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Letteratura e denuncia sociale: intervista a Nana Kwame Adjei-Brenyah

Dalla raccolta "Friday Black" al romanzo "Catene di gloria", lo scrittore afroamericano Nana Kwame Adjei-Brenyah si racconta a Scomodo.

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È il 2018 quando Nana Kwame Adjei-Brenyah esordisce con Friday Black, una raccolta di dodici racconti in cui lo scrittore attua una denuncia sociale della società iper capitalista e consumista americana, e lo fa con uno spiccato senso dell’humour. Il titolo è emblematico: il Black Friday è quel momento dell’anno in cui (quasi) globalmente ci sono grandi sconti che riguardano tutto il mercato. Il capovolgere l’ordine di queste due parole che costituiscono ormai un’espressione consolidata del capitalismo può sembrare un gesto di sfida. 

«Leggere Friday Black è come mangiare un piatto di cream fried chicken: assapori il dolce e il salato insieme, può piacerti o non piacerti ma è la dualità della vita. Sono convinto che attraverso l’humour si possano raccontare storie serie» spiega sorridendo Nana Kwame, e ha ragione. Friday Black è stato un incredibile debutto che è valso al suo autore la nomina tra i ‘5 under 35’ dalla National Book Foundation

 

Figlio di immigrati provenienti dal Ghana, Nana Kwame Adjei-Brenyah nasce a New York nel 1991 e si laurea alla Syracuse University, specializzandosi in diverse minors tra cui Communications, Journalism, e Film Studies. All’università il suo professore e mentore è lo scrittore George Saunders: «Far leggere il proprio lavoro a uno scrittore acclamato è terrificante, ma è ciò che ti forma e ti fa migliorare,» riflette. 

Nana Kwame ha trascorso la sua infanzia e adolescenza a Spring Valley, un villaggio nella contea di Rockland vicino New York City. Può sembrare un dettaglio insignificante, ma chiunque sia cresciuto in una piccola città vicina a una metropoli prima o poi si scontra con quel senso di spaesamento e indefinitezza: il sentirsi troppo lontani dalla vita frenetica della metropoli dove sembra succedere tutto, nonostante l’apparente vicinanza. 

In una lettera di ringraziamento scritta ai suoi mentori, pubblicata da Literary Hub con il titolo An Open Letter to My Mentors: Thank You, Adjei-Brenyah racconta proprio questa sensazione ambivalente di vicinanza e lontananza dalla grande città, e descrive il tempo passato nelle biblioteche del suo quartiere: «la lettura è sempre stata una parte fondamentale della mia vita, e credo sia così per tutti gli scrittori. Non si può scrivere se prima non si ha letto» e ancora: «tra gli autori che ammiro, oltre a quelli che mi hanno formato, ci sono Min Jin Lee, l’autrice di Pachinko; Ammiro molto Zadie Smith e alcuni autori e autrici esordienti della mia generazione». 

 

Nel 2023 esce Chain-Gang All-Stars, il primo romanzo dello scrittore, che diventa in poco tempo un best seller negli Stati Uniti, tradotto in italiano con il titolo Catene di gloria (edizioni SUR). «Vedere la propria opera tradotta in diverse lingue è senza dubbio gratificante, e chiaramente serve una certa fiducia nelle case editrici estere e nei traduttori, che hanno la responsabilità di trasmettere quelle parole in una lingua e una cultura che, la maggior parte delle volte, è molto diversa dall’originale. Credo che il mestiere del traduttore letterario sia sottovalutato, e vedere ciò mi rattrista perché senza di loro non saremmo in grado di leggere molte grandi opere».

Quando parliamo del successo riscosso dal romanzo lo scrittore ride e pensa alla sua famiglia: «Lo stereotipo sui genitori immigrati che vogliono che i propri figli diventino medici, avvocati, o ingegneri è reale. Quando mi sono iscritto all’università per studiare letteratura i miei genitori non ne capivano il motivo, ma quando, qualche anno dopo, il New York Times ha pubblicato un profile su di me si sono dovuti ricredere», racconta sorridendo. 

