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Lo sfregiato

“La Notte nelle scuole” un progetto di Scomodo e Ariete, che indaga la notte come elemento di esplorazione dove si costruisce una parte centrale dell’individuo, attraverso racconti di giovani scrittori e scrittrici under 30 che hanno partecipato al contest “I miei segreti te li dirò di notte”, aperto fino al 10 maggio su scomodo.org/la-notte

2022, giorno dell’assunzione della Santa Vergine Maria.

Arturo Giacometti, pantaloni cachi, k-way da velista, bermuda sporco di senape e moschettone al pantalone si trovava a passare da Monaco, Baviera. Lui e i suoi amici alla fine di un inter-rail che li aveva portati anche negli angoli più remoti dei paesi europei, avevano deciso di sostare per l’ultima notte nella città tedesca prima di volgere verso l’Italia.

Essendo dei tipi che amavano le ricorrenze simboliche, e le amavano ancora di più se queste  comportavano il bere fino a stare male, il loro gruppo aveva deciso di bere dieci birre in dieci pub diversi per concludere in bellezza il loro vagare.

Uscirono, come sempre, troppo tardi e Arturo sapeva che questo avrebbe comportato pochissime ore di sonno e una litigata quasi certa con Fra – il capo del gruppo – per un ritorno all’ostello prima che l’alba riaschiarasse l’Isar e sapeva quanto sarebbero stati fallimentari i suoi tentativi.

Dopo le prime tre birre prese in delle bettole consigliate da Google Maps o pub che trasudano turistificazione nella zona centrale, il gruppo che già consisteva in una specie di flash mob ambulante di brillantezza alcolica decise di allontanarsi dal centro verso le zone più periferiche di Monaco.

Arturo, che reggeva meno di tutti e già pensava alla terribile sensazione che avrebbe provato domani mattina e quell’osceno senso del dovere che lo avrebbe tormentato nelle prossime settimane prima della sessione di settembre, era rimasto un po’ indietro a rimuginare, pensando alle città che lo avevano attraversato quel estate.

Si perse dopo il quarto pub, quando andando al bagno si mise a chiacchierare con un ragazzo che come lui stava aspettando che la porta si aprisse, tornato al tavolo non c’era più nessuno.

La donna che stava dietro al bancone, appena incrociò il suo sguardo, iniziò a gridargli frasi in tedesco che avevano l’unico chiaro scopo di gettarlo fuori dal suo locale.

Appena uscito, sperando di essere accolto da un parterre di facce note che invece erano sostituite dal buio e dai lampioni, notò un uomo in fondo alla via che cantava.

Si avvicinò per scrutare quello spettacolo che la notte gli stava fornendo.

L’uomo di spalle cantava deciso:

 

«Willst, feiner Knabe, du mit mir geh’n?

Meine Töchter sollen dich warten schön;

Meine Töchter führen den nächtlichen Reihn

Und wiegen und tanzen und singen dich ein».

 

A metà della terza strofa si accorse della presenza di Arturo dietro di lui, si girò di scatto e lo fissò come se lo stesse aspettando.

Arturo in quel momento notò che era sfregiato: aveva la parte sinistra del viso lesionata come se fosse stata bruciata. L’uomo sorrideva a Arturo e prima che potesse rispondere, lo invitò a seguirlo in un inglese stentato.

A causa delle quattro birre, Arturo non fece molta resistenza all’invito del signore che continuava a ripetere che stavano andando al lunapark, finalmente al lunapark alternato alla canzoncina che aveva cantato prima.

I lampioni di colore giallo gli illuminavano la faccia che tradiva un sorriso malefico, che poi si addolciva appena iniziava a cantare.

Camminarono lungo l’Isar e videro il fiume per un tempo che Arturo ancora oggi ha difficoltà a ricordare finché l’uomo non si fermò in un punto che poteva essere identico a tutti quelli che avevano visto negli ultimi cinque chilometri e scostò la vegetazione per rivelare un segnale al neon di colore verdastro che recitava: “Luna Park Europa”.

La scritta soprassedeva l’ingresso di uno scivolo.

Il signore che con la luce verdastra sembrava un’apparizione più di prima indicò l’entrata ad Arturo che, dopo un momento di esitazione, decise di saltarci dentro in assenza di alternative.

Lo scivolo era buio e lungo, quando pensava di essersi perso in un sogno, le chiappe di Arturo toccarono bruscamente il suolo.

Davanti a lui c’era un mondo coloratissimo di luci, si sentiva una musica che inondava lo spazio come un eco distante ed era tutto un tripudio di giostre, chioschi, gente che correva qua e là e voci indistinte.

Poco dopo di lui, atterrò anche lo sfregiato, che sotto le luci al neon colorate del luna park sembrava che il viso gli fosse guarito come una magia, al posto della bruciatura c’era una folta barba, in testa portava una corona con due corna e le orecchie erano diventate a punta.

Arturo fu spaventato a morte dalla sua metamorfosi e come un’epifania tutto quel colore iniziò a sembrargli grigio e stantio, le voci sembravano non umane, tutto sembrava imputridire alla vista. Ma strizzando gli occhi, il luna park rimaneva uguale, la gente continuava a correre in giro.

«Come posso tornare indietro?» disse all’uomo con la corona.

«Vuoi già abbandonarci? Ma la notte è giovane!» si mise a ridere fragorosamente, mentre si compiaceva dello stupore del ragazzo per quella frase detta in perfetto italiano.

«Sì, tutto questo mi sta inquietando, vorrei tornare di sopra».

«Bene, noi qua non tratteniamo nessuno, forse non è ancora il tuo tempo o forse non lo sarà mai».

In un secondo, con uno schiocco di dita, Arturo si ritrovò proprio dove pensava di essere sempre stato, in fila per il bagno in quel lurido pub con quella signora che appena aveva visto un gruppo di italiani aveva fatto una smorfia di disappunto.

Tornato al tavolo, si mise a sedere di fianco a Fra che lo rimbrottò subito per quanto tempo ci aveva messo. Arturo gli spiegò che c’era una coda molto lunga.

«Vabbè, andiamocene».

Presi dalla frenesia, uscirono dal quarto pub in cerca del quinto. Proprio mentre camminavano lungo il fiume, risalendo verso il centro, Arturo parve di vedere una figura al di là dell’argine che zampettava.

La luna riflessa sul fiume gli illuminava la faccia sfregiata, e sorrideva mentre cantava.

Arturo riuscì a sentire soltanto una frase.

«Du liebes Kind, komm, geh’ mit mir!»

Decise di dare la colpa alla visione annebbiata dalla birra e proseguì avanti, perché nessuno di loro ci aveva fatto più caso.

 

 

 

 

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