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La definitiva morte della libertà di espressione in Russia

Un racconto della censura in Russia con le voci e testimonianze di Eugene Ostashevsky, Alla Gutnikova, Marija Stepanova, Aleksandra Shochilenko e Riccardo Noury

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La limitazione della libertà di stampa in Russia non è di certo iniziata con l’invasione dell’Ucraina. Negli anni, giornalisti di tutto il mondo hanno avuto grandi difficoltà a tracciare con linee precise la situazione russa senza conseguenze legali o addirittura mortali. Il Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ) classifica la Russia come terzo paese al mondo per numero di giornalisti morti dal 1991. L’opinione pubblica mondiale comincia a discutere del fenomeno con acribia nel 2006 in seguito all’omicidio Anna Politkovskaja – giornalista nota per i suoi articoli contro il governo russo sul giornale indipendente Novaja Gazeta (la redazione conta sei dei suoi giornalisti uccisi)

Eugene Ostashevsky, poeta e professore alla NYU, aggiunge in un’intervista a Scomodo che la mancanza libertà di stampa ha radici ben salde nella storia della Russia ed è «il terreno storico su cui Putin impone ai cittadini russi di restare neutrali rispetto al modo in cui governano il Paese». Con la guerra in Ucraina, la situazione è peggiorata ulteriormente.

Il totale controllo delle informazioni

Un breve ritratto della libertà di stampa in Russia prima della guerra viene da un comunicato di Amnesty International del 2019. Gli organi di informazione, negli anni, sono rimasti sotto il controllo dello Stato e utilizzati in modo improprio dalle autorità russe. Gli attivisti e i principali esponenti delle proteste contro il governo hanno subito procedimenti penali e violenze fisiche. A partire dall’invasione dell’Ucraina di inizio 2022, la poca libertà di stampa concessa ai cittadini è stata completamente eliminata dal governo di Putin. 

Dopo meno di un mese dall’inizio del conflitto, il parlamento russo, la Duma, ha approvato una legge sulla responsabilità amministrativa e penale a carico di chi venga giudicato colpevole della diffusione di notizie false sul comportamento dell’esercito russo – una formula che, come hanno evidenziato numerose testate mondiali, include qualsiasi tipo di opinione che non sia affine alle idee del governo. Il rischio è una reclusione fino a quindici anni. In base a questi articoli sono stati attaccati non solo attivisti e giornalisti, dato che più della metà degli accusati erano liberi cittadini. Conseguenze penali dovute a un cosiddetto screditamento o tradimento nei confronti del governo e della patria – espressioni utilizzate in maniera estenuante dalla comunicazione politica di Putin. Eppure il concetto di patria in Russia non è problematico solo al livello linguistico ma anche da un punto di vista storico: la generazione di Putin e anche quelle immediatamente successive sono nate nell’URSS, e difatti molti cittadini russi fanno ancora molta fatica a doversi differenziare dalla popolazione ucraina, per esempio, perché nella loro infanzia i due paesi erano ancora uniti. E queste incongruenze continuano a esistere nella cittadinanza di quelle persone. 

«Sono nato nella parte dell’URSS che è diventata la Russia molto tempo dopo che la mia famiglia l’ha lasciata. Quando abbiamo deciso di trasferirci in un altro paese siamo stati privati della cittadinanza sovietica per la nostra ingratitudine verso la patria espressa nel nostro desiderio di vivere altrove. Non sono dunque un cittadino della Russia e ho sempre avuto paura di essere sequestrato durante un viaggio in Russia o di essere costretto a prendere la cittadinanza russa» racconta a Scomodo Ostashevsky.

Essere giornalisti in Russia significa rischiare il carcere

Emergono varie testimonianze legate alla censura in Russia, come per esempio la storia di Alla Gutnikova, una degli editor della rivista indipendente e studentesca Doxa. Nel 2021, è stata accusata insieme ad altre tre persone di incoraggiare minorenni a compiere attività illegali ed è stata messa agli arresti domiciliari per un video in cui si parlava di come gli studenti russi fossero sottoposti a pressioni per impegnarsi negli studi universitari affinché non partecipassero a manifestazioni contro il governo

In seguito al loro arresto, ci spiega Gutnikova, hanno subito una lunga sequenza di interrogatori: «Volevano sapere molto di noi. Ovviamente non rispondevamo a nessuna delle loro domande perché esiste ancora l’articolo 51 della costituzione, secondo cui hai il diritto di non testimoniare contro te stesso. Ci hanno imposto di leggere 212 fascicoli penali di cui solo 1 o 2 erano direttamente collegati a noi. I fascicoli proposti dalle autorità contenevano informazioni sui detenuti in tutta la Russia ma non avevano una sola prova del collegamento con il nostro caso. Ora tutti noi editor abbiamo lasciato il paese per vivere in Europa e siamo protetti da un visto umanitario. In Russia continuiamo a essere nella lista dei ricercati federali: se torniamo indietro è molto alto il rischio di essere incarcerati una volta varcato il confine». 