 

Nell’universo distopico creato da Nana Kwame Adjei-Brenyah nel romanzo Catene di gloria tutto è intrattenimento e ogni esperienza è commerciale, a partire dai detenuti delle carceri americane che diventano le star di un seguitissimo format televisivo. Ma a che prezzo? 

Nel romanzo il sistema carcerario americano è privatizzato ed è in vigore l’IPAC, Programma di Intrattenimento Penale per Atti Criminali, a cui i detenuti e le detenute possono scegliere di aderire accettando di combattere in duelli mortali di fronte all’intero Paese, tra persone che assistono in estasi dagli spalti che circondano l’arena di combattimento e chi invece si gode lo “spettacolo” in diretta streaming. 

«Ci sono molti simbolismi e metafore ma nello scrivere il romanzo non erano intenzionali, o meglio, non stavo cercando di creare delle particolari metafore letterarie, è stato un processo naturale,» spiega Nana Kwame. «Anche la scrittura ha sempre fatto parte della mia vita in modo naturale. Ultimamente ci ho riflettuto e mi sono accorto che stavo scrivendo con una certa costanza prima ancora di identificarmi o di venire identificato come scrittore». 

Catene di gloria a primo impatto può sembrare un fantasy dalle tinte horror, una sorta di Hunger Games, ma già dopo le prime pagine si rimane folgorati, e la sensazione che ciò che si sta leggendo non sia così lontano o assurdo dalla realtà che si vive inizia a farsi strada nelle menti dei lettori. La protagonista è Loretta Thurwar, detenuta che ha aderito al programma IPAC, forte e determinata, che vive una storia d’amore con un’altra detenuta, Hurricane Staxxx.

La scelta di una protagonista donna, nera, e appartenente alla comunità LGBTQ+ non è casuale, essendo l’oppressione e lo sfruttamento alla base del romanzo. Un personaggio come quello di Loretta Thurwar esprime una triplice modalità di oppressione e violenza: sessismo, razzismo e omofobia. Le tematiche espresse da Nana Kwame Adjei-Brenyah nel romanzo sono serie e profonde, eppure leggere la sua opera, che nell’edizione italiana consta di ben 504 pagine, è un vero piacere. Mentre leggiamo appassionatamente, riga dopo riga, senza volerci più fermare è come se stessimo assistendo, a somiglianza degli spettatori sugli spalti che fanno il tifo per il loro “guerriero preferito”, a quei combattimenti sanguinari, e allora, forse, dovremmo provare un certo senso di colpa. 

La mercificazione dei corpi dei detenuti-combattenti è alla base dell’intero romanzo. È in atto una vera e propria compravendita, da cui tutti traggono benefici: di tipo commerciale per chi possiede le carceri e il format televisivo, e per chi vi lavora, come ad esempio il presentatore televisivo, con la crew che si occupa delle riprese; d’intrattenimento per tutti coloro che assistono da spettatori. Gli unici a non trarre alcun tipo di beneficio sono i detenuti stessi. 

Come si può evincere dal suo romanzo e dall’anteriore raccolta di racconti Friday Black, Adjei-Brenyah è uno scrittore estremamente attento e partecipe alle dinamiche sociali e politiche contemporanee, usa infatti in modo assiduo il suo account Instagram per denunciare apertamente il genocidio in atto a Gaza, come stanno facendo attivisti e personalità del mondo letterario. 

 

Il New York Times ha definito Nana Kwame Adjei-Brenyah come «la nuova voce letteraria di cui l’America contemporanea aveva bisogno» e nell’attesa di nuove uscite, i suoi testi sono disponibili in traduzione italiana a cura della casa editrice SUR. 

 

di Ludovica Di Sarro (Ludovica Di Sarro)

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