comunicato stampa dell’accordo. Un tentativo importante che per riuscire deve essere seguito da un controllo del rispetto delle norme che sia efficace e sistemico. Miki Mistrati, regista e produttore esecutivo danese, ci parla proprio di questo: «E’ molto difficile sapere cosa è vero e cosa è falso. Da anni ormai le aziende sostengono di fare, fare, fare per cambiare le cose. In UE abbiamo un sacco di marchi, loghi, certificazioni e cose così ma se non ci sono enti che controllano sul territorio, se non ci sono accordi e contratti paritari come fanno a cambiare le cose?. Da un lato quindi i brand raccontano di tutti i loro progetti di sostenibilità ma di fronte alla mia denuncia o quella di altre associazioni dicono o che non è vero o che non lo sapevano. Perché?». 

Mistrati dal 2010 con il suo documentario The Dark Side of chocolate si occupa di ricerca e reportage su lavoro minorile e sfruttamento nell’industria del cacao. Come raccontano le scene girate nel documentario, i bambini vengono spesso venduti dalle famiglie da paesi vicini come Mali o Burkina Faso (per cifre dai 230 euro in su) da dove partono in bus per arrivare al confine; qui vengono prelevati e trasportati da trafficanti – spesso ragazzi altrettanto sfruttati- sui cosiddetti mototaxi. Nonostante siano passati più di 10 anni questa narrazione è ancora attuale: secondo un’indagine del Centro Nazionale di ricerca NORC dell’Università di Chicago in Ghana e Costa d’Avorio, la quota bambini impegnati in attività di lavoro minorile – rispetto al totale dei bambini appartenenti a famiglie in cui almeno un membro lavora in agricoltura – sarebbe addirittura aumentata, dal 31% al 45% tra 2008 e 2019. Lo stesso Mistrati ha realizzato una nuova indagine, uscita a Novembre 2023 per CBS News, che mostra piantagioni di cacao in Ghana dell’azienda Mars in cui «bambini di anche 5 anni usano machete alti quasi quanto loro per raccogliere fagioli di cacao che finiranno nelle barrette più amate in America». Mars da tempo vanta di aver salvato migliaia di bambini che comparirebbero in liste di beneficiari, aiutati e monitorati per garantire la frequenza scolastica. Con una verifica sul campo però moltissimi risultavano ancora impiegati nelle piantagioni di cacao e tanti nomi invece non hanno trovato alcuna corrispondenza reale. Un supervisore nelle piantagioni intervistato in anonimato conferma: «Quasi tutti i dati sono alterati o non accurati. Io stesso ho inventato delle liste». Racconta che spesso venivano messi sotto pressione per fornire dei nomi, a volte in sole 24 ore:«Nessuno è mai venuto a verificare se siano veri o no». Poco quindi pare essere cambiato, ma questo non deve essere motivo di rinuncia. Come ripete Mistrati più volte: «Non dobbiamo dimenticare che in fondo il vero potere lo abbiamo noi consumatori, abbiamo il potere della scelta ed è il più forte che possa esistere».

di Giuliano Marconcini (Giuliano Marconcini),Alice Nanni (Alice Nanni)

Abbonati

Essere indipendenti è l’unico modo per rimanere trasparenti.
Difendi l’informazione libera, abbonati a Scomodo.

8€ al mese

Sostieni Scomodo

Scegli un importo

Articoli Correlati