L’inizio dell’invasione dell’Ucraina ha creato un punto forte di rottura tra la censura attuata dal governo prima e dopo febbraio 2022. Dopo un mese di guerra le autorità russe sono riuscite a bandire la maggior parte dei giornali e siti indipendenti di informazione: le uniche notizie sono tuttora esclusivamente date dalla tv di stato.
«Tutti i media indipendenti che resistevano ancora ai vecchi termini sono stati rapidamente costretti a chiudere» – spiega a Scomodo Marija Stepanova, tra le scrittrici russe più affermate a livello mondiale e curatrice di Colta.ru, rivista indipendente oscurata in Russia – «a un certo punto il nostro sito è stato censurato e un paio d’ore dopo abbiamo ricevuto una lettera che ci informava della chiusura». La stessa scrittrice menziona delle discussioni sulla censura del mondo intellettuale russo: esiste una chiara tendenza a paragonare la situazione a quella dell’epoca stalinista. 

Ciò che però rende la Russia odierna ancora più terribile rispetto all’URSS di Stalin è il senso indecifrabile delle censure e degli arresti. «Sono state inventate le persecuzioni casuali, il che significa che dietro i processi politici e la scelta delle persone che vengono arrestate e processate non c’è alcuna logica. Potresti essere una figura visibile in un movimento di protesta e rimanere comunque libero come essere arrestato anche senza essere troppo visibile. Ed è in un certo senso incomprensibile perché la persecuzione si sta evolvendo in ogni strato sociale, a volte viene presa di mira la figura d’élite visibile, a volte no». In assenza di una logica degli arresti, la paura aumenta e, per non rischiare, l’unica soluzione sembra essere di evitare di fare qualsiasi cosa.

Un’artista come simbolo della lotta contro la guerra

L’attivismo politico, a inizio guerra, arriva anche sotto forma artistica. E’ la storia di Aleksandra Skochilenko, giovane artista russa entrata in un supermercato di San Pietroburgo a sostituire i prezzi dei prodotti sugli scaffali con cartellini contenenti i nomi delle vittime di Mariupol e le informazioni sui crimini di guerra commessi dalle forze armate russe. Viene scoperta, arrestata e interrogata con l’accusa di «diffusione pubblica di informazioni consapevolmente false sull’utilizzo delle forze armate della Federazione Russa» –uno degli articoli introdotto a marzo 2022 per incrementare la censura. Skochilenko, a partire da fine mese di aprile viene trasferita in un centro di detenzione, è vittima di molestie da parte di compagne di cella e guardie carcerarie, non ha cure psicologiche per il suo disturbo bipolare e la depressione ed è costretta a non seguire la sua dieta senza glutine anche se celiaca. Il 16 novembre arriva la condanna: sette anni di carcere ai sensi dell’articolo 207.3 del codice penale. 

Amnesty International, dopo aver appreso la sua storia, ha deciso di far diventare il nome di Aleksandra simbolo dell’attivismo contro la guerra e di prendere parte alla battaglia già intrapresa dalla compagna. Secondo Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, «Skochilenko è l’emblema della repressione in atto in Russia per il modo innovativo con cui ha aggirato i divieti per manifestare contro la guerra. Lei ha unito all’attivismo anche una forma di creatività artistica con questa idea molto innovativa di sfidare i divieti. È il simbolo di quella lotta che c’è tra repressione e attivismo».

Amnesty International ha lanciato un appello di aiuto per Aleksandra chiedendo che tutte le accuse contro di lei vengano ritirate e sia rilasciata immediatamente. La richiesta è inoltre quella di assicurare condizioni conformi agli standard internazionali durante la detenzione.

 

 

Partecipa all’azione di solidarietà per Sasha  #libericolori sul sito di Amnesty International Italia! Clicca qui per saperne di più

di Sara Innamorati (Sara Innamorati)

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